42 dighe in Amazzonia: un no per i Munduruku e per la Terra

Brasile bandiera
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Il 5 agosto 2016, anche grazie alle pressioni della campagna di Greenpeace e al milione e mezzo di persone che ha aderito in tutto il mondo (petizione),  l’Istituto brasiliano delle risorse naturali rinnovabili e ambientali (Ibama) comunicava che la diga idroelettrica di São Luiz do Tapajós non sarebbe stata costruita per il mancato superamento della valutazione di impatto ambientale. Non una diga qualsiasi, perché sarebbe stata una delle più grando di tutto il Brasile e alla quale erano interessate molto multinazionali.
La diga doveva deviare il corso del fiume Tapajós provocando l’inondazione di più di 729 chilometri quadrati (di questi 400 sarebbero stati di foresta pluviale) di terre abitate dagli indigeni Munduruku.
La decisione è stata presa perché precedentemente la Funai, l’agenzia brasiliana responsabile per la protezione dei popoli indigeni e per la tutela delle loro terre, aveva riconosciuto quell’area come territorio tradizionale degli indigeni Munduruku sulla base della Costituzione brasiliana, il cui articolo 231 obbliga lo Stato a delimitare le terre tradizionalmente occupate dai popoli indigeni che ne diventano titolari esclusivi.
Le buone notizie finiscono qua.

Infatti, il rischio di un enorme disastro ambientale, oltre che di una ignobile rapina nei confronti della popolazione per un presunto progresso, è enorme per la quantità di interessi in gioco visto che il progetto è quello della costruzione di oltre 40 dighe idroelettriche. Del resto già nel 2015 una diga idroelettrica è entrata in funzione sul Teles Pires, un emissario del fiume Tapajós provocando tra l’altro la morte dei pesci, alimento importante della  comunità Munduruku e così molti di loro per sopravvivere dovettero abbandonare il villaggio per andare in città vicine dove la loro esistenza è stata stravolta.
La costruzione di queste dighe avrà impatti sociali e ambientali incalcolabili, per le migliaia di chilometri di foresta vergine che verranno ferite a morte o allagate. Greenpeace scrive che «la deforestazione e l’allagamento di materia organica produrrebbero emissioni di carbonio e metano che, liberandosi nell’aria, contribuirebbero all’aumento dell’effetto serra. Villaggi, comunità tradizionali, piante ed animali che dipendono dal fiume sarebbero danneggiati per sempre. I Munduruku […] dipendono dal fiume per procurarsi cibo, per spostarsi e per far sopravvivere la loro cultura ancestrale. […] Il Brasile è un paese soggetto a frequenti siccità, che mettono costantemente a repentaglio la reale capacità di produzione energetica delle dighe. Le alternative esistono. “L’energia solare e quella eolica rappresentano alternative migliori: ci sono progetti per portare energia solare nelle scuole e nelle piccole comunità, che stanno già rivoluzionando il sistema energetico brasiliano” […]».

Quindi oltre alla violenza nei confronti dei Munduruku, la Terra subirebbe un’altra ferita profonda. Il 2016 sarà l’anno più caldo e inquinato della storia del nostro Pianeta e i dati pubblicati dall’Organizzazione mondiale dei meteorologi sul «Greenhouse gas bulletin» dicono che con i livelli record di anidride carbonica (oltre le 400 parti per milione) non scenderanno abbastanza per molte generazioni future. Se gli interventi non saranno drastici, di quelli fatti con la mannaia e non con il bilancino dello 0, a piacere, resteremo in una condizione di non ritorno per il clima e la vita sulla Terra.
Entro il 27 novembre il Ministero della Giustizia brasiliano deve decidere se approvare, rinviare o negare la demarcazione ufficiale di numerosi territori indigeni, incluso quello dove vivono  da generazioni i  Munduruku.
I dubbi che il nuovo governo di destra intervenga a favore degli indigeni e dell’Amazzonia sono tanti.
Pasquale Esposito

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