50 minuti di ritardo. Per ripensare la Noia e il Tempo

50 minuti di ritardo Malmadur
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“50 minuti di ritardo”, uno spettacolo-non-spettacolo ispirato all’attesa che Alessia, membro dell’equipaggio, fu costretta ad esperire a bordo di un volo diretto da Mykonos a Venezia a causa della presenza di una coppia di profughi che, con passaporti falsi, tentavano di raggiungere l’Italia.
A portare in scena la pièce è la compagnia teatrale veneziana Malmadur, nata nel 2013 sull’onda del teatro sperimentale e postdrammatico.

50 minuti di ritardo, per l’appunto, che Alessia e D**** (il cui nome viene censurato dai performers nel rispetto della privacy) e gli altri passeggeri vissero senz’altro con una certa dose di fastidio e inconsapevole egoismo, uniti tutti dal profumo pungente di vacanza finita che la maggior parte di loro respirava nell’aria al momento del decollo ma al contempo profondamente distanti e scissi l’uno dall’altro, senza possibilità e voglia di dialogare, incontrarsi, scontrarsi. Insomma, una permanenza prolungata e insistente in quella cabina di volo che Bauman, riprendendo un’invenzione dell’antropologo Marc Augé, nel suo saggio sulla contemporaneità, “Società liquida” annovera tra i cosiddetti “non-luoghi”, ovvero tutti quegli spazi fisici in cui le persone si incontrano senza incontrarsi, si incrociano senza guardarsi, si toccano senza sentirsi perché privi di consapevolezza della corporeità e singolare presenza dell’Altro. Oggi i non-luoghi in cui la comunità dimentica se stessa proprio mentre si cerca sono colmati senza soluzione di continuità dalle nuove tecnologie che, con le loro infinite applicazioni e social media, permettono di esperire l’attesa dimenticandosi di attendere.

Dunque sembra proprio questa riflessione sull’enorme portata della tecnologia, la quale rende possibile permeare i non-luoghi con spazi virtuali che, connettendo il globo intero, sconnettono le piccole e fisiche comunità sociali, ad aver portato Malmadur a scegliere un’impresa ardua e totalmente postdrammatica: trasformare anche il teatro in non-luogo. E così l’arena teatrale, che nel teatro drammatico è fonte di sicurezza per lo spettatore e sorgente di storie che, mettendo in scena il Reale, lo chiarificano e spiegano grazie all’incrollabile quarta parete che scinde irrevocabilmente spettatore e attore, con Malmadur si fa luogo di fertile confusione e messa in crisi delle certezze dell’audience.

50 minuti di ritardo produzione Malmadur

La confusione dello spettatore inizia infatti ancor prima di entrare in sala, nel momento in cui viene inserito in una chat WhatsApp che riunisce audience e equipaggio: la chat permette infatti allo spettacolo di iniziare prima del suo reale inizio, facendo interagire (non senza una certa dose di superficialità) gli spettatori in un continuo scambio di meme, stickers e messaggi brevi con i quali, scherzosamente, si invita agli attori di entrare in scena e dare avvio alla performance. Ciò di cui lo spettatore inizialmente non è consapevole è che, fin da subito, è lui stesso la performance, la quale è guidata e definita dall’interazione virtuale (e potenzialmente anche reale) dell’audience. Difatti gli attori, vestiti semplicemente, dopo un breve annuncio orale sul contenuto dello spettacolo, siedono al bordo del palco dando le spalle alla platea e, grazie alla proiezione su un grande schermo posto al centro della scena delle schermate dei loro computer e dispositivi cellulari, annunciano per iscritto che, a 50 minuti esatti da quel momento, lo spettacolo sarà terminato.
Un conto alla rovescia posto di fianco al proiettore-schermo viene impostato e successivamente avviato. Per gli spettatori (e attori) inizia l’Attesa 1: attesa pura in cui, dal minuto 50 al minuto 47, ci si intrattiene solamente con lo sguardo e, a discrezione, con la parola. Al termine di questa prima e apparentemente interminabile attesa iniziano 6 minuti (dal minuto 46.59 al minuto 41) che i performers presentano come Attesa 2: un’attesa colmata dalla musica ad alto volume scelta a rotazione dagli spettatori grazie ad una maschera che porge di mano in mano un tablet aperto sull’applicazione Spotify. Ma la musica non è l’unica fonte di intrattenimento in questi primi 6 minuti di curiosa sospensione temporale, poiché sul proiettore i performers mostrano i profili Instagram e Facebook della compagnia, postano selfie scattati sul momento, visualizzano quasi spasmodicamente le storie postate sui social dai profili seguiti e utilizzano un’applicazione per Smartphone che riproduce forme umane e animali e le inserisce sul palco facendole muovere e ballare a ritmo musicale. Al termine di questo secondo, differente intervallo temporale di attesa agli spettatori viene data una scelta: proseguire immersi nell’Attesa 2 oppure, abbandonando tutti la chat WhatsApp, ritornare irrevocabilmente all’Attesa 1 fino al termine dello spettacolo. E così la performance scorre fino agli sgoccioli della sua durata lungo un corso per costituzione indefinito poiché determinato, più o meno consapevolmente, dagli spettatori i quali, faticando a rendersi conto del tempo che passa, seduti al proprio posto osservano ossessivamente e non senza un senso intimo di disagio e al contempo di fascino il susseguirsi spasmodico delle immagini virtuali e dei messaggi che intanto continuano a comparire sulla chat condivisa. Un bombardamento di immagini, insomma, a cui lo spettatore è sottoposto (e si sottopone) istante per istante nella quotidianità ma che, trasposto nella finestra teatrale, cambia angolatura e viene percepito, vissuto e pensato sotto luce nuova. Infatti se lo scrolling dei post sui social è un’attività percepita nella routine di ognuno come “normale”, “naturale” e oserei dire non necessariamente necessaria, grazie al dispositivo teatrale assale con violenza l’audience, la disorienta mostrandosi in tutta la sua ambigua potenza di catturare l’attenzione e di trasformare il tempo in istanti che, succedendosi leggeri, si annullano a vicenda.

50 minuti di- ritardo produzione Malmadur

Uno spettacolo dunque che permette a ciascuno di ripensare il proprio rapporto con ciò che è reale e con il virtuale, con il proprio tempo e il proprio spazio, con se stesso e con gli altri. Una performance tutta postdrammatica che, invece che riordinare il mondo, lo scompiglia portandone alla luce l’ambigua e sfaccettata complessità fatta di realtà e finzione e della confusione –sempre più incomprensibile e invisibile- dei due. Un lavoro quindi che vede come nucleo duro e centrale la volontà di indurre l’audience a ripensare se stessa, il proprio ruolo e il ruolo degli attori, i quali si fanno spettatori mentre, a loro volta, gli spettatori si rendono attori. Uno svisceramento della quotidianità reso possibile dalla potente e unica macchina teatrale che, pur non essendo mai per deontologia un luogo neutro, è in grado di rendersi al contempo luogo e non-luogo, reale e virtuale, tempo vissuto e tempo sospeso, colpendo l’intimità dello spettatore e portando alla luce, anche se lasciandole nelle profondità del proprio sentire, infinite nuove possibilità di sguardo sul Reale.

L’Attesa 2 del 24 Giugno proseguì fino al termine poiché non tutti abbandonarono la chat sebbene una spettatrice, dopo aver interrotto la musica e aver preso parola, invocò al ritorno all’Attesa 1 per poter esperire un contatto umano e verbale dell’esperienza e non solamente virtuale. Perché non tutti abbandonarono la chat? Perché anche chi scrive non lo fece? Forse per la cosiddetta “FOMO”, acronimo inglese di “Fear Of Missing Out”, ovvero la paura di perdersi qualcosa, la sensazione che oggi sperimentiamo costantemente di essere sempre in aspettativa di qualcosa di nuovo da vedere e da fruire. Una paura questa tipica della nostra contemporaneità la quale, immersa in un turbinio forsennato di immagini mediali, forse non è più in grado di annoiarsi e di attendere a tal punto da rendere ogni esperienza un’attesa “in attesa”. Fortunatamente però a questa contemporaneità persa nei meandri di una noia profonda e superficiale resta il teatro che, come ci ha dimostrato Malmadur, è ancora in grado di regalarci delle “attese inattese”.

Carola Diligenti

Teatro Franco Parenti
23 – 27 Giugno
durata 1h15 min.

50 minuti di ritardo
regia e drammaturgia Alessia Cacco e Jacopo Giacomoni
ideazione e realizzazione (in ordine alfabetico): Elena Ajani, David Angeli, Alessia Cacco, Jacopo Giacomoni, Davide Pachera, Marco Tonino
Assistente alla regia Eleonora Bonino
Organizzazione Marco Tonino
produzione Malmadur / coproduzione Fondazione Teatro della Toscana
In collaborazione con Evoè!Teatro

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