Abruzzo: l’ambiente minacciato nella Regione Verde d’Europa

Bussi sul Tirino area industriale ambiente
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Tre parchi nazionali, 130 Km di coste, 38 aree protette, i tre più alti massicci della catena dell’Appennino, una declinazione interminabile di colori, corsi d’acqua, laghi e bellezze naturali fanno dell’Abruzzo  un’icona dell’ambiente. Questa vocazione di particolare attenzione alle bellezze naturali è anche, e non poteva essere diversamente, ben evidenziato nell’articolo 9 dello Statuto Regionale che dal 28 Giugno 2006 ne definisce, con il dovuto rigore, lo spirito e le regole affermando che «La Regione protegge e valorizza il paesaggio, le bellezze naturali, l’ambiente, la biodiversità e le risorse genetiche autoctone, l’assetto del territorio e il patrimonio rurale e montano, garantendone a tutti la fruizione; fa sì che le fonti di energia, le risorse e i beni naturali siano tutelati e rispettati; promuove l’integrazione dell’uomo nel territorio; promuove e garantisce la cultura, il rispetto ed il riconoscimento dei diritti degli animali, come previsti dalle convenzioni internazionali e dalla normativa comunitaria; assicura il carattere pubblico dell’acqua, quale bene comune dell’umanità, appartenente a tutti gli organismi viventi, anche a garanzia delle generazioni future.».

Questo negli intenti ma, come ben sottolineavano in Stairway to Heaven Robert Plant e Jimmy Page in Led Zeppelin IV non si può essere sicuri che tutto ciò che brilla è oro. E infatti, si deve rilevare, che proprio nella Regione che ha fatto finanche nel suo slogan più rappresentativo la bandiera dell’attenzione all’ambiente, al territorio ed alla salute, si sia realizzato uno dei disastri ambientali più gravi degli ultimi tempi: l’avvelenamento delle falde acquifere nel sito di Bussi sul Tirino che hanno in qualche modo interessato una popolazione pari alla metà dell’intero Abruzzo.

Come se questo non bastasse altri pericoli incombono seriamente tanto da richiamare a protestare migliaia di abitanti di questa Regione che sono ripetutamente scesi in piazza numerosissimi ed in modo colorito al grido di No Ombrina e sulle note de La canzone del sole eletta a loro inno.  Il No ad Ombrina è l’opposizione al pericolo delle trivelle nel tratto costiero più rappresentativo e pluripremiato dalle bandiere Blu dell’Adriatico: la costa dei trabocchi.
A questi disastri, uno realizzato, l’altro, per fortuna ancora ipotetico, si sono accompagnate altre sciagurate decisioni che  hanno riguardato nel passato quanto adottato per la realizzazione della diga foranea a Pescara, che ha di fatto indotto l’accumulo di fanghi nel porto canale di Pescara tanto da renderlo, malgrado ripetuti dragaggi, non più navigabile.

Come primo intervento relativo alla situazione ambientale del suolo abruzzese ci occuperemo dei guasti procurati per la presenza degli scarti della lavorazione dei prodotti dai siti industriali di Bussi. Inoltre parleremo di quale sia la situazione dei percorsi giudiziari conclusi e… riattivati, di quale sia il “riscontro politico” di chi per anni, e tra i primi, ha denunciato quanto accadeva difendendo il territorio anche quando in pochi prestavano attenzione ai problemi ambientali.

Bussi discariche
Bussi sul Tirino, area delle discariche. Foto Augusto De Sanctis, 2013

Il problema causato da quella che sarà definita una delle discariche più grandi d’Europa si materializza dopo che nel 1982, per necessità di maggior captazione di acque dalle falde sottostanti, vengono aperti 8 pozzi aggiuntivi denominati  Sant’Angelo che, invece di essere posizionati a monte della zona, dove le acque sono ancora incontaminate, vengono aperti a valle, dove cioè le acque hanno già raccolto gli elementi nocivi contenute nei prodotti di scarto dell’insediamento chimico-industriale presente in quella zona ormai dagli inizi del XX sec. Si tratta di sito dalle straordinarie caratteristiche: una sorta di canyon che si apre sulla Valpescara dopo aver raccolto le acque provenienti dal fiume Pescara e del suo affluente Tirino dalle acque pregiate e da sempre dedicate all’itticoltura di acqua dolce con la presenza di allevamenti ad alta produzione di trote e gamberi. Nel sottosuolo di questi fiumi parte parallelamente una imponente falda acquifera che serve zone popolate anche da 700.000 abitanti che, inconsapevolmente, e per alcuni anni, hanno usufruito di acque contaminate da agenti cancerogeni, inquinanti, e varie sostanze tossiche in quantità esageratamente elevate ed inimmaginabili rispetto alle concentrazioni tollerate. Si troveranno ad esempio: mercurio, piombo, nichel, cloruro di vinile, tetracloroetilene, tricloroetilene, cloroformio. La zona interessata ha anche rivestito un ruolo importante dal punto di vista economico per aver dato, con l’insediamento industriale, lavoro e benessere ad una popolazione che ha quindi mostrato riconoscenza e rispetto, anche affettivo, all’insediamento. Sono forse dovute a queste condizioni alcune azioni intempestive che almeno in fase iniziale hanno consentito il ritardo delle denunce ed alcuni atteggiamenti omertosi atti a ”coprire” iniziative dagli effetti grossolani e risibili come il posizionamento di inutili filtri sulle condutture oppure il maldestro tentativo di miscelare le acque inquinate con quelle sane provenenti da captazioni a monte dell’insediamento. Ad ogni buon conto, il polo industriale, ha nel tempo cambiato proprietà e nel 2002 la Solvay acquisisce l’insediamento e si comincia a parlare di sottosuolo inquinato. Sembra quasi che si raccolga e si dia corpo alle innumerevoli voci dello stesso tenore che in modo “riservato” alcuni residenti nelle zone  ed addetti ai lavori lasciavano trapelare come appartenenti alla leggenda ed ai…”si narra” .

Bussi discariche sequestroBussi sul Tirino, area sotto sequestro. Foto Augusto De Sanctis, 2013

Che non si trattava di favolette, ma di reali e gravissimi fatti assimilabili a disastro ambientale si inizia a parlare quando autonomamente il Prof. Croce, dipartimento di chimica della facoltà D’Annunzio di Chieti,  conduce delle analisi dai risultati incredibili per la loro gravità. Anche in questa circostanza si parla di errore di esecuzione delle analisi per probabile utilizzo di materiali “sporchi”?! Ormai il processo di denuncia è inarrestabile: vengono eseguite analisi da laboratori certificati dai risultati inconfutabili; intervengono le associazioni ambientaliste ed il WWF con il suo referente per l’acqua Augusto De Sanctis; interviene con i primi sondaggi del terreno il Corpo Forestale; iniziano ad occuparsi del problema testate giornalistiche nazionali; viene realizzata da Report e da Milena Gabanelli,  una storica, per l’Abruzzo, trasmissione denuncia.
Vengono presentate interrogazioni circostanziate dal consigliere Maurizio Acerbo del PRC che legherà gran parte della sua attività politica alla denuncia ed alla risoluzione del problema inquinamento di questo sito ormai da tutti definitobomba ecologica. La scelta di Acerbo  di dedicarsi anima e corpo a questo problema, se da una parte lo ripagherà intimamente per aver ottenuto ragione dalle sue denunce anche se a posteriori, dall’altra parte sancirà anche la sua sconfitta nelle ultime elezioni regionali: non sarà rieletto e sarà ricompensato solo da una manciata di voti proprio nelle zone che avrebbero dovuto meglio comprendere e supportare la sua azione politica di denuncia. Incomprensioni della politica oppure immaturità dell’elettorato? Ognuno potrà dare la propria risposta e magari trovare una soluzione palliativa al quesito senza però riuscire a capire quali dinamiche si attivino a certi livelli.

Tornando alla bomba ecologica di Bussi l’attività su di esso è ormai incentrata sul fronte giudiziario ed un primo passaggio si è concluso per i 19 imputati tra ex dirigenti, ex tecnici ed ex amministratori della Montedison. La Corte d’Assise di Chieti ha assolto tutti per prescrizione del reato che è stato derubricato da disastro doloso a disastro colposo in quanto i fatti andrebbero fatti risalire agli anni 90. A questo procedimento però se ne è dovuto subito aprire un altro sul presunto reale condizionamento di alcuni giurati impegnati nella sentenza.
Si è proceduto dal 2007 alla chiusura dei pozzi inquinati e successivamente alla prima attività di messa in sicurezza attraverso la necessaria copertura provvisoria della discarica.
Siamo quindi giunti ai giorni nostri con la recente visita della presidente Boldrini al sito con tutte le cronache che riportano della sua incredulità dopo aver preso visione diretta di quanto accaduto. Anche il M5S è particolarmente attivo con innumerevoli iniziative al riguardo.
In ultima analisi si è anche alle prese con la necessità di individuare somme importanti per la realizzazione di un  ”sarcofago alla Cernobyl”  che dovrebbe sancire la definitiva messa in sicurezza della discarica. Servirebbero somme dell’ordine di grandezza tra gli 80 e 100 milioni di euro. Saranno stanziati? Certamente, per sapere quali danni saranno stati apportati alle popolazioni che hanno utilizzato quelle acque, sarà necessario attendere del tempo ed i risultati di una sana indagine epidemiologica condotta in modo mirato e certosino. Nel frattempo anche la giustizia avrà fatto il suo corso definitivo.
Emidio Maria Di Loreto

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