Ada Colau, Kyra Radinsky, Shoshana Zuboff e il capitalismo delle piattaforme

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Le parole sono importanti. Sono strumenti per comprendere la realtà, non meri giochi linguistici.
E così anche il termine onlife ha una sua grande rilevanza.
Rappresenta l’uscita da una logica binaria, in cui siano possibili solo valori come 0 e 1, acceso e spento.
Onlife indica quella realtà intermedia tra il reale e il virtuale.
Indica la nuova realtà con cui dobbiamo fare i conti, e in cui siamo immersi con l’avvento e il consolidarsi delle culture digitali.
E quali siano i rischi di un’epoca on life, che scorre tra milioni di informazioni a cui i Big Data costringono la nostra vita, ce l’ha spiegato Shoshana Zuboff, al Teatro Parenti di Milano, sabato 5 ottobre. È stata lei una delle protagoniste della grande maratona dal titolo onlife, organizzata da Repubblica e il network di giornali europei Lena.

Shoshana Zuboff, è Docente dell’Harvard University, autrice del libro Il capitalismo della sorveglianza in uscita ad ottobre in Italia. La sociologa ci ha fatto da guida in un mondo di cui solo ultimamente riusciamo a cogliere i contorni.
Partiamo da due dati che ormai sono di dominio pubblico.
Primo, sembra che le ultime elezioni americane siano state condizionate da attori terzi, attraverso la manipolazione del web. Questo dato non è frutto dei soliti complottisti. Alcune procure americane stanno svolgendo indagini, e il premio Pulitzer Michiko Kakutani ci ha scritto l’affascinante libro La morte della verità, edito da Solferino.
Secondo, pare che anche il referendum sulla Brexit sia stato pesantemente influenzato da chi è in grado di manipolare il web.
Inoltre, connesso con i due fatti citati c’è il grande scandalo di Cambridge Analytica e dei suoi collegamenti con Facebook.
L’analisi della Zuboff è ancor più pregnante. Con grande capacità divulgativa ci mette di fronte alcuni dati che fanno rabbrividire, spingono verso una distopia alla Philip Dick.

Ecco alcuni dei dati citati durante la conferenza.
Nel momento di massimo splendore il valore di Google è aumentato sino a 3500 volte in pochi mesi. Sì. Avete letto bene: 3500. Non è un errore di stampa.
Facebook riesce a processare milioni di informazioni su di noi ogni secondo, e di conseguenza a realizzare milioni di previsioni. Sì. Anche questa volta avete letto bene: milioni. E anche questo non è un errore di stampa.

Per questo la Zuboff parla di un capitalismo estrattivo, che accumula dati e manipola. Non si tratta, per la studiosa americana, di iniziative atte a risolvere problemi come la fame nel mondo, l’analfabetismo, le epidemie. Si tratta semplicemente di attività che mirano a realizzare profitti per le aziende che raccolgono e vendono dati.
Siamo ormai in una situazione in cui ogni nostro click sul web, sui portali medici, su qualsiasi sito, genera informazioni di cui i Biga Data sono affamati. Informazioni che attraverso algoritmi matematici sono trasformati in dati. I dati producono previsioni, e elemento ancora più dirompente mettono i soggetti che li posseggono in grado di manipolare il mercato e la società.
Noi crediamo di cercare informazioni. In realtà ad ogni click sono altri che raccolgono informazioni su di noi, in un processo in cui la nostra vita e il nostro quotidiano diventano merce.

Ci troviamo, come ha ripetuto più volte la Zuboff, alle prese con una nuova forma di capitalismo, che è il capitalismo della sorveglianza. Dove la preminenza assoluta è data agli algoritmi e alla capacità previsionale. Dove a dominare sono la governance del controllo, della certezza assoluta. Domina la governance dell’algoritmo.
Il rischio secondo la Zuboff è che alla logica della libertà sia sostituita la logica della certezza.
È come se fossimo costretti a vivere in una casa di vetro dove non esiste più privacy. I Big data a chi sostiene il diritto alla privacy – secondo la Zuboff- oppongono la retorica di affermazioni che recitano:
Se non hai nulla da nascondere di che cosa hai paura?
Grande merito della Zuboff è anche quello di opporsi con forza a questi refrain sostenendo che:
Se non hai niente da nascondere non sei nessuno. Perché la nostra fonte interna a cui attingiamo è una fonte intima, segreta, che va protetta. Non cresce in una casa di vetro”.

E come debba essere questa casa ha provato a raccontarcelo Ada Colau, sindaco di Barcellona, a confronto con Giuseppe Sala, sindaco di Milano, e la moderazione di Gad Lerner.
A colpirci è stata la consapevolezza della Colau e dei progetti in essere nella sua città che tentano di porsi come filtro tra la cittadinanza e le grandi multinazionali, che ingoiano e producono dati.
Basti pensare alla lunga lotta che Barcellona ha dovuto ingaggiare contro Airbnb, che affittava migliaia di stanze in città, senza comunicare nulla a nessuno. Così riusciva a realizzare forti guadagni, sottraendo risorse alla città, che non poteva far pagare tasse di soggiorno ai turisti, a Airbnb, e ai cittadini che realizzava nuovi redditi. 

Non solo. In questo modo Airbnb attuava forti processi di gentrificazione.
Ecco un’altra parola con cui negli ultimi tempi abbiamo dovuto familiarizzare.
Nel moderno linguaggio sociologico con gentrificazione si intende l’allontanamento della popolazione storica di intere aree urbane. Ai fini di realizzare profonde speculazioni edilizie, che cambiano destinazione d’uso e mutano il tipo di popolazione residente. Il tutto a discapito delle popolazioni meno abbienti.
Ma questa opposizione, che ha avuto esito positivo, e ha costretto Airbnb a condividere i dati in suo possesso con l’amministrazione locale, è stata possibile solo grazie a una chiara volontà politica, a un dibattito che ha coinvolto l’intera città, come ha spiegato Ada Colau.

La prima cosa che dobbiamo chiederci è che cosa vogliamo fare con questa rivoluzione digitale. A Barcellona abbiamo fatto questa riflessione insieme alla cittadinanza. Per noi è chiaro che vogliamo utilizzare questa rivoluzione digitale per una rivoluzione democratica. Per questo è fondamentale che la città nel suo insieme: la cittadinanza, gli attori sociali, le aziende, le università, abbiano degli obbiettivi chiari, non nel breve periodo ma nel lungo periodo. Perché altrimenti ci sostituiranno altri attori, per esempio i grandi operatori, le corporazioni del capitalismo globale, che hanno obiettivi molto chiari: fare il massimo dei soldi possibile.

La Colau ci è sembrata molto addentro alle problematiche suscitate dall’impatto che i Big Data hanno sui cicli produttivi, sul tessuto sociale della città. Non altrettanto lungimirante è parso il sindaco di Milano. Al suo intervento mancava una visione a lungo respiro.

Chi invece ci è sembrato affascinato dalla capacità previsionale dei grandi numeri, è stata la giovane e competente Kyra Radinsky, che ha ricoperto fino a poco tempo fa il ruolo di “Chief Scientist & Director of Data Science” di eBay. La Radinsky, appena trentenne gioca con i numeri con grande familiarità. Con i numeri è riuscita a prevedere epidemie e sommovimenti sociali.
Ascoltando le sue parole sembrava tutto facile. È stata lei a coglierci piacevolmente di sorpresa, quando ci ha raccontato che noi non abbiamo grandi dati in mano. Infatti, la maggior parte dei dati in nostro possesso sono dati spazzatura. Inoltre, la Radinsky ha tenuto a precisare che la capacità di previsione dipende, oltre che dalla quantità di dati in nostro possesso, dalla capacità di connettere i dati.
Quindi, a essere rilevanti sono quantità e connessione. Tanto che per realizzare questi must la Radinsky ha fornito al proprio sistema di previsione la possibilità di connettersi a Wikipedia.
Allora, alla fine di tutto questo. Alla fine delle tre conferenze che abbiamo seguito, e che costituiscono solo una briciola dei lavori della giornata, ci è rimasta la voglia di una domanda che abbiamo rivolto direttamente alla Radinsky.
In questa bulimia di dati che spazio rimane per un nuovo umanesimo?
Colpa della traduzione, o di chi sa che altro, la risposta è stata sulla paura della singolarità, cioè sulla paura che le macchine possano superare l’uomo.
Non era questo il senso della nostra domanda. Il senso riposava piuttosto negli interrogativi di Husserl. Quando si chiede che cosa possa e riesca a dire la scienza dei fatti, rispetto alle domande ultime che riguardano fini e valori.
Che cosa la scienza dei fatti, erede del positivismo, riesce a dire all’uomo che non è solo entità costituita da fatti?
Gianfranco Falcone – http://viaggi-in-carrozzina.blogautore.espresso.repubblica.it/

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