Mercosur-UE: un accordo di libero danno

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L’aumento dei roghi in Amazzonia in questi primi sei mesi dell’anno (ad oggi sono oltre 75 mila, il doppio di quelli registrati nello stesso periodo del 2018), ha portato alla distruzione di oltre 225 mila ettari di foresta, oltre il doppio dell’anno precedente. Soltanto nel maggio del 2019, in 31 giorni, sono stati persi 739 km quadrati di Amazzonia, corrispondente a due campi di calcio al minuto.

Tutto terreno che si libera per l’allevamento, con la potente lobby agricola del Brasile felicissima alla prospettiva di aumento delle esportazioni agroalimentari di carne e soia in UE e in Cina (quest’ultima infatti cerca di diversificare le sue enormi importazioni di soia, evitando l’acquisto dagli USA con cui ha ingaggiato una guerra commerciale).
Una lobby che sente di poter agire nella piena impunità, dal momento che il presidente Bolsonaro l’ha favorita con una progressiva rimozione di regolamentazioni ambientali in Brasile. È proprio per questo stretto legame fra gruppi di pressione e politica che risulta difficile vedere sotto una luce positiva l’accordo di libero scambio concluso il 1 luglio scorso da Commissione Europea e governo brasiliano.

Il trattato UE-Mercosur (sigla che indica il mercato comune costituito da Brasile, Argentina, Paraguay e Uruguay), presentato dalla cancelliera tedesca Angela Merkel come antidoto al populismo («l’Unione Europea non può permettersi di abbandonarsi a argomenti populisti e protezionisti sulle politiche commerciali»), si può riassumere in poche parole: carne e soia in cambio di auto.

Sono questi i settori destinati a guadagnare qualcosa da un patto che manca di clausole ambientali e sociali sufficientemente forti da scongiurare un aumento del degrado ambientale e dell’inquinamento.

Gli obiettivi dei due blocchi sono infatti principalmente questi due: il Mercosur punta ad incrementare le esportazioni di carne bovina di circa il 30% – previsto un contingente agevolato di 99 mila tonnellate annue – e altri prodotti agricoli verso l’Unione Europea, alimentando un settore che si colloca al primo posto fra le cause della distruzione dell’Amazzonia. L’Europa, dall’altra parte, sotto la spinta decisiva della Germania (con il supporto di Spagna e Portogallo), avrà in cambio un’apertura dei mercati alle auto di grossa cilindrata, specialmente grandi fuoristrada (SUV), che ora subiscono una tariffazione del 35%. Altri beni che viaggeranno più speditamente verso l’America latina sono i macchinari (oggi tassati del 20%) e i prodotti chimici (che attualmente affrontano un sovrapprezzo del 18%).

In tutto l’UE promette di risparmiare 4 miliardi annui di dazi sulle esportazioni e di aprire ai suoi investitori un mercato di 260 milioni di persone. Per il resto, l’economia del vecchio continente non dovrebbe guadagnarci quasi nulla, come dimostra la stessa valutazione indipendente di impatto del trattato richiesta dalla Commissione. Il documento prevede un misero +0,1% di aumento del Pil europeo in un periodo di 10 anni dall’entrata in vigore del trattato, nello scenario di massima liberalizzazione.

Diversi invece i punti critici: per l’Europa il colpo principale lo subirà, e molto secco, il settore agricolo, zootecnico e della trasformazione piccola, media e di qualità, con una concorrenza diretta e insostenibile sui produttori di materie prime e una prevedibile – ulteriore – depressione dei prezzi interni, concentrazione e sottoccupazione. Il Brasile in particolare, e in generale tutto il Mercosur, pagherà in termini di impatti sociali e ambientali, con una più intensa, prevista, deforestazione, e un aumento progressivo delle emissioni contro le quali la valutazione raccomanda di prevedere l’inserimento di un meccanismo di monitoraggio. Bruxelles ha comunque giurato che il trattato non vedrà aumentare il disboscamento, una promessa che sembra finita in cenere dopo aver visto i roghi che stanno affliggendo l’Amazzonia.

Nelle dichiarazioni pubbliche della Commissione, spesso gli accordi commerciali sono visti come strumenti per promuovere lo sviluppo sostenibile e i diritti umani. Tuttavia, la società civile denuncia costantemente la mancanza di clausole vincolanti e di sanzioni per eventuali inadempienze e violazioni. Nel caso del patto UE-Mercosur, l’incremento degli scambi di prodotti ad alto impatto come carne bovina e pollame, latte, soia OGM per mangimi ed etanolo derivato dalla canna da zucchero, vanno a competere direttamente con le produzioni europee, senza però chiari paletti sul consumo di suolo, la deforestazione e il rispetto dei diritti delle comunità indigene.

L’accordo, che ora attende la ratifica del Parlamento europeo, del Consiglio e dei Parlamenti nazionali: dopo il G7 la Francia, il Lussemburgo e l’Irlanda hanno minacciato di bloccare la ratifica se il Brasile continuerà nella svendita della foresta pluviale. L’Italia invece non si è pronunciata, sebbene le forze al governo fino a ieri avessero espresso chiara contrarietà a questi accordi. Tuttavia, l’unità di intenti fra i movimenti giovanili per il clima e le organizzazioni che si battono contro un commercio globale fuori controllo può far sperare in una nuova stagione di attivismo e rivendicazioni.  Che i leader non potranno ignorare.

Francesco Paniè

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