A casa nostra, lontano da casa: un’antologia e un progetto

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Un’antologia con tredici racconti, un progetto nato nell’ambito del Corciano Festival, un’occasione per raccontare il mondo mentre cambia e ci costringe a rivedere le nostre convinzioni. Tredici autori umbri, o che in Umbria hanno deciso di vivere, per descrivere anche una regione che sta subendo negli ultimi anni e mesi trasformazioni quasi impensabili fino a qualche tempo fa.
Con Giovanni Dozzini, ideatore del progetto e curatore dell’antologia, abbiamo conversato sul compito che la letteratura svolge nelle epoche di passaggio e sulla dialettica fra il sentirsi in “casa” e lo stare lontano da casa, fra spaesamento e alterità.

L’antologia da lei curata è insieme il punto di arrivo di un progetto e il punto di partenza di una nuova avventura. Ci racconta com’è nata questa idea e quali possibili evoluzioni si possono intravedere?

Dal 2016 curo la sezione letteraria del Corciano Festival, una manifestazione storica che da oltre cinquant’anni trasforma per un paio di settimane d’agosto questo piccolo borgo non lontano da Perugia in un luogo di incontro tra arti e culture anche molto differenti tra loro.
Da subito ho cercato di coniugare l’attenzione per ciò che di più interessante accade nel panorama letterario italiano con quella per lo stato della narrativa umbra.
Nella primavera del 2018, di concerto con gli organizzatori del festival, ho pensato di dar vita a un progetto che coinvolgesse i migliori scrittori nati in Umbria, o che ci vivono. E bastava guardarsi intorno per capire di cosa avrei voluto che scrivessero: migranti.
Ho fatto un po’ di telefonate, ho raccolto una dozzina di adesioni tra donne e uomini che hanno pubblicato con editori e riviste di livello, ho dato a tutti due parole chiave da cui partire: migranti, appunto, e Umbria. L’avvertenza era che avrebbero potuto declinarle in qualsiasi modo avessero creduto opportuno.
A me interessava che insistessero sul senso di sradicamento di chiunque, per una ragione o per l’altra, si trovi a vivere dalle nostre parti. Non solo e non per forza migranti africani o mediorientali o asiatici, non quelli che ci vengono raccontati quotidianamente dai media italiani con grande profusione di retorica e drammatizzazione. Io stesso avevo appena scritto un romanzo, uscito poi nell’ottobre del 2018, sul tema.
Il risultato è andato forse oltre le mie aspettative: in quest’antologia, presentata al pubblico del Corciano Festival nell’agosto dello stesso anno prima ancora di diventare il libro che grazie all’editore Aguaplano sarebbe finito nelle librerie nel giugno del 2019, ci sono storie di ogni sorta. Migranti africani, migranti europei, migranti italiani. Di tutto. Le presentazioni organizzate tra estate e autunno di quest’anno stanno funzionando molto bene, adesso abbiamo anche adottato la formula del reading, e tra gli autori si è creato un affiatamento reale, di cui sono onestamente felice.

Tredici autori – tra l’altro lei è anche autore di un racconto – per tredici storie: qual è il possibile filo conduttore e quali sono i possibili legami fra una storia e l’altra?
Esistono due piani diversi in cui si possono ravvisare questi legami. Uno, inevitabile, di carattere generale: il mio mandato era ampio ma allo stesso tempo imponeva di concentrarsi, come dicevo prima, sul senso di sradicamento e di straniamento con cui ha a che fare chi si ritrova a vivere lontano dal posto in cui è nato e cresciuto. Una condizione che sotto certi aspetti accomuna il richiedente asilo gambiano e il professore di italiano meridionale che oggi condividono magari la stessa città umbra. L’altro piano fa riferimento al dettaglio, ai piccoli snodi delle nostre esistenze: nei diversi racconti tornano gli stessi luoghi, gli stessi tranci di pizza al taglio, certe volte persino le stesse case e le stesse persone. Questa era solo una possibilità, e si è concretizzata.

In un’inchiesta di non molti anni fa, erano definiti come “nuovi umbri” tutti quelli che avevano scelto di vivere in Umbria come terra per studiare, lavorare o cercare uno stile di vita più “umano”. Quanto resta di questo modello?
Qualcosa resta, ma non so per quanto resterà. L’Umbria è una terra in difficoltà, dal punto di vista economico, sociale e culturale. Il terremoto politico che si è verificato negli ultimi anni è l’esito di un processo che parte probabilmente da lontano, ma che ha avuto un’accelerazione formidabile e forse decisiva dopo l’inizio della crisi del 2007/2008. Io sono nato a Perugia, dove ho vissuto la gran parte dei miei quarantuno anni, anche se non ho mai dato per scontato di doverci vivere a lungo. Se fino a qualche anno fa mi pareva comprensibile che qualcuno ne facesse la sua città d’elezione ora fatico un po’ di più a capirlo. A questo posto, e all’Umbria in generale, è successo qualcosa di brutto, a volte ho l’impressione che siamo diventati come certe valli alpine in cui tutti si imparentano con tutti, col risultato di generare figli sempre più intontiti. Dal punto di vista culturale, fatte le dovute eccezioni, siamo tutti consanguinei che si accoppiano senza guardare oltre Orte o il Trasimeno.

Non posso non pensare ai recenti risultati elettorali in Umbria e al tema da lei proposto. Quanto conta oggi in Umbria la paura del diverso, l’ostilità verso lo straniero e così via?
Conta. Non so quanto, ma ho intenzione di provare a scoprirlo. L’Umbria impoverita dalla crisi è un’Umbria inevitabilmente spaventata e incattivita, come lo è l’Italia intera. La cultura dell’accoglienza si è sfarinata: la classe media si sente in pericolo e non vuole rinunciare ai propri privilegi e alle proprie rendite di posizione, che non di rado è difficile distinguere dai diritti e dalle condizioni di benessere legittimamente acquisiti. Temo che sia il lascito di una gestione del potere che, soprattutto in questo primo scorcio di secolo, ha mirato più alla conservazione del potere stesso che al consolidamento di un’idea di società realmente progressista. Perlomeno su larga scala – perché, pure qui, le eccezioni virtuose esistono – la ricaduta è stata questa. La sinistra in Umbria ha fallito per questo, non per qualche concorso truccato all’ospedale.

Da un punto di vista più generale questa sembra davvero essere un’epoca di transizione in cui le nostre categorie interpretative, in special modo quelle ereditate dal “secolo breve”, non sono più in grado di fare presa sulla realtà. Partendo dal titolo dell’antologia, non saremo chiamati a rivedere l’idea stessa di “casa”, patria, lontananza, vicinanza, cittadinanza e così via?
Io con l’idea di appartenenza nella mia vita ho sempre fatto a botte. Con quella di patria ancor di più. Pensavo che il mondo occidentale potesse andare nella direzione del superamento della necessità di certi riferimenti. Mi riferisco in special modo ai nazionalismi, ai campanilismi. Invece la crisi ha portato tutti ad arroccarsi, anche grazie a politicanti che hanno soffiato sul fuoco per riscuotere consenso facile a fronte della mancanza assoluta di ricette per intervenire laddove sarebbe necessario: per ridurre cioè le diseguaglianze che albergano nelle nostre società. Allo stesso tempo, è vero, rispetto a vent’anni fa grazie alla tecnologia certe distanze sono state letteralmente annullate. Comunicare tra Vienna e Chicago in poco meno di un secondo, come cantava De Gregori quarant’anni fa, è scontato, naturale, è la norma. Che ce ne facciamo, quindi e a maggior ragione, di una casa e di una patria, noi che viviamo nelle società del benessere? Altro discorso vale per chi vive nel Sud del mondo, e che da casa sua se ne vuole andare, e solitamente a malincuore, per poter avere accesso a nuove opportunità. Il loro diritto di andarsene è sacrosanto e fondamentale, noialtri abbiamo il dovere di farci più stretti e di ripensare al nostro modello di sviluppo per accoglierli, sempre e senza distinzioni frutto delle nostre sovrastrutture storiche e giuridiche.
Antonio Fresa

Racconti sono dell’antologia sono di:
Pierpaolo Peroni, Giovanni Pannacci, Riccardo Meozzi, Caterina Venturini, Chiara Santilli, Stefano Baffetti, Gianni Agostinelli, Paola Rondini, Eugenio Raspi, Pasquale Guerra, Giovanni Dozzini, Antonio Senatore, Marija Strujic.

a cura di Giovanni Dozzini
A casa nostra, lontano da casa
Aguaplano, 2019
Pagine 120; € 13,00

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