1942. Dal “futbòl encantador” all’arbitro con la pistola: storia del Mundiàl in Patagonia

il mundial dimenticato
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L’idioma ispanico di un allarmato e serio telegiornale argentino, la cronaca puntuale e dettagliata degli inviati sul posto.  A Villa El Chocon, nella Patagonia Argentina, sono stati ritrovati i resti di un strano scheletro munito di…macchina da presa. Di chi sarà? E’ di Guillermo Sandrini, cine operatore “ufficiale” dei Mondiali di calcio di Patagonia del 1942. La bobina, ben conservata, permetterà a Sergio Levinsky, giornalista d’inchiesta e amante del calcio, di ripercorrere e ricostruire l’avventura di quell’evento ormai dimenticato.

Può un film documentario appassionare, emozionare, rendere partecipi fino all’ultimo fotogramma, come si trattasse di un romanzo inquadrato in una vicenda epica? La risposta è si, se il filo conduttore è il calcio e se il contesto è lo scenario che lascia senza fiato, di un mondo lontano, fatto di terra, ghiaccio e mare, che si chiama Patagonia.
Il Mondiale dimenticato”, un film di Lorenzo Garzella e Filippo Macelloni, è una fiaba, neanche tanto moderna. Gli elementi ci sono tutti, o quasi. Un regno di fantasia, il nobile illuminato e mecenate, la principessa contesa, la guerra come sottofondo, ranocchi che diventano principi e viceversa, la sapiente e paziente narrazione di “voci fuori campo” d’eccezione. La visione ingiallita e invecchiata delle immagini danno un tocco di malinconico pionierismo, sia in senso cinematografico che calcistico.
Siamo nel 1942. Nel mondo, soprattutto in Europa, la guerra devasta città e abbatte generazioni. Tra le rovine di città ancora fumanti di lava artificiale e quelle che di lì a breve fumeranno, l’organizzazione della quarta edizione della Coppa del Mondo di calcio, a quel tempo chiamata Coppa Rimet, in onore al suo ideatore, Jules, è l’ultimo dei pensieri. Nel 1938, a Parigi, l’Italia di Pozzo e Meazza aveva vinto il prestigioso trofeo per la seconda volta consecutiva. Era stato quello l’ultimo confronto “pacifico” tra le nazioni. Presto i boati del cannone e i rombi dei bombardieri avrebbero preso il posto delle grida emozionate ed esultanti degli stadi.
il mundial dimenticato mapuche

L’America meridionale è il continente “meno” infettato dal morbo bellico. Figuriamoci la Patagonia, regione a sud del Sud, popolata da un universo variegato a tutti i livelli, geografici e antropici. L’Argentina è terra di rifugio. Vi arriva chi vuol scappare: dalla guerra, dalla fame, dalle proprie responsabilità. Spesso da un mondo “troppo serio”. Quest’ultimo forse è proprio il caso del conte ungherese Von Otz. Stravagante personaggio in cerca di sollazzo e grande organizzatore di eventi. Amante di imprese e di sport, è lui il primo protagonista di questa avventura. L’altro è un personaggio altrettanto eclettico. Un italo-argentino, amante alla follia della cinepresa, dalla quale non si stacca mai. Neanche in punto di morte, come abbiamo visto. Riprende tutto. Inventa macchinari e “posizioni” sempre nuove, proprio come se avesse sempre desiderio di fare l’amore con il suo strumento di lavoro. Si chiama Guillermo Sandrini  e forse proprio per questo suo amore viscerale per la macchina da presa, la sceneggiatura gli regala sembianze, baffetti e atteggiamenti alla Groucho Marx. Il conte decide di organizzare nel Regno di Patagonia (in realtà esistito per pochi anni nel XIX secolo) la quarta edizione della Coppa Rimet. Mette insieme un gruppo di universi variegati di umanità, che chiama “squadre nazionali”. Perlopiù espressione pseudo-agonistica, da “dopolavoro”, di gruppi di emigrati e di etnie presenti nel vasto territorio circostante. C’è anche qualche ex professionista venuto da chissà dove e cercare fortuna. La nazionale italiana è composta da operai che lavorano alla edificazione di una diga, quella polacca da missionari cattolici, i tedeschi, descritti con romanzata sapienza spionistica anni ’40, stanno invece “ufficialmente”costruendo la linea telefonica delle Ande. Ma forse sono un gruppo di militari mandati in avanscoperta a sondare il terreno per le mire espansionistiche del loro Fuhrer. Non possono mancare la rappresentativa locale, il Regno di Patagonia, così come la nazionale dei nativi Mapuche e i loro “storici” rivali inglesi, ovvero quei latifondisti che da decenni ne usurpano terre e sudore.
Parte dell’organizzazione è affidata all’affascinante figlia del conte, Helene, giunta anche lei dall’Europa danubiana per raggiungere il padre, annoiata ma anche angosciata dalla vita nel Vecchio Continente. La ragazza è amata “ufficialmente” dal capitano della Germania, l’occhialuto Kramer, improvvisatosi “telefonico” del Reich solo per poterla raggiungere in quelle terre lontane, bramata segretamente da Sandrini, che le dedica intere bobine di riprese, e a sua volta affascinata e sedotta dall’intrigante indio Mapuche Nahuelfuta, acrobatico portiere della propria nazionale.
La manifestazione comincia con l’arrivo della Coppa Rimet nella città di Cipolletti. E c’è subito un giallo: sarà proprio l’originale o si tratta soltanto una copia? Le regole di gioco sono un po’ alla buona. C’è molta tolleranza, anche perché come arbitro unico dell’intera manifestazione, è chiamato William Brad Cassidy, diretto discendente del famoso bandito Butch di cui, diciamo, aveva mantenuto le “abitudini” e rilevato l’attività, al punto da presentarsi ad ogni partita con cappello da cow-boy e pistola nel cinturone. L’8 novembre la gara inaugurale, Italia-Patogonia. Gli azzurri sfoderano un calcio abbastanza dozzinale e fisici non proprio adatti all’agonismo. Ma sono più forti e vincono agevolmente. I più spettacolari sembrano essere da subito i Mapuche, propositori di quello che i cronisti definiscono, “futbòl encantador”. Forse perché i calciatori sono tutti pirotecnici saltimbanchi, autori di vere e proprie magie con e senza palla, o forse perché, come qualcuno sospetta, sono usi assumere qualche sostanza coadiuvante e stimolante all’epoca ancora “poco” conosciuta lontano dai confini di quelle terre.

il mundial dimenticato portiere mapuche

A documentare tutto, alla regia “cinematografica”, c’è l’immancabile Sandrini. Sempre più innamorato della madrina della manifestazione, Helene, con cui sembrerebbe aver avuto anche un breve ma intenso flirt, durante il torneo. Sandrini inventa e sperimenta ogni tipo di ripresa, divenendo così l’antesignano della regia moderna, quella che oggi ci permette di vedere lo schieramento in campo dei giocatori da ogni angolo e visuale. ll docu-film scorre alternando immagini di “allora” ad interviste a persone a noi coeve: discendenti dei protagonisti, su tutti un nipote di Sandrini, ex calciatori, vecchietti arzilli che giurano e spergiurano di aver partecipato all’evento. Tutti portano le loro testimonianze. Riconosciamo, per naturale prossimità cronologica, Roberto Baggio “amante” della Patagonia e “conoscitore dei fatti”, Gary Lineker, cronista esperto di vicende calcistiche britanniche, ma anche Joao Havelange, Jorge Valdano, Darwin Pastorin e tanti altri. Ognuno col suo punto di vista, ognuno desideroso di portare il proprio contributo alla ricostruzione dei fatti. Tutti d’accordo con Osvaldo Soriano, quando nel suo libro “Pensare con i piedi” afferma che “il Mondiale del 1942 non figura in nessun libro di storia ma si giocò…” Le vicende filmate sembrano essere un compendio della storia del calcio degli ultimi cinquant’anni. C’è la massacrante semifinale ad oltranza Italia-Germania, come nel ’70, con i tedeschi che accusano gli italiani di usare piccoli sotterfugi, come il peperoncino negli occhi degli avversari; c’è lo scontro politico tra inglesi e Mapuche, che ricorda Inghilterra-Argentina del dopo-Falkland a Messico ’86 (la partita che ha consegnato definitivamente Diego Armando Maradona alla storia); il gol fantasma, alla fine convalidato, come quello di Hurst contro i tedeschi nella finale del 1966, ma che questa volta penalizza gli inglesi a vantaggio dei Mapuche, grazie al primo esempio di “moviola in campo” dalle pronte immagini di Sandrini.
L’epilogo è a dir poco leggendario: tragico e romantico allo stesso tempo. È la finale tra Germania e Mapuche. Le note della cronaca diretta invadono l’etere di tutta l’Argentina. Tribune, alto parlanti, radio, brulicano di entusiasmo. I grandi protagonisti sono però solo due: il tedesco Kramer, attaccante con gli occhiali e il mapuche Nahuelfuta, portiere acrobata. L’arbitraggio del bandito Cassidy è a senso unico: tutto per i tedeschi. Ma i due sanno che in palio c’è ben altro. Come cavalieri in un torneo medievale, il trofeo è rappresentato dalla Bella Helene. Chi vincerà?  Come finirà? Ci sarà sicuramente un trionfatore che si porterà a casa l’ambito trofeo. Tra la fantasia e la realtà lasciamo al pubblico il gusto di “scoprire”,  l’aspettativa di vedere chi alla fine di queste epopea alzerà la coppa del misterioso Mundiàl… A noi resta l’esperienza di essere stati proiettati per un’ora e mezza, più qualche minuto di recupero, in un mondo di archeologia e letteratura calcistica. Un film originale per un torneo unico e irripetibile.

Cristiano Roccheggiani

Scheda del Film
Titolo: Il Mundial Dimenticato – La vera incredibile storia dei Mondiali di Patagonia 1942 – Genere:  mockumentary – Origine/Anno: Italia, Argentina – 2011 – Produzione: Daniele Mazzocca (Verdeoro – Italia) e Pier Andrea Nocella (Docksur Producciones – Argentina) con la collaborazione di Rai Cinema, Rai Trade, Istituto Luce – Cinecittà , Nanof e con il contributo del Ministero per i Beni e le Attività Culturali – Regia:  Lorenzo Garzella e Filippo Macelloni –Sceneggiatura: Lorenzo Garzella e Filippo Macelloni – Interpreti: Gary Lineker, Joao Havelange, Darwin Pastorin, Peter Tramp, Pierre Lanfranchi, Bruno Bardi, Sergio Levinsky, Marcello Auchelli, Caterina Dzugala, Guillermo Leinung, Ricardo Piterbarg, Arturo Gerez, Phillip Caillon, Leon Dogodny, Aldo Niebhor, Rosalind Knigh, Walter Balzarini, Mimi Klein, Wilhelm Tromm, Roberto Baggio, George Valdano, Victor Hugo Morales, Osvaldo Bayer – Montaggio: Pietro Lassandro –Fotografia: Alberto Iannuzzi – Scenografia: Davide Bassan – Costumi: Laura Raffo

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