75 anni di Gimondi, ciclismo eroico e ciclismo contemporaneo.

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È il 75º compleanno di Felice Gimondi. Il nome ci riporta subito ad un fantastico ciclo sportivo degli anni 60/70. È l’epopea sportiva di Felice Gimondi, che ci rimanda inevitabilmente ancora più indietro, al cosiddetto ciclismo eroico. Così definito grazie alla generosità straordinaria di alcuni campioni, super-eroi delle origini, che sfidavano l’impossibile e il sovrumano. Tappe lunghissime, su strade bianche impervie, polverose, irregolari, piene di sassi e buche. Biciclette di piombo, senza cambi, senza artifici tecnici-scientifici. Solo un gran cuore e forza che oggi sembra una favola costruita. Senza il miraggio economico odierno. Solo passione e cuore.
Dei o semiDei di mitologie greche antiche, riportate al moderno. Tanto il mito greco è infinito.
Quando le divinità scendevano dall’Olimpo, per intrecciarsi con le storie degli uomini, sfidarli vivendo le loro vicende, talvolta futili. Per poi portarli verso imprese super-umane (gli Eroi Greci).

Una storia ciclistica eroica lunga, che ha campioni indimenticabili, che emergono oggi come fantasmi infarinati, che salgono pendenze impossibili. Ora abbordabili con le biciclette super-leggere e cambi da 11 rapporti e più.
Il periodo che di allora maggiormente ricordiamo (con fotografie sbiadite e filmini d’epoca), è soprattutto quello caratterizzato dalla presenza grandiosa di Coppi e Bartali e della loro epocale contesa bi-personale, e che si è protratta idealmente oltre.
Per arrivare alla storia di Felice Gimondi, dopo il quale possiamo dire che inizia il ciclismo moderno, quello fatto di sport in crescita, che si lega più profondamente alle vicende della intera società in tutti i suoi aspetti peculiari, in particolare con inevitabili intrecci con l’emergente progresso tecnologico e scientifico del secolo scorso. Fino al picco della tecnica ciclistica spinta di Francesco Moser. Un tecnicismo che potrebbe diventare sempre più parossistico.

Coppi e Bartali rappresentavano al loro tempo (post-guerra) due mondi diversi, contrastanti, che già iniziavano a coinvolgere intere masse, oltre il semplicistico interesse sportivo. Fronte contro fronte, come nelle dispute della Società frantumata dalla guerra e frastornata nella ricostruzione.
Antesignani di uno sport che entra sempre di più nel sangue degli italiani, personificando divaricanti posizioni, di sport e di vita civile. È stato il primo momento in cui la storia sportiva si sovrapponeva alla vita sociale totale.
Come la nazionale di calcio, che nei momenti più esaltanti, rinsalda il sentimento nazionale, intrecciandosi in modo indecifrabile, con inni e bandiere risfoderate.
Di Gino Bartali si potrebbe dire molto di più per il suo alto senso morale e civile (Giusto tra i Giusti), e per aver contribuito, si dice, alla soluzione di una grande questione nazionale, quando Alcide De Gasperi, dopo l’attentato a Palmiro Togliatti (pericolo di una guerra civile), gli ha telefonato perché vincesse, con un’exploit alla sua, il Giro di Francia. Gino Bartali, nonostante avesse un ritardo notevole, ha stretto i denti, e con una volontà sovrumana, il giorno dopo e successivi ha recuperato e vinto il Tour de France del 1948. Occupando tutte le testate giornalistiche, e sgonfiando ogni tensione nazionale.
La fusione tra sport e cultura, intesa come senso totale di vita collettiva, era iniziata. Bartali (Ginettaccio per la sua famosa frase “gli è tutto sbagliato, gli è tutto da rifare”) ha contribuito negli anni successivi e fino alla sua morte, ad accorciare gli eventi sportivi dalla vita sociale per intero.

Poi arriviamo a Felice Gimondi con una vicenda sportiva e umana per altri versi più avanzata ed integrante. È un lungo periodo durante il quale la tecnologia e la medicina sportiva iniziano ad impazzire, soprattutto in ambito ciclistico, dove la resistenza umana è portata al limite. Fino a creare una trama trasversale perversa, veritiera e in parte ossessiva, di un ciclismo drogato, come se gli altri sport lo fossero solo in misura minore, episodica. O lo fossero meno in ragione di gesti atletici meno stressanti. Ovvero per effetto di maggiore o minore impatto con il mondo dorato degli interessi economici, che si sono introdotti in modo sempre più violento negli sport vari. Creando equivoci sulla maggiore protezione da dubbi e sospetti.
L’avvento dei Dio-danaro nello sport è stata la peggiore cosa che potesse accadere. Sponsor, riti pubblicitari, compensi spropositati. Atleti trasformati in professionisti mercenari. Il legame con la società nel suo complesso è diventata più intesa, dalla parte meno edificante.

Lo sport diventa in generale un’altra faccia della Società. Finendo per inseguirla e talvolta superarla. Comunque andando appresso alle evoluzioni o involuzioni delle masse civili o di costume in generale. Di emulazione culturale nemmeno a parlarne.
Eppure ci riferiamo alla fase storica (‘68 e anni ‘70) del passo in avanti della massa italiana, che guadagna un diverso peso e ruolo nell’intero contesto italiano.
Purtroppo conquistando livelli superiori, ma omogeneizzandosi, livellandosi, trascinando con se anche il mondo dello sport. Non è forse una caratteristica sportiva quella del pareggiamento delle qualità atletiche, in ragione di un professionismo avanzante è dilagante?
In bene e in male il cambiamento è avvenuto con il dopo Felice Gimondi.
Il Prima era il ciclista-campione che vincendo semplicemente diceva : “Ciao mamma, sono arrivato primo”. Un mondo elementare, semplice, per una massa elementare, semplice, fatta di cose essenziali. Che poi si è addirittura complicato e rovesciato, fino al peggio dell’oggi (il cosiddetto contemporaneo), con il peggioramento della confusione e dell’incertezza. Torniamo indietro. Il mondo dello sport segue come sempre. Avanti ed indietro.

L’eroismo delle imprese sovra-umane di un tempo era anche la vittoria indiretta delle masse povere, che lavoravano senza alzare gli occhi, come i ciclisti dell’epoca che dovevano tenere gli occhi fissi sulle strade tristi. Gli intellettuali guardavano allora più in alto, snobbando.
Poi le distanze si sono progressivamente ristrette. La situazione si è pareggiata nel medio. Oggi le masse sono para-intellettuali. Gli intellettuali pregiati rischiano.
Felice Gimondi è uno di quei campioni di intelletto, che ha iniziato a parlare con la voce della massa che cresceva, apparendo subito come un campione dotato di gambe e di cervello. È stato un inizio, poi facilitato da una evoluzione esponenziale della società in generale.
Gimondi ha anche avuto la fortuna di trovarsi in un Paese come l’Italia, dove impera la fantasia, che vince sulla potenza netta, straripante. O dell’adattamento intelligente, geniale. Un Paese che, dopo tanto buio, ha saputo ribaltare la sua situazione in un boom variegato. Anche se spesso attraverso espedienti tipici di un popolo stravagante.
Il tutto poi si è adattato dentro un processo di crescita inserita in canali più grandi, però sempre più vincolati. Ma ricchi di occasioni più aperte. La massa di una volta ha perduto l’ingenuità.

Le popolazioni si avvalgono sempre più dei dei progressi scientifici. Senza ancora immaginare i rischi del futuro, che sta arrivando con velocità esponenziale. Le ulteriori scoperte scientifiche che si profilano, saranno di ordine diverso, con innesti di ordine bionico, promettendo una nuova civiltà super-umana. Il problema è l’entità della soglia e della sua temporizzazione.
Lo sport sarà il primo ad usufruirne. Come il ciclismo sta subendo questo primo Stadio del processo tecnologico, visibile in certi segni di esagerazioni, che sembrano un ulteriore passaggio a nuove ere sportive.
Dopo l’epoca cosiddetta eroica, del resto, che ha visto in Felice Gimondi l’uomo del primo passaggio evolutivo, il ciclismo è entrato in un vortice. Prima la tecnologia del mezzo sportivo. Le biciclette si alleggerisco, usando materiali più sofisticati, presi dalla meccanica spaziale ed altro, tutto al limite. La tecnica per superare le forze resistenti alla velocità, l’aerodinamicità, addirittura il la lotta alla legge della gravitazione. Acciaio, alluminio, carbonio. La forma delle biciclette si adatta alle maggiori potenzialità della forza muscolare.
Contemporaneamente si affina l’addestramento sportivo, sempre più esasperato, incidendo sul fisico, ma anche sui regimi alimentari e sullo stile di vita. Nascono, soprattutto in Italia, le scuole sportive speciali.
Tutte questi sofisticati espedienti guardano inevitabilmente, come ultimo risultato alla raffinatezza dello stile, soprattutto in Italia. Ancora oggi, nonostante l’offuscamento in atto delle grandi scuole, l’Italia ciclistica, ancora produce ciclisti di tecnica squisita, gentile (Vincenzo Nibali). Come simil spadaccini di fioretto.
Il discorso è analogo nel calcio, dove abbiamo prodotto campioni armonici, aggraziati, delicati, come Gianni Rivera e Sandro Mazzola, esempi mirabili di stile puro. Contro gli atleti di ferro del nord (esempio massimo il calcio totale della nazionale olandese di alcuni anni fa).
Un eclatante confronto tra stile leggiadro e forza bruta l’abbiamo avuta proprio in Felice Gimondi, quando sulla sua strada ha incontrato l’Hulk del momento, il cannibale Eddy Merckx (sia pure sintesi di classe e soprattutto forza). Nonostante tutto, Felice Gimondi è stato capace di contrastarlo, e batterlo in varie occasioni. Davide e Golia.
Eddy Merckx non ha potuto impedire, infatti, che Felice Gimondi vincesse tre Giri d’Italia (con record di podi), un Tour de France, una Vuelta spagnola, due Giri dell’Appennino, un Campionato mondiale su strada, varie Classiche di un giorno, come la Parigi Roubaix, la Milano San Remo, due Giri di Lombardia. Significativo è anche che Felice Gimondi ha registrato una maggiore longevità sportiva rispetto a Merckx. La scuola di stile, forse, alla lunga prevale sulla forza bruta.

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