Adattamento ai cambiamenti climatici: intervista a Marco Merola

Due ricercatori olandesi dell'Università di Delft avanzano sul 'mud flat' una distesa di fango
history 18 minuti di lettura

La comunità internazionale e i media di tutto il mondo ci allertano da tempo. Le temperature saranno sempre più elevate, i mari si alzeranno, i ghiacciai si scioglieranno. Tornare indietro, ormai, è impossibile. Allora, come possiamo pensare di abitare la Terra da qui ai prossimi secoli? La vita su altri Pianeti è ancora lontana. Non abbiamo scampo: la nostra casa resterà questa.
Ѐ per questo che, se i cambiamenti climatici non possono essere evitati, perlomeno devono essere affrontati con razionalità. La natura mutata metterà gli uomini di fronte a nuove sfide: sarà loro il compito di “adattarsi” a esse. Ѐ questo il senso di “Adaptation”, un progetto giornalistico nato per raccontare come il mondo intorno a noi stia cambiando e cosa noi possiamo fare per adeguarci a esso. I cambiamenti climatici non generano solo danni e pericoli, ma anche opportunità, a patto che abbandoniamo un approccio catastrofico e adottiamo quello decisamente più saggio dell’adattamento.

Il giornalista scientifico Marco Merola nella zona di Westhoek
Il giornalista scientifico Marco Merola, ideatore di ADAPTATION, si prepara ad affrontare la camminata sul fango nella zona di Westhoek. copyright © MARCO MEROLA

Parliamo di tutto questo con Marco Merola, giornalista e divulgatore scientifico, nonché ideatore di Adaptation insieme a Lorenzo Colantoni, giornalista e ricercatore IAI.

Il vostro è un progetto giornalistico sicuramente non usuale. Si tratta di un documentario che andrà in onda sul web, una serie di episodi uniti da un medesimo filo conduttore: capire come l’uomo possa convivere coi cambiamenti climatici che appaiono ormai inarrestabili. Innanzitutto, cosa significa adattarsi ai cambiamenti climatici? A livello giornalistico come è nato questo progetto, a partire dall’idea fino alla realizzazione?

Più che convivere coi cambiamenti climatici direi come sopravvivere nel miglior modo possibile, ossia come continuare ad abitare il pianeta con dignità. La letteratura fantascientifica ci ha offerto spessissimo modelli di vita in un futuro caratterizzato da scenari post-atomici o post disastri climatici in cui, a causa del terribile innalzamento delle temperature e di tutti i disastri che da questo poi derivano, l’uomo viene costretto solitamente in condizioni animalesche. Climate change adaptation significa invece agire prima per evitare che questi scenari possano accadere realmente e possano portare l’umanità in una situazione in cui non è più possibile vivere il pianeta come siamo abituati a farlo ormai da un milione di anni.
La parola adattamento è sicuramente nuova, almeno per i non addetti ai lavori. Anche nei consessi internazionali si è cominciato a sdoganare il concetto solo negli ultimi 15 anni, ma resta un termine poco familiare sia per il pubblico che per i governanti. Se chiedessimo a un qualsiasi politico di oggi qualche possibile azione di adattamento ai cambiamenti climatici, penserebbe sicuramente a temi come la green energy, le rinnovabili, la sostenibilità. Tutte queste azioni attengono alla cosiddetta “mitigazione”: sono ovviamente importanti, ma non rientrano nel concetto di adattamento. Se noi parliamo di adattamento ci riferiamo alla necessità di adattarsi a un mondo che è già cambiato. In tal senso, le azioni di mitigazione perseguite ormai da tanti Paesi non bastano più.
I famosi due gradi entro i quali, secondo la Cop21, dovremmo contenere la nostra temperatura, sono più che virtuali. La quota più plausibile di innalzamento della temperatura da qui ai prossimi anni, secondo gli scienziati, è addirittura di 4 gradi o più.
Gli Usa, per via della politica scellerata di Trump, hanno deciso di ripuntare sul carbone, mandando all’aria la politica low carbon messa in campo da Obama. La Cina ha ridotto le emissioni di CO2 nell’atmosfera, ma sono comunque interventi tardivi, che fanno il solletico alla situazione attuale. Quindi, guardando in faccia alla realtà, potremmo dire che gli accordi di Parigi hanno prefigurato il miglior scenario possibile per il pianeta, ma non è detto che esso si verificherà.
In questa ottica, è ovvio che la parola chiave può solo essere adattamento. Oltre a pensare a come tenere a bada la situazione, è necessario porre le basi per un reale cambiamento di parametro, di costumi di vita e di luoghi in cui viviamo. Tutto questo, pensato e tradotto in un progetto giornalistico, voleva dire fare un’operazione nuova, puntando sull’adattamento e non sul cambiamento climatico in quanto tale. Non vogliamo continuare a dire quali sono gli effetti del cambiamento climatico, che ormai possiamo dare per scontati. Quello che le persone non sanno e che anche la politica immagina vagamente è che il mondo si stia già muovendo nella direzione dell’adattamento: è questo che a noi interessa raccontare.
Riteniamo che Adaptation sia un progetto importante anche per il messaggio che intende trasmettere. Attraverso il nostro approccio, cerchiamo di fare un’operazione di constructive journalism, cambiando il modo e la forma con cui il pubblico viene solitamente informato su questi temi. La maggior parte della stampa mondiale adotta uno stile sensazionalistico, terrorizzando lo spettatore e offrendogli un messaggio privo di speranza. Noi vogliamo invece fornire esempi positivi che mostrino come, a fronte di un cambiamento forte che si sta già verificando, in diverse parti del mondo si stanno già trovando molte soluzioni per affrontare i mutamenti in atto.
A livello giornalistico, Adptation nasce come un web doc, una piattaforma digitale integrata di informazione dove all’interno vengono inseriti contenuti di vario tipo: testuali, fotografici, video, interviste, mappe, foto satellitari, animazioni. Insomma, tutto quello che può aiutare a raccontare un fenomeno come il climate change adptation.

Marc van Rijsselberghe ricercatore
Marc van Rijsselberghe, primo al mondo ad aver impiantato una ‘salt farm’ sull’isola di Texel. I suoi ortaggi crescono già salati a causa delle infiltrazioni di acqua di mare nella terra coltivata. Copyright © MARCO MEROLA

Come ha già precisato, voi avete cercato di affrontare il tema dei cambiamenti climatici da una prospettiva diversa rispetto a quella cui siamo abituati, spesso eccessivamente sensazionalistica o catastrofica. Lo sguardo del progetto, al contrario, si concentra non tanto sui preoccupanti scenari che sembrano aprirsi, quanto sul modo con cui l’uomo deve imparare a conviverci, traendone, se possibile, dei benefici. Può spiegarci quali sono alcuni esempi significativi in cui l’adattamento ai cambiamenti climatici sta avvenendo con efficacia?

Nel nostro percorso abbiamo affrontato diversi temi e scelto, di volta in volta, alcuni casi e contesti rappresentativi. Quando ci siamo occupati della gestione delle acque, il nostro modello di riferimento è stato l’Olanda. Trattandosi di un Paese in cui il 60% del territorio si trova al di sotto del livello del mare, l’Olanda è una realtà che più di tutte ci mostra cosa voglia dire una sapiente e virtuosa gestione delle acque. Gli olandesi, per esempio, possono insegnare al mondo come fare per prevenire l’inabissamento delle proprie città e di fatti stanno già agendo in questa direzione.
Ci sembrano fenomeni lontani; in realtà, anche l’Italia deve fare i conti con il rischio inabissamento ed è per questo che è bene conoscere il caso olandese. Diverse realtà italiane sono interessate da quest’aspetto, destinato tra l’altro ad aumentare a causa dei cambiamenti climatici. In primo luogo la città di Venezia che, per via del mare alto, capita che finisca sotto l’acqua; ma anche l’area del Delta del Po, Comacchio, il ferrarese, il modenese e così via: sono tutti luoghi che hanno l’acqua alle porte.
Un altro caso estremo con cui anche l’Italia dovrà confrontarsi è quello relativo alla vita nel deserto. Ci sono luoghi della Sicilia, della Calabria e della Puglia dove il deserto avanza, anno dopo anno.
Non a caso, la prossima puntata di Adaptation, che dovremo fare in ottobre, sarà in Israele, Paese all’avanguardia da questo punto di vista. Ci occuperemo di vedere quali soluzioni gli israeliani hanno trovato per rendere possibile la vita nel deserto, sia degli esseri umani che di ogni forma di vita, che rappresenta poi anche la base della nostra economia e della nostra alimentazione. In Israele, il problema della presenza del deserto si somma a quello del sovraffollamento delle città. Per ovviare a queste esigenze, il grande deserto israeliano del Negev deve essere reso abitabile. Ovviamente, affinché un domani le persone possano vivere agevolmente nel deserto, è necessario superare alcuni limiti esistenti. Per esempio, occorre risolvere i problemi di approvvigionamento idrico. A causa delle elevate temperature, in quei luoghi è impossibile irrigare i campi con la pompa come facciamo noi. Gli israeliani si sono inventati un sistema di irrigazione goccia a goccia, in base al quale l’acqua scorre dentro delle condotte sottoterra, andando a colpire ogni singola pianta per dargli la razione d’acqua di cui necessita. Ecco una soluzione di adattamento. Invece di evitare di andare nel deserto, il deserto viene coltivato, trovando il modo e la soluzione adatta, con l’obiettivo di renderlo abitabile.
In Italia, l’unica città che ha registrato importanti passi in avanti a proposito di adattamento è Milano. Il comune di Milano ha un “Chief Resilience Officier”, ossia una figura che si sta occupando di rendere Milano una città “resiliente”. Milano sta per esempio valutando la possibilità di allargare i Navigli. Cuore della movida milanese, i Navigli diventeranno un nucleo importante della nuova Milano “adattata”, perché la gestione delle acque cittadine è in assoluto una delle cose più importanti sia per combattere i periodi di siccità che per fronteggiare le piogge pesanti, le quali spesso causano danni incalcolabili: al contrario, quell’acqua può diventare una risorsa. Milano sta così pensando a come riutilizzare l’acqua delle piogge come fanno già le città olandesi. Anziché sprecarla e lasciarla scorrere pericolosamente, quell’acqua può essere usata per esempio per irrigare il verde urbano. Così facendo, si crea un circolo virtuoso che permette da un lato di ridurre i danni alla città, dall’altro di riusare l’acqua delle piogge che arriva in maniera torrenziale per risparmiare sui costi d’irrigazione urbana. Questo è un esempio molto facile per chiarire cosa significhi oggi adattamento.
Tutte queste storie che noi intendiamo raccontare arrivano facilmente al pubblico perché contengono un messaggio di speranza. I cambiamenti climatici sono inevitabili: nei prossimi anni arriverà il deserto, ci sarà l’innalzamento dei mari, si verificheranno piogge violente sempre più frequentemente. Tuttavia, non per questo dobbiamo immaginare di lasciare le nostre case perché incapaci di gestire queste situazioni estreme.

Due ricercatori olandesi dell’Università di Delft avanzano sul ‘mud flat’, distesa di fango su cui si formerà vegetazione e nuova costa. Copyright © MARCO MEROLA

Il suo progetto ha anche l’obiettivo di riportare al centro del dibattito e dell’interesse pubblico un tema, quello ambientale, di cui si ha ormai una generale cognizione, ma che di fatto non viene mai approfondito, come un qualcosa che non debba mai riguardarci del tutto. La recente campagna elettorale in Italia è ruotata intorno a tutt’altre tematiche. Eppure, il dissesto idrogeologico, i processi di desertificazione, il rischio frane e così via, sono argomenti che ci riguardano da molto vicino. Come spiega questa disattenzione generale, anche da parte dei media, nei confronti del tema, analizzato a 360 gradi, dei cambiamenti climatici?

Penso e temo che per l’Italia il problema sia soprattutto culturale. Noi siamo un paese abituato a lavorare sulle emergenze. Quando avvengono grandi disastri, sia inerenti ai cambiamenti climatici che estranei a essi (terremoti), siamo prontissimi e bravissimi: siamo una macchina da guerra quando si tratta di gestire l’emergenza. Il problema è quel che viene dopo, o meglio, quello che doveva essere fatto prima. Su questo siamo un disastro totale: nel nostro Paese, manca completamente la cultura della prevenzione e della pianificazione.

Paesi con società e classi politiche più evolute della nostra (come Germania, Regno Unito, Francia, Spagna, Olanda, Paesi scandinavi) hanno messo in campo già da anni delle politiche nazionali di adattamento. Si tratta di piani che si compongono di tante cose, con l’obiettivo di ripensare le città e le abitudini di vita in una direzione più utile rispetto a come sono immaginate oggi. Io vivo a Roma, una città che è una colata di cemento che si è mangiata le campagne nel corso dei decenni e che continua a mangiarsele visto che si costruisce ancora, in maniera ormai irrazionale. Ci sono invece città olandesi o tedesche che si stanno riconvertendo verso città “resilienti”: presentano meccanismi e modalità costruttive che le differenziano rispetto alle città canoniche.

In Italia, invece, solo l’anno scorso si è iniziato a parlare della possibilità di fare un piano nazionale di adattamento, come se la cosa non ci riguardasse minimamente, o comunque solo tangenzialmente. La realtà è invece diversa. Siamo un Paese dissestato, un rapporto ISPRA dice che il 95% dei comuni italiani sono a grandissimo rischio di dissesto idrogeologico. In una situazione del genere, cominciare a parlare di un piano di adattamento è una cosa che fa abbastanza ridere. Mentre noi iniziamo a parlare gli altri già intervengono. In questo senso, sarei anche curioso di capire come mai il tema dell’adattamento mi sembra non sia nell’agenda politica del governo attuale. Eppure, mi sembra che almeno la parte gialla del governo, il Movimento 5 Stelle, sia sempre stato vicino a tematiche ambientali e abbia prestato particolare attenzione a ciò che concerne gli effetti del cambiamento climatico. Mi chiedo perché tali questioni non siano nell’agenda politica attuale.

Come ha giustamente accennato lei, lo scorso anno, seppur in sordina, il Ministero dell’Ambiente ha elaborato il Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici, seguendo anche gli stimoli successivi agli Accordi di Parigi del 2015. Sul tema è stato avviato anche un dibattito che ha coinvolto istituzioni, enti, associazioni ambientaliste, singoli cittadini. Quali sono le caratteristiche primarie del Piano? Secondo il suo punto di vista, si tratta di un passo importante compiuto dal nostro ordinamento?

A dire la verità io ho notevoli perplessità al riguardo. Questo piano nazionale è pubblicato sul sito del Ministero dell’Ambiente, aperto alla consultazione pubblica. In pratica, si chiede ai cittadini di leggerlo e valutarlo, esprimendo pareri o addirittura suggerimenti, come fosse facile per un cittadino medio leggere e soprattutto comprendere bene un documento di quasi 400 pagine, per di più eccessivamente tecnico in molti punti. Penso sia abbastanza improbabile che una quota elevata di cittadini italiani possa leggere una cosa del genere e fornire poi un giudizio, visto che non tutti naturalmente sono esperti di clima. Ecco, questo è lo stato del dibattito politico in Italia sul tema dell’adattamento ai cambiamenti climatici. Questo ci dimostra che l’Italia non è che non capisca l’importanza di questi temi, ma non sa proporre con efficacia un mutamento culturale e di parametri mentali, come invece è necessario se si intende realizzare qualche azione di adattamento. Questo, semmai, può succedere soltanto a livello locale, come dimostra l’esempio virtuoso di Milano. La prossima città che diventerà sicuramente una capitale della resilienza è Torino; altre iniziative in tal senso sono state fatte a Bologna, a Padova, ma si tratta di micro cose, e sempre a livello locale. Quello che manca in Italia è una strategia nazionale di adattamento: non ce l’abbiamo ancora, mentre gli altri Paesi sì. Il nostro problema più grande è proprio questo: la mancanza di cultura. Noi da italiani fatalisti crediamo sempre che tanto, in una maniera o nell’altra, ce la caviamo. Il punto è che adesso non si tratta più di problemi che riguardano solo noi, ma di fenomeni globali con cui tutti stanno facendo i conti e anche noi dovremmo iniziare a farlo.

Non c’è settore, nella nostra epoca, che possa considerarsi immune dagli effetti dei cambiamenti climatici. Le conseguenze non riguardano solo i danni ambientali, ma anche le ripercussioni territoriali, sociali e ovviamente politiche. Parlando di migrazioni, per esempio, vi sono i cosiddetti “migranti ambientali”, una categoria di cui sentiremo sempre più parlare nel prossimo futuro. A suo avviso, come dovrebbe essere affrontata la questione, soprattutto considerando che tali migranti provengono prevalentemente da aree rurali e in via di sviluppo, come l’Africa Sub-sahariana o il sud-est asiatico?

Innanzitutto è necessaria una precisazione. Quando si parla di migranti ambientali noi commettiamo l’errore di pensare esclusivamente ai migranti che tentano di attraversare il Mediterraneo, magari perché in fuga dal Sahara o da condizioni climatiche cambiate. In realtà, i migranti climatici sono in tutto il Pianeta, per esempio in posti come la Siberia o i Paesi artici. Pensiamo all’Alaska, al Canada, a tutti quei luoghi in prossimità del famoso passaggio nord-ovest, quello che viene idealizzato come la futura via del mare per il transito delle merci. Lì si sta verificando il fenomeno dello scioglimento del ghiaccio: si tratta di un cambiamento epocale per quelle popolazioni. Gli Inuit, stanziati in quelle latitudini da millenni, si sono trovati di fronte prati fioriti o aree dove non c’è più permafrost o ghiaccio. Non essendo abituati a queste condizioni, non sono stati capaci di adattarsi a esse: la loro unica possibilità, a quel punto, diventa migrare verso nord, alla ricerca di luoghi dove possono ritrovare quelle condizioni con cui si sono sempre confrontati.
La migrazione climatica è dunque un fenomeno in fieri e che riguarda tutte le latitudini del mondo. Per esempio, a livello di migrazioni intraeuropee, prima si riteneva che potessero interessare solo le popolazioni del sud Europa che per via dell’innalzamento delle temperature sarebbero emigrate sempre più a nord. Il problema è che adesso anche al nord Europa fa caldissimo. Di conseguenza probabilmente lo stesso modello d’impatto del cambiamento climatico andrà rivisto e quindi anche i fenomeni migratori andranno cambiando e le persone migreranno ancora verso altre destinazioni.

A mio avviso, però, tali fenomeni vanno letti anche in parallelo rispetto a un altro trend che caratterizzerà il prossimo futuro: l’inurbamento delle popolazioni mondiali. Si parla di un 70% della popolazione mondiale che vivrà nelle città da qui al 2030. Questo dato è molto importante, perché è a monte di tutto quello che stiamo dicendo. Bisognerà cioè capire come il cambiamento climatico e le capacità di adattamento incideranno sulla vita di una popolazione che non sarà più distribuita come lo è oggi. Se è vero che molti andranno nelle città, converrà innanzitutto partire dal design urbano. Tutta l’economia andrà ripensata. Si creerà, e altrove sta già accadendo, l’adaptation economy, dove saranno ripensati una serie di processi economici e produttivi. Le stesse aziende dovranno cambiare qualcosa e adattarsi anche loro. Il discorso economico, però, dipenderà appunto anche dai flussi migratori e dagli spostamenti delle popolazioni.

Ciò che è certo è che il tema ambientale richiede risposte condivise, che coinvolgano l’intera comunità internazionale. Dopo alcuni anni d’incertezza al riguardo, gli Accordi di Parigi hanno fissato nuovi obiettivi, nonostante sia utopico pensare che possano essere risolutivi, considerando anche le controverse posizioni di Trump in maniera ambientale. Secondo lei, allora, come si potrebbe intervenire, anche a livello dei singoli Stati in maniera efficace in materia ambientale, magari favorendo una riduzione dei consumi visto che la politica del riciclo non sembra più sufficiente?

Anche in questo caso, a mio avviso, si tratta di un discorso culturale. Va fatta una sensibilizzazione capillare nei confronti della popolazione su quanto sia importante raggiungere degli obiettivi e cambiare i propri costumi di vita. Come dimostra il caso del Piano Nazionale di cui abbiamo parlato in precedenza, nel nostro Paese spesso si fanno delle operazioni di facciata, che possono anche essere iniziative positive, ma che non hanno punti di contatto con la realtà. Così facendo, non si ottiene nessun risultato. Diverso sarebbe invece cercare di incidere sulle persone a livello culturale promuovendo azioni concrete e capillari.
Io credo che andrebbero avviate una serie di attività didattiche – nelle scuole, nelle università, nei musei scientifici – per spiegare alla gente quali sono i modelli e i comportamenti che bisogna prendere a esempio per incidere realmente sulle cose e cambiarle. Spesso ho l’impressione che anche persone con un certo grado di consapevolezza su questi temi facciano l’errore di pensare che le cose non possano essere mutate, a prescindere dal comportamento individuale. Non è così invece. Per esempio a me preoccupa il fatto che nelle scuole non siano previsti corsi di educazione ambientale. Al massimo organizziamo iniziative che sembrano spot più che reali percorsi di apprendimento. Mostrare a un bambino come si fa la raccolta differenziata è un’iniziativa lodevole, ma deve essere supportata da un percorso più ampio. Altra cosa sarebbe prevedere un corso di educazione ambientale dove i bambini possano intraprendere un percorso: è necessario creare anche un contesto unendo gli argomenti tra loro, così che i piccoli possano capire per quale ragione una cosa va fatta oppure evitata. Altrimenti restano semplici nozioni, sì utili, ma mai inserite all’interno di una strategia.

Un altro esempio è quello relativo al Lago di Bracciano. Nonostante gli studi dicano che il livello del lago sia ai minimi, molta dell’acqua usata a Roma continuerà a essere presa da lì. Il punto però è convincere le persone che di acqua bisogna consumarne meno: è questo il senso del concetto di adattamento. Pensiamo a quanta acqua sprechiamo facendo la doccia. Se a un bambino (ma anche a un adulto) diciamo semplicemente di non sprecare l’acqua, difficilmente otterremo dei risultati. Se invece spieghiamo a un bambino con uno schema quanto una doccia prolungata possa incidere sui livelli di un lago e quanto a cascata questo possa ripercuotersi sulla vita delle persone peggiorandola, probabilmente questa è un’immagine forte che al bambino può restare impressa e condizionarlo in seguito.
In generale, parlando di politiche ambientali, sono stupito del fatto che nell’agenda politica di questo governo praticamente non ci siano tematiche ambientali. L’unica cosa positiva è aver nominato un Ministro dell’Ambiente che ha lottato personalmente contro i reati ambientali, ma restiamo nel campo delle emergenze. Quand’è che si comincia a parlare di futuro, di cambiare le nostre abitudini per mantenere delle condizioni di vita dignitose anche nel nostro Paese? Quand’è che si comincia a parlare realmente di politiche di adattamento? Questo non lo sappiamo.
Lorenzo Di Anselmo

Una clip del primo episodio di Adaptation, dedicato all’Olanda
https://youtu.be/I2z349BafnY

per chi volesse contattare Marco Merola e per aggiornamenti sul progetto twitter @reportingMerola

newsletter mentinfugaIscriviti alla newsletter

-----------------------------

Se sei giunto fin qui vuol dire che l'articolo potrebbe esserti piaciuto.
Usiamo i social in maniera costruttiva.
Condividi l'articolo.
Condividi la cultura.
Grazie

In this article