A lezione di teatro da Massimo Popolizio

Massimo Popolizio
history 19 minuti di lettura

Non c’è niente da fare, allo streaming preferisco il dialogo con gli attori. È attraverso questo dialogo che ogni volta riscopro la magia del palcoscenico. Ascoltando le parole degli artisti, la loro intelligenza, la loro passione, riesco a ritrovare quella finestra sul mondo che per me è il teatro. Capisco chi porta il teatro in televisione. Ma specchiarsi nel piccolo schermo, giocando col cellulare, con le interruzioni di un cane affettuoso, interrotto dalla vecchia mamma che si alza a prendere le pillole, o dal citofono che squilla, non è quell’immersione nel vero, nel bello, nell’arte, che il teatro mi consente. Senza contare poi il rito della preparazione che conduce a condividere un qualcosa che fa sentire meno soli, ma partecipi della vita della collettività.
Il teatro dal vivo fa sentire parte di una collettività. Allora ben venga la generosità con cui artisti come Massimo Popolizio si concedono all’intervista e mi parlano del loro mondo.
Massimo Popolizio conosce quel mondo, ne parla con toni ironici, caustici, e finalmente splendidamente “scorretti”. Ma si tratta di una “scorrettezza” che solo può concedersi chi preso da grande amore ne rivendica professionalità e rigore, rigettando la retorica.
Quale modo migliore di inaugurare il 2021 se non quello di dare voce a uno dei protagonisti del nostro tempo? Massimo Popolizio.

Massimo Popolizio Un nemico del popolo
Massimo Popolizio. in Un nemico del popolo.
Foto Giuseppe Distefano

Chi è massimo Popolizio?
Alla domanda Popolizio ride con una risata che imparerò a conoscere durante l’intervista. È una risata aperta, vivace. È una punteggiatura che inframezza e sottolinea le parole.

Un uomo che si guadagna da vivere con il teatro e con il cinema, facendo l’attore.
Ho iniziato che avevo diciotto anni. Massimo Popolizio è un uomo che soprattutto lavora in teatro e che adesso è costretto a fare i conti con la vita, perché è da un anno che non si lavora. Fondamentalmente è la prima volta che sto tanto fermo dopo quarant’anni.
Non ho mai vissuto realmente, e quindi per la prima volta mi trovo a fare i conti con la vita.
Ti ringrazio per l’onestà di questa risposta. Dalla risposta noto che hai quasi sussurrato cinema, e ti sei definito uomo di teatro. Come sei arrivato al mestiere di attore. Io uso istintivamente la parola mestiere. È un mestiere o un’arte o un mix di entrambi?
È un mestiere che può diventare anche un’arte. Fondamentalmente sconsiglio di prenderla subito come arte. Di artisti ne ho conosciuti, ma non è che sono così tanti. Di attori ce ne sono tantissimi di artisti pochi. Si può anche diventare artisti. Non credo che si nasca artisti. Magari qualcuno c’è nato. L’arte è anche frutto di applicazione. Simenon che è un grande artista scriveva tutti i giorni. Si impara a scrivere, si impara dipingere, si impara a suonare, si impara a recitare. Quindi nessuno nasce imparato. Pian piano si capisce quello che non si deve fare, si copia, si ruba agli altri. E soprattutto, recitare è una cosa che fai insieme agli altri.
Come arrivi al mestiere di attore?
Nasco da una famiglia normalissima. Eravamo quattro figli. Non andavo a teatro normalmente, ci andavo con la scuola. Però sapevo che dovevo andare via da casa. Ho avuto la fortuna di avere un gancio per andare via ed era una cosa di teatro. Prima c’è stata la parrocchia, poi è diventato il festival dell’Unità, suonando i mandolini, le tamorre, le chitarre. Poi ho avuto la fortuna di conoscere delle persone che facevano teatro e ho fatto l’esame all’Accademia. Prima di fare l’accademia ho fatto ben altro. Ho recitato in tutti i teatri off di Roma, ma avevo 15 anni. Poi ho fatto l’esame in accademia ed ho avuto fortuna. Perché il mestiere si fa anche con gli incontri.
Caso e fortuna hanno un ruolo importante. I Greci lo chiamavano destino.
Sì, destino. Certamente. Fortuna anche. La fortuna conta molto. Sì credo molto nel destino. Credo molto che alcune cose possano accadere e altre no. Anche se tu ti ostini a farle accadere poi non accadono. All’inizio non sapevo neanche bene che cosa fosse il teatro. L’ho capito molto tempo dopo, veramente molto tempo dopo. In accademia ho avuto la fortuna di incontrare altre persone. Ho conosciuto Ronconi per il saggio del terzo anno. Io non ho fatto il terzo anno. Abbiamo fatto uno spettacolo invece che il terzo anno. Quindi, a 21 anni ho conosciuto anche che cosa fosse fare una tournée, quella vera. Quella in cui mangi gli spinaci bolliti in stanza perché non hai i soldi, perché i soldi della diaria sono pochissimi, al minimo sindacale, come per tutti i ragazzi. Abbiamo cominciato tutti così. Quindi, ho fatto quello che dovevo fare.
Tu sei attore, doppiatore, regista, fai cinema e teatro. Hai una personalità artistica poliedrica. Se tu dovessi scegliere tra cinema e teatro che cosa sceglieresti e perché? Ma è possibile scegliere o sono soltanto due risvolti della stessa medaglia? E se differiscono in che cosa differiscono?
Difficilmente scegli. Puoi dare un indirizzo ma non è che scegli. Perché se poi ti capitano delle cose belle al cinema le fai. Se ti capitano delle cose belle a teatro le fai. Noi siamo scelti. Gli attori sono una categoria che viene scelta. Anche per quelli che dicono scelgo io perché decido io, non è così. Chiaramente le zozzerie non le fai. È facile scegliere tra una zozzeria e una cosa bella. Tra due cose normali è difficile scegliere. Tra due cose belle è difficilissimo.
A questo punto della mia vita mi piacerebbe fare più cinema perché di teatro ne ho fatto tantissimo. E il teatro non sta passando un bel momento. Non solo per via del covid.
Per quanto riguarda la differenziazione la prima che mi viene in mente è che a teatro la bravura non si vede una volta sola. La devi vedere tutte le sere. Soprattutto ti deve venire voglia tutte le sere, anche se stai male, anche se il teatro è freddo, anche se ti è morto papà devi recitare. E devi costruire un percorso ogni sera. Quindi la questione è molto più complessa. Anche dal punto di vista fisico, di fatica.
Il cinema è un pochino più facile da questo punto di vista. La prima differenza è questa, che il teatro è un mezzofondo. Il cinema è una corsa veloce.
Hai parlato di fatica. Quanto è importante il corpo nel mestiere d’attore?
A teatro, nel tuo essere in scena, il corpo è la prima cosa che vedi. Al cinema puoi anche non vederlo e ti dicono che devi avere una bella faccia, mica che devi avere un bel corpo. A teatro il corpo è quello che vedi di più. È quello che ha un suo peso specifico, a prescindere da tutto. Il peso specifico che ha in teatro è qualcosa che anche impari. Ma c’è qualcosa che porti prima di imparare, c’è qualcosa che appare in scena. Quando tu appari in scena accade qualcosa.
Ci sono attori bellissimi in scena e non sono così belli nella vita. Sono molto più belli in scena che nella vita. Hanno una luce, qualcosa che li differenzia dagli altri, una specie di energia. E questa è una cosa che non si impara. È qualcosa che si ha. Chi è fortunato ce l’ha.

ragazzi di vita pasolini popolizio
Ragazzi di vita di Pier Paolo Pasolini .Drammaturgia Emanuele Trevi e regia Massimo Popolizio.
Foto di Achielle Le Pera

Quando affronti un nuovo lavoro come procedi nella preparazione del corpo, nella costruzione del personaggio?
Sappiamo tutti che ogni personaggio dovrebbe camminare in modo diverso, o che ha un atteggiamento diverso, uno sguardo diverso. È chiaro. Però poi quando arrivi che ne hai fatti 50 di personaggi il tuo corpo diventa come d’impaccio. Le cose sono due. O il tuo corpo assomiglia al personaggio che devi fare, oppure sta bene con le parole che devi dire a voce alta, non ti senti in imbarazzo, ti muovi con grazia. Non con grazia a prescindere, ma con la grazia che hanno bisogno quelle parole, che hanno bisogno quelle frasi. Se non lo è devi cercare di risolvere questo problema. Ogni metodo e ogni trucco è ben accetto.
È quello che insegno in accademia “Ragazzi quella che comanda è l’immaginazione”. Bisogna immaginare qualcosa che non c’è. Quindi, costruirla, crearla. Puoi usare te stesso, i tuoi dispiaceri, le tue paure, le tue forze, il tuo punto di forza, anche il tuo punto debole. Ho lavorato con Ronconi. Con lui si lavorava molto di più sui punti deboli che sui punti forti. Ti metteva di fronte alle cose che non funzionavano. Con lui dovevi da solo cercare una soluzione a ciò che non funzionava. E si passava sempre attraverso una crisi. Penso che si stia meglio quando si passa una crisi. Dopo, il giorno dopo, quando hai passato quella crisi stai meglio, hai più forza.
Non vale dire sempre “Che meraviglia, abbiamo fatto una gran bella cosa, siamo fichissimi, che bello sì”. Tutta questa retorica del teatro, il dire che tutto è meraviglioso a teatro, negli ultimi anni l’ha ucciso.
I corpi delle persone disabili possono avere uno spazio al cinema e a teatro?
L’hanno avuto. Ce l’hanno. Io personalmente sono un po’ imbarazzato quando un corpo di un disabile, o di altre menomazioni, o di gente che sta male, viene usato per fare spettacolo. Questa mi sembra un po’ un’ipocrisia. Ecco. Non mi piace molto.
Se è funzionale a ciò che c’è nella scrittura del testo chiaramente sì. Io ho doppiato un film con Daniel Auteuil dal titolo L’ottavo giorno. In cui lui era molto arrabbiato e poi conoscendo un ragazzo down cambia il suo atteggiamento verso la vita. Quindi, figurati…
Diffido un po’ quando queste cose vengono usate un po’ come moda. Ci sono registi e registe che mettono esclusivamente in scena persone con problemi. Quindi, diventa proprio una cifra stilistica, un modo proprio di esprimere la propria arte. Di questo un po’ di diffido ma a molti piace. Le disgrazie degli altri hanno sempre un appeal sulle persone.

massimo popolizio
Massimo Popolizio. in Un nemico del popolo.
Foto Giuseppe Distefano

L’anno scorso hai portato al Piccolo di Milano la pièce Un nemico del popolo con la brava Maria Paiato nei panni del il sindaco Stockmann. La pièce tocca temi importanti: il rapporto tra fratelli, la costruzione del nemico, la criminalizzazione della verità, il bisogno delle masse di essere manipolate. Credi che in questi tempi di pandemia stia avvenendo qualcosa di simile?
Quello è un testo. Sono temi che tocca quel testo. Poi li abbiamo fatti un po’ lievitare. Abbiamo impastato bene e sono lievitati. Esistevano a prescindere dalla pandemia. La pandemia è stata una sorta di lente d’ingrandimento. Il covid ha ingigantito i problemi, ha ingigantito ciò che non va, le ingiustizie, le disuguaglianze. Secondo me ha bruciato anche tanti neuroni in giro.
In questo paese c’è sempre stata un’alta percentuale di stronzi, però in questo momento sono decuplicati. Certo uno non vuole vivere con cose che non vanno. Ma adesso, in questo momento, c’è una stupidità impressionante. Nel nostro campo la cosa è deprimente. Come quando tutti pensano che lo streaming sia la soluzione.

Grazie.
Il mio è un grazie perché finalmente sento un uomo di teatro esprimersi in modo politicamente “scorretto”. Ma se la “scorrettezza” è questa, Viva la “scorrettezza”.

Ma questo viene anche dal nostro ministro. Tu puoi criticare la ministra Azzolina. Ti può piacere o non piacere. Ma sta lottando per aprire le scuole. Il ministro dell’ambiente non lotta per chiudere i parchi nazionali ma per fare di più. Noi abbiamo un ministro della cultura che è garantista probabilmente. A cui questo ruolo di ministro della cultura veramente sta stretto. Forse lo odia. Studia probabilmente per diventare presidente del consiglio, per diventare politicamente più importante. La prima cosa che ha fatto è stata quella di chiudere i teatri.
Oggi alle cinque devo fare una cosa in cui c’è qualcuno che suona un flauto. Ma ti rendi conto che io devo mettere del plexiglas perché uno suona un flauto. Ma ti sei domandato mai se in un ristorante i camerieri si toccano? I camerieri nei ristoranti si toccano, si passano i piatti. Noi in palcoscenico non ci possiamo toccare. Ma ti pare l’ipocrisia più stupida del mondo? È qualcosa di puramente stupido.

Qui la voce di Massimo Popolizio trasforma quella domanda in un pezzo di teatro avvincente, per il modo in cui modula agli accenti, le pause. Sì. La cosa sembra molto stupida anche a me. Quanto mi manca il teatro dal vivo. Popolizio se la ride, come ride quando sottolinea un’affermazione, una battuta. Quella risata rende ancora più caustica la domanda.

Quella che ti ho raccontato è una delle cose più banali che stanno accadendo. Ce ne sono veramente tantissime altre. Ciò che voglio dire è che il covid è una specie di lente d’ingrandimento che ha ingigantito i problemi che già esistevano.

La politica oggi sta compiendo un omicidio preterintenzionale o colposo nei confronti del teatro?
Io non sono di quelli che dicono che bisogna aprire a tutti i costi. No assolutamente. Chiaramente se bisogna chiudere bisogna chiudere. Però vorrei avere una visione. Vorrei avere un programma a lungo termine. Che facciamo, apriamo a Marzo? Non si sa. Ad aprile? Non si sa. Ad ottobre prossimo? Non si sa. Che succede agli spettacoli che nel frattempo sono sospesi. Gli diamo 3000 euro e siamo tutti contenti? Ma sì diamo 1000 euro a quelli che stanno sotto i 50.000 euro di reddito e ci siamo tolti il capriccio. Oppure quattordici milioni di euro. Sono stati dati fondi a centri di produzione improbabili. Ma va bene. Così diciamo che abbiamo pagato e siamo tutti contenti.
Io mi pongo il problema non solo per chi lo fa il teatro, ma anche per chi lo vedeva.
Non hanno capito che chi andava a teatro, ai concerti, al cinema era la parte migliore del paese. La parte più innovativa, quella che aveva la testa aperta. Quella che poteva emanare un pensiero critico, un pensiero innovatore, poteva inventare delle cose. Quella è la parte buona del paese. A quella parte lì è stato detto non rompete i coglioni, State a vedere Netflix. Se vi va bene vedete lo streaming. Cioè, non c’è niente che possa andare oltre. Non c’è una visione. Nessuno alza un dito dal punto di vista intellettuale, dal punto di vista culturale. Questa parola cultura è diventata una specie di scudo enorme: la cultura, noi della cultura. Poi quando vedi certe schifezze dici “Forse è meglio rimanere chiusi”. Perché si. Perché forse ce lo meritiamo.

Non riesco a trattenermi dalle risate. Riconosco che è vero piacere ascoltare le dichiarazioni di Massimo Popolizio. Riesce ad essere vero, lo fa con stile e ironia

Seguendo le stagioni teatrali trovo che ci sia tanta qualità così come ci sono anche tante cose brutte. Forse gli spettatori dovrebbero tornare a fischiare per esprimere la propria disapprovazione.
Devi riconoscerla. Chi comanda deve riconoscere la qualità, farla crescere, dargli concime, lì dove serve, non buttandolo così a pentolate dando a tutti. Bisogna sfuggire da una prospettiva in cui uno è uguale a uno, dove siamo tutti uguali, dove lo streaming è tutto uguale, dove le cose che si fanno in televisione sono tutte uguali. Non è vero, non è così.
Trovo il teatro in streaming molto triste. Assomiglia al caffè di cicoria che si beveva durante la guerra. Non è caffè.
No. È più brutto. È questione che per fare teatro in televisione non basta riprendere qualcosa. Non funziona così. Abbiamo capito che anche gli spettacoli belli in televisione sono brutti. Perché non è il suo mezzo. Non funziona così. Bisogna studiare qualcosa perché quella cosa venga in televisione. Probabilmente non bisogna recitare così. Probabilmente non servono quattro macchine, che con un solo punto di vista riprendono dai palchi mentre fai una cosa in un posto. Non funziona così il teatro.
Pensi che i due linguaggi potrebbero avere una commistione? Credi che per farli incontrare occorra molto studio e molta preparazione?
Ti porto un esempio. Il barbiere di Siviglia di Mario Martone ha funzionato. Ha funzionato per molti motivi. Per motivi che non dipendono da Mario, e che sono un bellissimo cast, la scelta di un’opera che è facile e bellissima. Funziona soprattutto perché quel signore oltre a fare teatro ha fatto cinema. Quindi, sa che cos’è un’inquadratura. Sa che cos’è un punto di vista. Sa che cos’è un campo e controcampo. Quindi ha usato le macchine della Rai esattamente come se facesse un film all’interno di un teatro. L’uso dello spazio è stato fondamentale. Un attore, un bravo regista di teatro, sanno che cos’è lo spazio e sanno come funziona. Martone ha inventato qualcosa che stava benissimo all’interno del Teatro di Roma vuoto. Non è stata la stessa cosa con l’apertura della Scala di Milano
Mario Martone ha portato Il barbiere di Siviglia in televisione?
L’hanno registrato per la televisione, per Rai cinque. Quindi è un’opera che ha funzionato.
Se in teatro tu vuoi fare qualcosa di realistico, o naturalistico, cioè entrare con le macchine dentro una stanza e vedere due attori, tre attori, quattro attori, che parlano di un tema, ti devi chiedere qual è dal punto di vista drammaturgico la drammaturgia che più ti consente di fare questa roba. È quella anglosassone. Dove molto molto spesso i testi assomigliano a delle sceneggiature di un film. Poi ci sono altre drammaturgie che non possono essere trattate dentro una stanza. Hai bisogno di altre cose. Ci vuole immaginazione, bisogna inventarle, ma non solo questo. A volte ho messo in scena dei libri. Ed è chiaro che si può inventare la struttura di un libro all’interno di un teatro vuoto. Ma bisogna saperlo fare. Non basta dire che se po’ fa. Bisogna anche saperlo fare.

Bellissimo il romanesco di Massimo Popolizio. Intrigante la sua capacità di toccare le stelle per poi tornare subito dopo a usare un linguaggio comprensibile da tutti.

C’è tanta gente che fa teatro, ma in realtà quelli che lo possono fare veramente non sono poi così tanti.

È un periodo di crisi. È un periodo di pandemia. I teatri sono chiusi. Questa pandemia sfoltirà tantissimo attori, teatranti e maestranze. Chi sopravvivrà?
No. Non è vero. Prolifereranno. Sono molti di più. Questa pandemia ha dato la patente per poter fare qualsiasi cosa. Non importa come la fai, basta che fai. Perché se fai dimostri che sei contro la pandemia. Le abbiamo viste le trasmissioni sul teatro. Succede qualsiasi cosa. Puoi fare qualsiasi cosa legittimato dal fatto che stai lottando contro la pandemia.
È una prospettiva che non avevo mai preso in considerazione.
Poi chiaramente ci sono molti attori fermi. Ma questo non vuol dire. In realtà i teatri nazionali stanno provando tutti per non andare in scena. Provano. Ma se provi per non andare in scena significa che quello spettacolo deve costare molto poco. Quindi, per provare e costare molto poco deve essere fatto da ragazzi. Mai come adesso i ragazzi lavorano. I ragazzi costano poco.
Il problema del teatro sono gli attori da cinquanta in su, che si sono quasi estinti in questo paese.
Attualmente ci sono tante compagnie tutte di ragazzi, il che per l’amor di Dio va anche bene. Ma il teatro non è un fatto generazionale. Io ho avuto fortuna. Ronconi è stato anche mio padre. Ma sai quanti zii ho avuto io? Le Melato, le Guarnieri, i Graziosi, i Corrado Pani, Orsini… di tutto.
Ho avuto tante persone più grandi da cui ho imparato.
La pandemia ci impone la necessità di confrontarsi con la nostra fragilità, con la morte. Come possiamo farlo? Come possiamo superare la congiura del silenzio attorno alla morte?
Perché fai teatro? Fondamentalmente per allontanare il pensiero della morte. Il teatro è qualcosa che non ti fa pensare alla morte, anche pensandoci, anche lavorando sulla morte, anche morendo tante volte in scena, anche facendo personaggi drammatici, uccidendo un figlio, uccidendo un marito. Quindi, in questo momento i teatranti di una certa età, tutti quelli un po’ più veri, vivono un momento di depressione proprio per questo. Il teatro in fondo, almeno per quanto mi riguarda, È un modo per non vivere, o per vivere vivo in un altro mondo. Poiché se eri così risolto nella vita probabilmente non facevi l’attore. L’attore è sempre qualcuno che ha qualcosa di irrisolto, una disperazione interna, delle paure, delle angosce.
Tu di che cosa hai paura? Sei una persona risolta?
Ma no. Certo che non sono una persona risolta. Non lo sono, e molto spesso il teatro è un antidoto a questa roba. Un antidoto alla bruttezza della vita reale. Perché essere un inquilino, pagare le bollette, fare una riunione di condominio, è orribile. Non è brutto. È orribile.
La vita come c’è stata presentata ultimamente è terrificante. Poi certamente ci sono dei pezzi bellissimi nella vita. Ma io credo che l’unico appiglio esistente a cui possiamo fare riferimento non avendo il teatro è la natura. Penso che sia veramente l’ultima salvezza che c’è rimasta. Quando sento di foreste bruciate, delfini uccisi, balene spiaggiate, è un po’ come se mi dicessero che parte dell’umanità sta finendo.
Qual è il tuo rapporto con la morte. Pensi che il rapporto con la natura possa presentare uno strumento da contrapporre al modello religioso, al modello medico, al loro modo di affrontare la morte?
Io ho terrore della morte, ho terrore degli ospedali. Ho sempre avuto molte difficoltà ad andare ai funerali. Quando sono mancati i miei non sono riuscito a vederli. Ho veramente un grande problema personalmente. Poi è chiaro che tutti noi stiamo a delle regole mediche, stiamo a delle leggi dello Stato per sopravvivere. Nel nostro piccolo, nel mio personale, io penso a migliorare nei limiti del possibile il mio rapporto con il naturale, che non è soltanto fare la differenziata. Perché così non ti accorgi che cos’è un albero. Io ho una casa fuori in campagna e cerco nel mio piccolo di migliorarla. Non soltanto internamente. Cerco di migliorare dal punto di vista del paesaggio ciò che mi è stato regalato. Sto molto attento. Vado a pulire. Se c’è un televisore, delle gomme, che qualche disgraziato butta nei campi cerco di toglierli. Cerco di curare delle querce. Cerco di piantare degli ulivi, cerco di migliorare la terra. Ma questo lo faccio perché mi fa bene. E penso che possa fare bene a molte persone.
Vuoi aggiungere qualcosa d’altro?
Sì. Forse che tutto quello che ho detto, quello che vorrei dire, dovrebbe essere scevro dalla retorica. Perché se c’è qualcosa che ci è proprio nemico in questo momento, sia dal punto di vista culturale, come attori, sia dal punto di vista più generale, è la retorica.
La retorica in questo momento è veramente insopportabile, e non ci fa vedere le cose come stanno.
C’è spazio nella nostra cultura per la poesia?
Oggi più che mai. La narrativa è qualcosa con cui faccio più fatica. Però se mi rileggo delle poesie mi confortano. Leggere dei versi, i versi stessi, in questo momento particolare della nostra vita, e penso ad Alfieri ma anche Shakespeare, fanno sentire che sei in un ritmo giusto.
I versi non sono una cosa vecchia. Penso che siano una cosa estremamente contemporanea.

Gianfranco Falcone

 

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