Addiopizzo, una storia raccontata da Dario Riccobono

Capaci, la sede di Addiopizzo

Qualche tempo fa un mio amico che si occupa,tra l'altro, di imprese sociali e di attività economiche ancorate al territorio per valorizzare le comunità e i luoghi, in particolare del Mezzogiorno, mi segnalo la realtà di Addiopizzo. Un approccio economico e sociale di contrasto alla e che utilizza un consumo consapevole. E così decisi che sarebbe stato interessante parlarne con Dario Riccobono, uno dei responsabili, per un progetto nato alcuni anni fa, salito anche agli onori della cronaca nazionale. Abbiamo provato a ripercorre la storia per arrivare alla realtà odierna, diventata un'azienda nella quale lavorano diverse persone.

Chi è Dario Riccobono? Dove nasce e dove vive?
Sono nato e cresciuto a Capaci, paese alle porte di . Avevo 13 anni quando il 23 maggio del ‘92 Cosa nostra per uccidere fece saltare un tratto di autostrada. Ricordo la giornata come fosse ieri. Accompagnai mio padre nel tentativo di capire dove fosse mio zio, che si sarebbe dovuto trovare su quella autostrada e non rispondeva alle chiamate a casa; allora non c'erano cellulari. Le notizie erano frammentarie, molte le voci che si inseguivano su un terribile incidente. A piedi ci spostammo in quella direzione fino ad arrivare al luogo dell'attentato. Vidi di cosa era capace la mafia e, questa volta, non erano immagini televisive. Uno scenario di guerra.

Quindi tu eri già cosciente di una realtà criminogena diffusa?
Sì, ma come disse Andrea Camilleri, rendendo perfettamente l'idea, fino al '92, fino alla stagione delle stragi, in casa di mafia non se ne parlava, come se fosse un fenomeno estraneo, parlarne «era come se ad un pranzo di gala si parlasse di diarrea». Era qualcosa che riguardava forze dell'ordine, la magistratura e i mafiosi dall'altra parte.

Quando scatta la consapevolezza e l'agire per te?
La strage di Capaci è come se avesse avuto la funzione di sveglia delle nostre coscienze. Ci fece capire che in Sicilia non era più sufficiente essere delle persone oneste, ma bisognava mettersi in gioco. In quelle serate, io e i miei coetanei, ci informammo con ogni mezzo e iniziammo per la prima volta a ragionare sul serio. Riponemmo su tutte le nostre speranze, ma 57 giorni dopo verrà assassinato. Iniziò per me un percorso di impegno nel territorio, nel periodo che è stato definito come quello della primavera di Palermo. Nel ‘96 creammo la prima realtà locale a Capaci con tanti giovani che provavano ad impegnarsi, a interessarsi al territorio provando a lasciarci alle spalle il senso di colpa e in parte la rabbia per essersi resi conto che quelle persone erano morte perché lasciate sole. Persone che diventavano eroi loro malgrado. Giornalisti, amministratori, magistrati, poliziotti, persino un prete, facevano “semplicemente” il loro lavoro ma si ritrovano soli contro la mafia.
Tante iniziative portate avanti ma la sensazione è sempre quella di non riuscire ad incidere.

La vetrofania di Addiopizzo
La vetrofania di Addiopizzo

Nel 2004 con Addiopizzo a Palermo la situazione cambia. Da un adesivo con la scritta “Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità” si mette in moto un movimento rivoluzionario. La questione del pizzo va oltre il portafoglio, ha a che fare anche con la nostra dignità. Non riguarda solo commercianti e imprenditori che lo pagano, ma riguarda anche noi consumatori che comprando in un negozio che paga il pizzo finanziamo indirettamente la mafia e diventiamo complici. Quel pizzo viene pagato con i nostri soldi perché scaricato sul prezzo finale e quindi anche i consumatori se ne fanno carico. Addiopizzo fu la prima realtà che si pose di fronte al fenomeno del racket dell'estorsione dal punto di vista del consumatore. Fu un caso mediatico. Rompemmo un tabù.

L'ambiente familiare, i vostri conoscenti e il vicinato del vostro gruppo cosa dicono? Cosa fanno? Hanno, avete avuto paura?
A Capaci la mia famiglia e quelle dei miei amici sostengono il nostro lavoro. Quando nel 2004 si cominciò con Addiopizzo, all'inizio è normale ci fosse preoccupazione. Non sapevamo come avrebbe reagito la mafia a questa battaglia contro il pizzo. Noi cominciammo con i consumatori, la gente comune invitata a firmare un manifesto che li impegnava a premiare realtà economiche che non pagavano il pizzo. Abbiamo raccolto 10mila firme. È vero, non sapevamo ancora chi pagasse il pizzo e verso chi potevamo indirizzarli, ma nel 2006 presentammo finalmente i primi 100 commercianti che non pagano il pizzo. Oggi sono oltre 1000.
Qualche timore in famiglia lo registriamo. Ma quando hai vent'anni o poco più, al peggio non ci pensi. Alla fine, la mafia non ha portato avanti ritorsioni nei nostri confronti, forse perché siamo stati bravi a portare avanti un movimento collettivo, facendo in modo che non emergessero leader, figure più rappresentative di altre, anche cambiando le cariche associative, il direttivo. E poi forse Cosa Nostra era consapevole del fatto che sarebbe stato controproducente fare gesti contro di noi che avevamo già visibilità. La mafia però temeva Addiopizzo e anzi si teneva alla larga dai nostri commercianti. La cosa è confermata da diverse dichiarazioni dei pentiti o anche da intercettazioni nelle quali appare chiaro come i mafiosi non andassero a chiedere il pizzo ai commercianti che erano tra quelli che esponevano la vetrofania con il logo della campagna Addiopizzo. Si trattava di un pericolo per loro: gente non disposta a pagare ma pronta a denunciare.
Oggi ci sono sempre più giovani che aprono delle attività commerciali, ci invitano all'inaugurazione, mettono subito l'adesivo e fanno capire che da che parte stanno.

È mai capitato di togliere l'adesivo a qualcuno?
Sì, ma per altri motivi, non perché pagassero il pizzo ma per esempio per truffa allo Stato. Semmai siamo stati bravi a tenere fuori chi ci ha fatto richiesta di ingresso senza averne i requisiti.

E le tipologie e luoghi delle attività che fanno parte di Addiopizzo?
Le imprese e i negozi più piccoli sono più disposti ad aderire. Le grandi catene si trincerano dietro il fatto che localmente non decidono nulla. Spesso è un pretesto. Oggi una novità importante è la crescita delle denunce da parte delle imprese edili che storicamente sono state quelle più a rischio, più vicine ad ambienti mafiosi.
La partecipazione delle attività imprenditoriali è cresciuta anno dopo anno anche se a macchia di leopardo. Da un punto di vista geografico siamo su alcuni quartieri di Palermo e in qualche paese in provincia.
Esistano anche Addiopizzo Catania e Messina, due iniziative per così dire gemelle, nate da iniziative autonome e indipendenti.

Spieghiamo la differenza e i legami tra Addiopizzo e Addiopizzo Travel.
Addiopizzo Travel nasce a fine 2009. Negli anni abbiamo visto molti ragazzi laureati che lasciavano la Sicilia per inseguire i loro sogni. Noi volevamo interrompere questo andazzo. E Addiopizzo Travel nasce banalmente perché proviamo a inventarci un lavoro anche in virtù degli input che ci arrivavano da molti luoghi dell'Italia dove presentavamo il progetto di Addiopizzo. Chi sarebbe venuto in Sicilia voleva evitare di spendere in realtà che pagavano il pizzo e così ci chiedevano dove andare. Un giorno un giornalista del Guardian è venuto a Palermo si è fatto un giro scegliendo i ristoranti che noi consigliavamo perché non pagavano il pizzo. Pubblicò un articolo con disegnato una sorta di itinerario pizzo free a Palermo, scegliendo appunto le esperienze della nostra lista. E così ci siamo detti “perché non lo facciamo noi?” che conosciamo i nostri commercianti e il nostro territorio meglio di chiunque altro.
Siamo diventati un tour operator a tutti gli effetti, con tanto di guide e accompagnatori, garantendo l'eticità della struttura ricettiva e di tutti gli altri fornitori. Il risultato è che non solo i viaggiatori non lasciano soldi alla mafia ma anche l'imprenditore che non è nel giro del racket ottiene vantaggi concreti. Insomma, abbiamo cominciato a ribaltare la situazione: “non paghi il pizzo? E allora i clienti te li portiamo noi!”.
Prima per paura di ritorsioni, la gente non andava ad acquistare dai commercianti denuncianti, col rischio quindi che la scelta coraggiosa di alcuni commercianti diventasse antieconomica.
Proviamo a dimostrare quindi che la legalità può essere anche conveniente e si può far lavorare tutto un indotto in un circuito etico. Questo è il primo obiettivo. In second'ordine proviamo a ricostruire una nuova narrazione sulla Sicilia che troppo spesso è stata legata solo alla mafia in senso negativo. Non solo narrare gli straordinari paesaggi ma anche le persone che hanno una storia di resistenza alla mafia e di difesa della bellezza. Tutto questo ha permesso a diversi ragazzi di reinventarsi un lavoro in Sicilia.

Addiopizzo Travel
Nella sede di Addiopizzo Travel

Quanti lavorano a Addiopizzo Travel?
Siamo in otto che lavoriamo in ufficio più una quindicina di ragazzi tra accompagnatori e guide. E poi c'è tutto l'indotto che si crea, incluso strutture che erano sul punto di chiudere e che invece, penso ad una compagnia di pullman, hanno raddoppiato il loro parco mezzi per portare in giro i nostri ragazzi.

E la sostenibilità ambientale dei vostri servizi?
Sono dei temi su cui stiamo facendo attenzione. Molti nostri tour sono a piedi, suggeriamo il treno per gli spostamenti e abbiamo in catalogo anche passeggiate e tour in bicicletta.

E l'accessibilità per le persone disabili?
È un tema su cui obiettivamente facciamo molta fatica. Anche solo pensando a Palermo, dove le barriere architettoniche sono uno standard. Quando un gruppo di ragazzi in carrozzina volle fare un giro, riorganizzammo completamente l'itinerario previsto. E poi dialogare con le amministrazioni su questi temi è arduo.

So che è stato di recente ad Ercolano, in provincia di Napoli, per conoscere alcune realtà operative sul territorio. Il modello impresa sociale è in larghissima diffusione nel sud del paese. Emergono tante progettualità connesse alla rigenerazione urbana. In questo momento la progettualità dal basso nei diversi contesti sembra diventata un modello vincente ma non sembra incidere a livello più ampio. Forse manca un ruolo più incisivo dello Stato nel determinare un cambiamento verso una giustizia economica sociale e ambientale?
Certo non possiamo essere soddisfatti di quello che le amministrazioni pubbliche fanno e hanno fatto negli anni, ma bisogna ammettere che c'è spesso una tendenza dalle nostre parti a lamentarsi. Dobbiamo continuare a lottare per i nostri diritti e per i servizi e contemporaneamente bisogna mettersi in gioco, anche perché diventiamo molto più credibili. Noi proviamo a fare entrambe le cose. E abbiamo avviato un'attività, un lavoro che per noi è il lavoro più bello del mondo perché ci consente di raccontare la nostra terra e conoscere tanta gente che arriva da ogni parte del mondo. Adesso è tempo di mettere in connessione, in rete le esperienze e crearne di nuove, simili alle nostre, in altre parti d'Italia. E così nel napoletano abbiamo messo in connessione realtà come la Scugnizzeria, libreria e centro culturale a Scampia, o Chi rom e chi no sempre a Scampia, la Cooperativa La Paranza del rione Sanità a Napoli, e tanti altri. Il tutto per creare dei percorsi che raccontino l'innovazione sociale, il cambiamento, la rigenerazione urbana, l'educazione alla bellezza.

Capaci, stazione
La stazione di Capaci

Ci sono altri progetti che state portando avanti?
C'è un progetto molto ambizioso e impegnativo a cui teniamo particolarmente e che ci vede impegnati da diversi mesi. Stiamo lavorando a MuST23, il museo stazione 23 maggio a Capaci. Si tratta di un museo interattivo e multimediale, che partendo dalla strage di Capaci racconti 31 anni di lotte, impegno, successi, delusioni, speranze. Con questo progetto, abbiamo diversi obiettivi. Primo, fare memoria, trovando strumenti per essere maggiormente incisivi, come visori e realtà virtuale, specie coi più giovani, che non hanno vissuto la stazione delle stragi. Un progetto per informare, educare ed emozionare… l'emozione è stato per noi la chiave per l'impegno e il riscatto. Secondo, questa per noi è anche un'operazione di rigenerazione urbana, perché prendiamo uno spazio non più utilizzato e devastato, l'ex stazione ferroviaria di Capaci, e la restituiamo alla collettività, provando a far diventare quella zona un hub culturale, una casa delle associazioni, in una cittadina che non offre ai suoi cittadini molte possibilità di interazione (a Capaci non c'è un cinema, non un teatro, non uno spazio aggregazione giovanile). Vogliamo realizzare questo progetto non solo per turisti ma anche per la comunità locale, anzi con la comunità locale.

Un'ultima domanda. Al di là delle prese di posizione davanti alle telecamere, sembra che il Governo Meloni stia usando strumenti normativi che alleggeriscono la lotta alla mafia e alla criminalità organizzata. Mi riferisco per esempio al nuovo codice degli appalti o per esempio alla norma sul patteggiamento per una condanna definitiva per associazione mafiosa che consentirebbe continuare a fare impresa ma anche a ricevere finanziamenti pubblici. Che ne pensa?
Sono soluzioni che non ci fanno bene soprattutto in un momento storico in cui l'attenzione su temi come quello delle mafie va scemando. Un tema che da anni è scomparso dall'agenda politica, dalle campagne elettorali. I media ne parlano sempre meno e solo in occasione di qualche arresto eccellente (e, ormai, di arresti eccellenti non ce ne sono più) o di commemorazioni. Le mafie sono ancora vive e non possiamo consentire una normalizzazione. Dobbiamo essere vigili e ogni tentativo di allentare le misure di controllo o repressive non troveranno il nostro consenso.
Ciò che diceva Borsellino “parlatene di mafia, in tv, nelle radio, sui giornali” è un invito che deve essere ancora valido per le giovani generazioni.

Pasquale Esposito

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