Accordo di Parigi, ancora ritardi nella lotta al riscaldamento globale

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Nel 2015, dopo due settimane intense di riunioni e discussioni e un finale combattuto veniva firmato l’Accordo di Parigi. Questo risultato era il frutto di oltre due decenni di altre negoziazioni, riunioni e diatribe che spesso avevano, e oppongono tuttora, opposto ai paesi ricchi i paesi poveri o in via di sviluppo. Questi paesi, circa 200, sottoscrissero un trattato giuridicamente vincolante che prevede l’impegno a tenere il riscaldamento globale ben al di sotto di 2C e con l’aspirazione a limitare il riscaldamento globale a 1,5 ° C.

L’Accordo ha retto finora nonostante la pesante onda d’urto provocata a partire dal 2017 quando gli Stati Uniti avviarono il processo di ritiro dallo stesso per volere di Donald Trump. Dalle dichiarazioni del Presidente eletto, Joe Biden gli USA dovrebbe ritornare sui loro passi e con l’intenzione di arrivare ad emissioni nette uguali a zero nel 2050.
Di buono ci sarebbero anche le decisioni della UE impegnata a finanziare una transizione ecologica in grado di invertire la rotta e, come altri paesi inclusa la Cina per il 2060, raggiungere le emissioni nette pari a zero. Tutto questo grazie anche alla diffusione delle fonti da energie rinnovabili sempre più importanti nell’approvvigionamento delle nazioni.

Molte restano le azioni da intraprendere perché lo stato del Pianeta è al collasso. E la pandemia da Covid-19 ne è stato un altro pesante effetto. Essa non è un evento scollegato dall’emergenza ambientale che stiamo vivendo. Anzi, essa è figlia degli squilibri e «gli scienziati hanno avvertito da tempo che emergeranno più frequentemente agenti patogeni sconosciuti dalle interazioni tra esseri umani, bestiame e fauna selvatica, interazioni che sono costantemente aumentate in scala e di intensità, […] La Covid-19 si è diffusa rapidamente in un mondo interconnesso, mettendo radici ovunque sia atterrato e fiorente soprattutto in crepe nelle società, sfruttando ed esacerbando miriadi di disuguaglianze nello sviluppo umano. Troppi i casi in cui queste crepe hanno ostacolato gli sforzi per controllare il virus» [1].

In un recente summit sulla crisi climatica a cui hanno partecipato 70 leader mondiali, Alok Sharma – Segretario di Stato per gli affari economici, l’energia e la strategia industriale del Regno Unito – ha chiaramente detto, come riporta su The Guardian Fiona Havey, che non si è ancora sulla buona strada per raggiungere gli obiettivi di Parigi che, aggiungiamo noi erano già un compromesso al ribasso e senza processi sanzionatori veri e propri. Ed è per questo che António Guterres, Segretario generale dell’ONU, ha invitato tutti i leader mondiali a dichiarare lo stato di emergenza climatica, come hanno già fatto 38 paesi. E soprattutto «molti paesi stanno anche riversando denaro in attività ad alto contenuto di carbonio mentre si sforzano di riprendersi dalla crisi del coronavirus, con i paesi del G20 che spendono il 50% in più in pacchetti di stimoli sui combustibili fossili rispetto all’energia a basse emissioni di carbonio. “Questo è inaccettabile”, ha detto. “I trilioni di dollari necessari per il recupero del Covid sono denaro che stiamo prendendo in prestito dalle generazioni future. Non possiamo usare queste risorse per bloccare le politiche che gravano sulle generazioni future con una montagna di debiti su un pianeta rotto» [2]. E poi ci sono anche paesi che non hanno prendono impegni significativi, nemmeno sulla carta, come Australia, Brasile, Russia e Arabia Saudita.

Comunque affinché ci siano dei risultati concreti conterà molto l’agenda degli impegni per combattere il riscaldamento globale nei prossimi 5 anni altrimenti le catastrofi cresceranno a dismisura. Basta guardare all’aumento di tifoni e uragani e all’intensificarsi della loro potenza in varie aree del mondo, Asia meridionale in primis, agli incendi sempre più frequento e vasti come abbiamo drammaticamente visto in Australia, al continuo sciogliersi di ghiacciai ai poli e non solo.

Poco prima dell’anniversario dei 5 anni dell’Accordo di Parigi, a dimostrazione di quanto siamo lontani da certe partiche che rispettino il clima, è stato presentato il rapporto “I 12 progetti che rischiano di distruggere il Pianeta” dove le 18 ONG che lo hanno redatto denunciano di fatto banche, assicurazioni, fondi di investimento e multinazionali che alimentano l’utilizzo del fossile. «12 mega-progetti fossili, attualmente in fase di sviluppo, che se venissero realizzati causerebbero il rilascio in atmosfera di 175 miliardi di tonnellate di anidride carbonica. Un volume di CO2 sufficiente a esaurire metà del budget di carbonio rimanente per contenere l’aumento delle temperature entro 1.5 ºC. […]. Nella lista ci sono, tra gli altri, il progetto per l’estrazione di gas in Mozambico, guidato da Eni e dalla francese Total, e nella regione di Vaca Muerta in Argentina, l’espansione delle miniere di carbone in India e nelle Filippine e le trivellazioni per l’estrazione del petrolio nel Mar Glaciale Artico. […]. I principali investitori provengono dagli Stati Uniti e sono la società BlackRock (110 miliardi di dollari), Vanguard (104 miliardi di dollari), State Street (50,8 miliardi di dollari) e Capital Group (48,4 miliardi di dollari).
Quanto alle banche ci sono Bank of America e JPMorgan Chase (295 miliardi di dollari) e le europee Barclays (66,4 miliardi di dollari), HSBC (55,2 miliardi di dollari), BNP Paribas (52,7 miliardi di dollari) e Deutsche Bank» [3].

Il fatto poi che nessun paese al mondo abbia raggiunto un elevato Indice di Sviluppo Umano (tiene conto di molti parametri dall’aspettativa di vita, al livello di istruzione…) senza danneggiare l’ambiente ci dovrebbe far riflettere sul fatto che è necessario un modello economico e sociale completamente diverso. Presentando il rapporto, l’ amministratore dell’Undp, Achim Steiner, ha ricordato che «gli esseri umani esercitano più potere che mai sul pianeta. Sulla scia del Covid-19, delle temperature da record e della disuguaglianza vertiginosa, è tempo di usare quel potere per ridefinire ciò che intendiamo per progresso, quando le nostre impronte di carbonio e consumo non sono più nascoste. Come dimostra questo rapporto, nessun Paese al mondo ha ancora raggiunto uno sviluppo umano molto elevato senza mettere a dura prova il pianeta. Ma potremmo essere la prima generazione a correggere questo torto. Questa è la prossima frontiera per lo sviluppo umano».
Ciro Ardiglione

[1] Rapporto “The Next Frontier: Human Development and the Anthropocene” del Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite.
[2] Fiona Harvey, https://www.theguardian.com/environment/2020/dec/12/world-is-in-danger-of-missing-paris-climate-target-summit-is-warned, 12 dicembre 2020
[3] Marta Facchini, “Così la finanza e le industrie fossili stanno affossando l’Accordo di Parigi”, https://altreconomia.it/cosi-la-finanza-e-le-industrie-fossili-stanno-affossando-laccordo-di-parigi/, 10 Dicembre 2020

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