3. Rock e dintorni: gli esordi mancati nel 2013

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Eccoci alla terza raccolta di note sugli esordi del rock e dintorni di questo 2013. Sono tante le pubblicazioni e certamente tante altre quelle sfuggite, nonostante le puntate che potrete leggere sulla nostra rivista web da qui alla fine dell’anno.
C’è l’Italia e il mondo anglosassone e qualche altra eccezione come oggi con la regola che vi prendono parte gli album degli artisti che per la prima volta danno alle stampe la loro opera senza tener conto di precedenti singoli ed ep.
Buona lettura e soprattutto buon ascolto quando troverete qualcosa che catturi la vostra curiosità. E scusateci per gli assenti.


La primavera ci ha portato l’album solista del romano Adriano Viterbini (Bud Spencer Blues Explosion e Black Friday), ritratti di blues che si innestano, potendone fare da colonna sonora, su questo lungo periodo di depressione. Goldfoil è composto da dodici tracce dove la regina è la chitarra, una fidata e fedele compagna che ci conduce nelle riletture di molti brani classici come, tra gli altri, If I Were A Carpenter di Tim Hardin e Vigilante Man di Woody Guthrie. Una sola digressione avviene quando entrano nello spartito  di New revolution of the innocents i synth di Alessandro Cortini dei Nine Inch Nails.
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Helen Marnie, in arte Marnie, a giugno autoproduceva Crystal World il suo primo album. La musicista scozzese scrisse le dieci canzoni nel 2011 durante una pausa della band Ladytron di cui è la frontwoman e di cui indubbiamente si sentono le influenze. Un pop sintetico di ottima fattura che conserva due capolavori come «l’ipnotico e disarmante mantra di “Sugarland” e la splendida mini-suite “Submariner”, con il suo crescendo di gorgogli elettronici» [1].
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Gli Amanti Di Camilla
nascono nel 2008 ma solo cinque anno dopo arrivano al debutto con un album, Santi di Quartiere. La giovane band veneziana  è composta da ACAB alla voce, SGABRO alla chitarra e ai cori, ANTO all’altra chitarra, SART al basso e ai cori e TOMMY alla batteria. Una rabbia diretta, sincera e d’assalto che non fa sconti cantata su ritmi veloci, dominata dalle chitarre punk, anche d’annata, e da digressioni ska. Da non perderli in un concerto.
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Sumie
è il disco omonimo di Sandra Sumie Nagano, sorella della più nota Yukimi dei Little Dragon. Poco più che trentadue minuti di folk che mischia le foreste della Svezia, da dove viene, con momenti di tradizione musicale giapponese. Chitarra acustica e voce e raramente altri suoni scorrono pacati, delicati che sfiorano il silenzio e che ne danno un unico significato. «Plauso dunque a Sumie per il coraggioso e elegante lavoro; un lavoro meditativo e spettrale, oscuro a tratti, ma che rischia di attirare anche parecchi sbadigli se non lo si prende per il verso giusto» [2].
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«Canzoni di psichedelia prog […] caratterizzano questo esordio: da King Crimson a Flaming Lips, il disco riesce per assurdo a suonare piuttosto attuale e ad avere il suo fascino, […]» [3]. Loro sono i Fiori di Cadillac e il loro debutto si intitola Cartoline per il quale sembrano essere occorsi due anni. Il gruppo salernitano nasce nel 2009 e si compone di Luigi Salvio (chitarra, piano, voce), Francesco Passannante (synth, piano, voce), Valerio Vicinanza (batteria), Domenico Volzone (basso) e Gianmario Galano (chitarra).
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Si parla d’amore in Love can’t talk e lo si fa in inglese e in italiano e anche nello stesso brano. A scambiarsi non sono solo gli idiomi, ma anche le voci di questo progetto di Luca Mazzeri con il nome di Wolther Goes Stranger insieme a Massimo Colucci e Linda Brusiani che «elaborano un sound elettronico elegante, sensuale, perfetto per i dancefloor ed evocatore di scenari voluttuosi, ma deludono per buona parte dei testi: se l’amore non può parlare, facciamolo tacere» [4].
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Songs Of Gold & Shadow
era già pronto da tempo ma abbiamo atteso, in Italia, la nascita della sua etichetta e di tutta l’organizzazione necessaria affinché la cantautrice parigina Cleo T lo desse alle stampe. Numi tutelari John Paris (lavora con Pj Harvey) e  Robert Wyatt  che ha scritto una ghost track per lei. «Il disco vive di ballads languide come l’iniziale I Love Me I Love Me Not e di certe We All figlie di Let England Shake, di una Columbine che recupera Tori Amos e di una Song To The Moon che lascia spazio a un valzer sbracato da cabaret, di una Trista Stella stentata nell’italiano ma estremamente poetica nei toni» [5].
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Dormono le case del borgo, in coma dentro una nuvola che non si vede a un passo”, è questo l’ambiente dei Lui sono io, Federico Braschi e Alberto Amati, e di molti cantautori rock che sono nati  dalle parti della Padania annebbiata. I dieci brani di Storia di una corsa «oscillano tra le tentazioni più acide e decisamente rock di “Un altro treno” e “3 e 40” (lo spettro di un certo Canali è ben presente) e libertà decisamente acustiche e cantautoriali come l’opener “Brutti sogni” e la splendida “Santa Monica” e forse è proprio in questa seconda versione che i due riescano a lasciarci addosso qualcosa in più» [6].
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Arrivederci alla quarta puntata e ultima puntata e come sempre non vi fidate di noi e ascoltate!
Ciro Ardiglione

[1] Matteo Meda, www.ondarock.it, 12 settembre 2013
[2] Erik Berti, www.roarmagazine.it, 9 dicembre 2013
[3] Bizarre, BlowUp, dicembre 2013, pag. 144
[4] Giada Arena, www.radiobombay.it, 17 settembre 2013
[5] Fabrizio Zampighi, www.sentireascoltare.com, 31 marzo 2012
[6] Giuseppe Gioia,  www.rockit.it,8 novembre 2013

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