Accogliere. Lucio Caracciolo e Andrea Riccardi in dialogo

Accogliere dialogo Caracciolo e Riccardi

È necessaria una maggiore intelligenza politica e culturale per affrontare la condizione degli presenti già nel nostro paese o che sono in procinto di raggiungerlo. Ne è convinto l'analista ed ex parlamentare Mario Marazziti, che in un recente volume ha provato a dimostrare «che un altro modello di è possibile ed è già iniziato nel cuore della Grande Contraddizione e del Grande Invecchiamento dell'Europa» [1]. Sul verbo “accogliere” si sono confrontati Andrea Riccardi, storico e fondatore della Comunità di Sant'Egidio, e Lucio Caracciolo, esperto di geopolitica e fondatore della rivista Limes, attraverso un dialogo dal titolo Accogliere. È evidente che da decenni gran parte del dibattito attuale, italiano e internazionale, ruota intorno a questo verbo sfaccettato, che non coinvolge solo i , ma riguarda anche le politiche inclusive dei singoli Paesi e il senso (o non senso) di alcune regole «preistoriche».

Accogliere è un verbo che esprime un modo di essere e di stare al mondo. Caracciolo avverte che il significato di questo termine non sia condiviso, anzi può essere interpretato in mille modi. Dal punto di vista della nostra umanità, «intendo della nostra costituzione umana come persone, è un gesto quasi spontaneo – toglierei il quasi: è amare nel senso più ampio della parola. Siamo esseri sociali. Amare, quindi accogliere, è parte della nostra struttura genetica e, in quanto italiani, del nostro ambiente culturale. Ma non tutti sono accolti allo stesso modo. E molti vengono rifiutati. Nel momento in cui accogliamo o rifiutiamo di accogliere lo straniero mettiamo alla prova noi stessi. L'idea che abbiamo di noi. L'estraneo che approda a casa nostra è spesso visto come una sfida al nostro paesaggio sociale e culturale». Ci obbliga al confronto con la nostra identità. Ci smaschera. Di fronte al migrante, «rischiamo di scoprirci stranieri a noi stessi. A quel che pensavamo di essere. Per questo ci piace classificarlo in figure definitive quanto approssimative: il nero, il cinese, l'afghano eccetera. Insomma, siamo all'essenzialismo più astratto».

“Accogliere o non accogliere?”: è una domanda primordiale, spiega Riccardi, che ogni uomo, ogni famiglia, ogni comunità si è sempre posta di fronte a coloro che vengono da fuori, spesso da lontano. La troviamo – ricorda – più volte nella Bibbia: «un passo decisivo è quando Abramo vide, nel deserto, nell'ora più calda del giorno, arrivare da lontano tre persone sconosciute. Si dirigevano verso la sua tenda, dove viveva con i suoi pochi beduini e con sua moglie Sara. Quando si vedono persone sconosciute venire da lontano, la prima domanda è: “Amici o nemici? Accogliere o difendersi?”. È una domanda primordiale, che si nasconde anche oggi, dietro le porte blindate, le recinzioni, gli allarmi di casa e via dicendo. Non solo una domanda verso lo straniero, ma più semplicemente verso l'estraneo. È anche la questione che interpella oggi le politiche dei vari paesi verso i migranti o i : accoglierli o difendersi? Saranno amici o nemici? In che senso determineranno il nostro futuro?».

Louis Massignon (1883-1962), arabista francese, allievo del padre Charles de Foucauld, in un discorso tenuto nel 1951 [2] dinanzi all'Organizzazione internazionale dei rifugiati, ebbe una preziosa intuizione, dal tono profetico, sulla figura del profugo e della sua «presenza permanente tra di noi». Una figura alla quale, secondo Massignon, bisogna dare un significato che riguarda i destini finali dell'uomo e dell'universo: «Il rifugiato è un elemento del sacro che la profanazione della nozione di ospitalità ci ha fatto dimenticare, a noi i civilizzati, quando la Bibbia l'aveva affermato come un dovere per il popolo di Israele e in seguito per i Cristiani». Il testo di Massignon è di una attualità impressionante. Ci saranno sempre dei profughi, considerati «l'ombra di Dio sulla nostra vita, un'ombra che ci appare spesso come il nemico, quest'ombra è nera, sporca, essa contamina attraverso tutte le epidemie, indesiderabile, persino incosciente dei nostri sforzi per salvarla. Nell'ambito del diritto internazionale, noi possiamo sperare solo che il profugo sia trattato come se fosse al di fuori delle categorie attraverso un particolare riconoscimento sovranazionale della sua presenza permanente tra di noi». Massignon dava addirittura un significato di tipo escatologico a questa “presenza permanente tra noi” scrivendo: «In questi tempi di progresso, di moltiplicazione dei mezzi di trasporto, il problema dei rifugiati pone una questione di geografia dinamica e non statica, un problema di mescolanza dell'umanità tendente verso la sua unità finale». E insisteva sulla “sovra nazionalità del pellegrino”, il fatto che la terra appartiene a tutti e a nessuno, ma in particolare a chi la abita, la lavora, la fa fruttare con rispetto e amorevolezza. Più laicamente e in altri termini, Donatella De Cesare ha osservato recentemente che «la disgrazia dei rifugiati, degli stranieri, dei migranti non è la mancanza della libertà, bensì l'assenza di una comunità. Essendo privi di una comunità, sono privi anche di ogni diritto. Chi è stato respinto verso i pericolosi bordi esterni, le temibili zone del bando, chiede un posto in una comunità». Conseguentemente la filosofa si chiede «se possano esistere comunità, non delimitate da frontiere nazionali, in cui sviluppare una politica dell'accoglienza» [3].

Alcuni rappresentanti politici, spesso per ragioni ideologiche e maliziose, attribuiscono alle migrazioni la responsabilità e la spiegazione univoca di cambiamenti epocali e di tutte le contraddizioni delle democrazie occidentali ed europee alla presa con il cambiamento e in tempi di crescita limitata. Cambiamento delle città e dell'equilibrio tra città, campagne e aree interne, cambiamento nella tenuta dei ruoli sociali, dei modelli di convivenza sociale, già sottoposti alle prove dell'inarrestabile – e sovranazionale – tecno-rivoluzione, del sostituirsi delle connessioni ai legami, della individualizzazione e frammentazione sociale e della contrazione dei corpi intermedi, dell'imporsi di nuove diseguaglianze, della crisi delle classi medie, della trasformazione e della perdita di potere contrattuale della forza-lavoro tradizionale. Cambiamento nei sistemi di welfare in affanno, in un contesto di prolungato rovesciamento della piramide demografica europea. Nella “società liquida”, piuttosto, secondo il parere di Mario Marazziti, «gli immigrati potrebbero essere parte della soluzione, a condizione di saper valorizzare quelle capacità di inclusione sociale e culturale che, sia pure tra molte contraddizioni, costituiscono un tratto caratterizzante ed irrinunciabile del modello sociale europeo uscito vincente dai totalitarismi del ‘900» [4]. Per questo è necessario, oltre alla valorizzazione dell'immigrazione, individuare e rafforzare un efficace modello di coesione sociale, riguardante soprattutto i percorsi di cittadinanza delle generazioni nate o cresciute in Europa, con particolare riguardo alla capacità di inclusione e di educazione alla cittadinanza dei sistemi di istruzione, o all'utilità di percorsi di educazione attiva alla cittadinanza che coinvolgano i giovani residenti, a prescindere dal possesso o meno dello status civitatis [5].

Tuttavia, se ci concentriamo unicamente sull'accoglienza allo straniero, che poi è il tema più evocato e sensibile quando si parla di questo argomento, operiamo – avverte Riccardi – un restringimento della visione dell'accogliere. Per Riccardi, «accogliere è un fatto fondamentale della vita a tanti livelli. È vita, perché ognuno di noi, da ragazzo o da vecchio, nell'insieme delle sue relazioni, accoglie gli altri o altri mondi nella sua vita. In fondo, una personalità si costruisce così. Un bambino è straniero nel mondo in cui nasce e progressivamente lo accoglie dentro di sé, crescendo e conoscendo, ma anche facendosi il suo spazio». In termini religiosi, l'inaccoglienza è incredulità e i Vangeli ci ricordano che sono molti quelli che non hanno accolto Gesù. Ma non è che un aspetto soltanto dell'alternativa: accoglienza o non accoglienza. «L'accoglienza è dinamica di crescita personale. Perché una città, una nazione la percepiscono come un pericolo? Addirittura, l'accoglienza può sembrare l'accettazione passiva di un'invasione nel nostro mondo: aprire ingenuamente la porta a chi vuole distruggere la civitas. In passato era il gesto dei traditori che avevano intelligenza con l'invasore. Ma alla fine non è quello che si pensa anche oggi rispetto a quanti sostengono che sia necessaria l'accoglienza verso i rifugiati, i profughi, gli immigrati che approdano alle coste del nostro paese o giungono per altra via?». Paolo VI diceva nel 1967: «Il mondo manca di pensiero». Oggi non abbiamo pensieri lunghi: il tema dell'accoglienza richiederebbe esperienze mature e un pensiero lungo che sa guardare oltre le contingenze presenti. I migranti non sono una marea che invade i nostri paesi, ma un'opportunità che va vissuta e gestita responsabilmente. Rappresentano tanti mondi, diversi tra loro per cultura, storia, religione, che s'incontrano con la realtà del nostro paese. Abbiamo già una consolidata esperienza per cui l'accoglienza va accompagnata all'integrazione.

Caracciolo contesta giustamente l'idea che l'identità sia qualcosa di fisso, determinato per sempre. Una forma di quel fenomeno «così tipico del nostro tempo che è la destoricizzazione del nostro modo di pensare e di studiare. Ne consegue una deriva essenzialista, da cui una doppia micidiale conseguenza: l'incapacità di capire il mondo in una fase particolarmente dinamica – eufemismo – della redistribuzione del potere fra i vari soggetti geopolitici; e l'illusione di poter fare da sé, fregandosene del prossimo (magari nell'illusione di fregarlo, mentre si frega se stessi). Se tu sei tu e l'altro è l'altro e ciascuno è sempre uguale a sé stesso, che senso ha il vivere sociale? Quante volte ci tocca sentire: “Ah, tu sei x o y, allora non si può parlare con te”. Non si contesta più l'argomento altrui, ma l'altro in quanto tale. Condannato a restar tale, magari per la sua origine o il colore della sua pelle». Con il serio rischio di fare a meno della storia universale ed individuale. Il rifiuto della storia è una forma del rifiuto dell'altro, e viceversa. È una forma di violenza morale – sostiene Caracciolo –talvolta più dolorosa della violenza fisica. «Non si vuole cogliere – accogliere – che non siamo meteore precipitate dal cosmo ma siamo, anche dal punto di vista biologico, figli di una storia. Piena di conflitti, di contraddizioni, ma appunto una storia. Variamente interpretabile. Se l'aboliamo, su che cosa fonderanno i nostri figli, nipoti e pronipoti la loro identità? Su una eterna ora zero? Pretendiamo noi di fissarne una come se non ci fosse stato qualcosa prima? E se questo è vero, se possiamo cancellare il passato, perché dobbiamo accogliere qualcun altro, qualcuno di “nuovo”? Non c'è motivo: siamo autosufficienti. Siamo autosufficienti rispetto al tempo ma anche rispetto allo spazio: “Questo è da sempre e per sempre il mio recinto e guai a chi si avvicina!”».

Lo storico francese Jean-Baptiste Duroselle, nel 1992, di fronte alla protesta lepenista verso l'immigrazione, si chiese se essa fosse una fatalità o una chance. Duroselle, con la sapienza e la prospettiva di un grande storico, inquadrò l'emigrazione verso l'Europa nella serie di “invasioni” che l'hanno creata anche da un punto di vista demografico. Ma le invasioni sono distruttive? Lo storico rispose, parlando della Francia, di aver fiducia nell'identità francese e soprattutto nel creuset (il “crogiolo”) francese, capace di integrare. Qualcosa di simile è stato detto da , figlio di emigrati e proveniente da un paese, l'Argentina, creato da immigrazioni successive.

Riccardi sottolinea quanto la cultura dell'io, negando la storia, neghi il futuro, «perché si ha un allargamento immaginario del presente. Anche a livello esistenziale, donne e uomini imbellettati, giovanilisti, che non accettano di dire: “Sono vecchio”. Non si staccano dal potere e non pensano a chi lasciare il proprio presente. Non guardano ai loro eredi. Alla fine, la storia non esiste e il futuro si allontana: resta soltanto un grande presente, che è il mondo dell'io». È la negazione della storia: papa Francesco ne parla nell'enciclica Fratelli tutti come un segno della crisi culturale del nostro tempo. «Si favorisce anche una perdita del senso della storia che provoca ulteriore disgregazione. Si avverte la penetrazione culturale di una sorta di “decostruzionismo”, per cui la libertà umana pretende di costruire tutto a partire da zero. Restano in piedi unicamente il bisogno di consumare senza limiti e l'accentuarsi di molte forme di individualismo senza contenuti» [6]. La perdita del senso della storia è uno dei drammi, per Riccardi, della nostra cultura occidentale. Molti di noi ricordano quanto nei decenni passati la storia nazionale era il cuore delle analisi degli intellettuali ed era connessa alla politica. Oggi la società dell'io «porta al rifiuto dell'accoglienza del passato, divenendo immemore e sradicata, e al rifiuto del futuro».

Caracciolo e Riccardi concordano che accoglierci, accogliere, «non è un'esperienza intellettuale, ma una prossimità che rigenera i sentimenti. Accogliere è invitare a condividere la nostra storia e il nostro futuro. È accogliere convinti che si possa lavorare insieme. Significa dare fiducia lavorando ed abitando insieme».

Antonio Salvati

Lucio Caracciolo in dialogo con Andrea Riccardi
Accogliere
Piemme per Mondadori, 2023
pp. 112,
€ 17,90


[1] M. Marazziti, La grande occasione. Viaggio nell'Europa che non ha paura, Milano, Piemme per Mondadori, 2023.
[2] Raccolto in un libricino, Rifugiati europei e migrazioni internazionali, pubblicato nel 2017 per i tipi delle neonate Edizioni degli Animali, pp. 51, € 8.
[3] H. Arendt, Noi Rifugiati (a cura di D.Di Cesare), Torino, Einaudi, 2022.
[4] M. Marazziti, Introduzione, in AA. VV., Di muri e di ponti. Linee guida per una politica dell'accoglienza e l'inclusione dei migranti, Brussels, FEPS-Foundation for European Progressive Studies, 2019, pp. 17-18.
[5] Su questo vedi F. Rivabene, L'inclusione nei sistemi nazionali di istruzione e formazione, in AA. VV., Di muri e di ponti, cit., pp. 201-235; G. Ballo, Non più immigrati ma cittadini, ivi, pp. 236-302.
[6] Papa Francesco, lettera enciclica Fratelli tutti sulla fraternità e l'amicizia sociale, in www.vatican.va/content/francesco/it/encyclicals/documents/papa-francesco_20201003_enciclica-fratelli-tutti.html.

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