Adolescenti: che fare?

adolescenza

In direzione ostinata e contraria” è uno degli ultimi versi dell'ultima canzone del, fatalmente, ultimo disco di Fabrizio De Andrè, Anime salve. Questa Smisurata preghiera è dedicata agli ultimi, tra i quali possono a mio avviso essere contemplati anche gli adolescenti, che “è appena giusto che la fortuna li aiuti […] come un dovere”. Al netto di tutte le pubblicazioni letterarie, di tutti i servizi giornalistici, di tutti i dossier, di tutti i film, di tutte le opere in senso lato che oggi come oggi contemplano la figura dell'adolescente, questa figura rimane infatti sempre un po' in ombra, un po' nell'angolo, tenuta quasi al guinzaglio, come ad aver paura di liberarla da questa piccola prigione immaginaria che gli costruiamo intorno. Procediamo passo dopo passo per capire perché.

La psicoanalisi ha cominciato a dedicarsi all' in tempi abbastanza maturi rispetto alla sua fondazione. Dalla pubblicazione de “L'interpretazione dei sogni”, nel 1899, dobbiamo aspettare quasi cinque decenni perché l'adolescenza acquisti asilo all'interno della teorizzazione psicoanalitica. Prendiamo per esempio il caso di Dora, la quale non aveva ancora diciotto anni quando cominciò l'analisi con Sigmund Freud, ma nessuna considerazione specifica del caso clinico precipita a partire dalla giovane età della paziente. Freud non prende in considerazione che tutto ciò che Dora gli racconta possa essere tale nella misura in cui è un'adolescente a raccontarlo. Invece, dal secondo dopoguerra in poi, la teoria analitica ha iniziato a dedicarsi a questo tema a partire da quello che Donald Winnicott battezza come lo scandalo della bomba atomica, a partire cioè dall'apprensione di riservare alle generazioni future un domani migliore di quello che la guerra altrimenti avrebbe imposto. La psicoanalisi ha cominciato quindi a interrogarsi su chi sono gli adolescenti, su cosa vogliono, dove vanno, da dove vengono, e in continuità con questo, anche su chi è l'Altro dell'adolescente. Questo perché la caratteristica principale dell'adolescenza è quella di essere un movimento soggettivo di separazione, una sorta di altalena, di andare e venire, una separazione dal discorso sociale, sia esso genitoriale, scolastico e anche psicologico se si vuole.

Ora, questa considerazione va messa in rapporto al ruolo che l'adolescenza in quanto tale ha avuto nella storia dell'umanità. Proviamo a guardare soltanto alle produzioni culturali: oggi, per esempio, la letteratura dedica al tema un ampio spazio, basta entrare in una libreria per rendersene conto; a ciò vanno affiancati film, serie televisive, proposte politiche, servizi sociali… l'elenco è lungo. Fino a un centinaio di anni fa non era così: gli adolescenti erano degli sbarbati che si inserivano nel contesto di vita attraversandolo fino al debutto in società. A vent'anni eri già adulto, pronto a sposarti e ad avere figli; semmai si parlava di studenti, ma la classificazione di adolescente non aveva alcun peso socioculturale. D'altronde studente è colui che deve imparare a saperci fare con la vita. Tutto questo con il ‘900 cambia di segno, cambia di statuto, ed ecco che gli adolescenti oggi sono fondamentalmente un argomento all'ordine del giorno di una società la cui caratteristica è quella di far fatica a tramontare per lasciare ai giovani lo spazio, il tempo, il modo di avvenire a loro stessi.

Dal punto di vista etimologico, adolescente è colui che cresce, laddove adulto invece, participio passato del latino adolesco, è colui che è cresciuto. Questa crescita, per come la leggiamo noi, non è una crescita anagrafica, tantomeno una crescita sancita o meno dai diritti civili che si acquisiscono col tempo. Si rimane per certi versi adolescenti per tutta la vita, nel senso che non si smette mai di crescere: questo è il significato che personalmente do alla parola adolescente, colui che cresce, e che quindi rappresenta tutti.

Ora, qual è la caratteristica che oggi ritroviamo negli adolescenti contemporanei? Quella di essere dei soggetti che rispetto a questa tendenza alla crescita, a questo implicito e insito movimento continuo di crescita, fanno una certa difficoltà. Crescere non nel senso dell'altezza, del peso o dell'età anagrafica appunto, ma come processo che porta una persona ad assumersi la responsabilità delle proprie decisioni, la responsabilità delle proprie scelte, la responsabilità del proprio desiderio. Con adolescenza, fondamentalmente intendiamo l'assumersi la responsabilità del proprio desiderio ed è in questo senso che il movimento di separazione dalle figure genitoriali, dalla scuola, dalle figure educative, diventa, appunto, non tanto un andare via di casa, non tanto un essere indipendenti, bensì l'assumersi la responsabilità del proprio desiderio come ciò che ci contraddistingue come differenti gli uni rispetto agli altri.

Per certi versi la figura dell'adolescente è sempre stata la figura di qualcosa che differisce rispetto al normale stato delle cose. Se andate a fare una piccola ricerca in internet, troverete che le stesse battute che vengono fatte riguardo ai giovani d'oggi, della serie “Non ci sarà più il futuro di una volta”, venivano dette già 2500 anni fa, il che, anche solo per un mero dato statistico, è evidentemente un errore, perché altrimenti non saremmo nemmeno qui a parlarne.
Dunque, che cos'è che cambia, tanto da far si che oggi, a differenza di un tempo, ci occupiamo tantissimo di questi ragazzi?
Le loro problematiche, i loro comportamenti, i loro atteggiamenti, talvolta i loro sintomi, sono tali da preoccuparci così tanto da non dormirci la notte, tanto da dover andare dagli psicologi, per capire un pochettino che cosa succede; perché questo succede adesso e non succedeva prima? Perché gli stiamo così tanto dietro? Non che i di una volta non se ne occupassero, non è questo il punto. Il punto è perché oggi come oggi questo avviene in maniera così invadente, invasiva. Tanto che ci sono genitori che vanno a colloquio con i professori dell'università, per intenderci. La maggiore età non vale neanche più la possibilità di firmare di proprio pugno il proprio libretto delle giustificazioni scolastiche. Il discorso sociale si cinge attorno agli adolescenti come a fargli da scudo, per proteggerli da tutto, producendo un effetto paradossale: ovvero che l'adolescenza, oggi, non esiste.

Non la facciamo esistere noi cosiddetti adulti e la conseguenza di ciò è che gli adolescenti contemporanei, di questo eccesso di protezione, si ammalano. C'è un'epidemia di sintomatologie psichiche tra i giovani d'oggi che fino a cinquanta anni non era neanche all'orizzonte. E perché? Perché i ragazzi di oggi non stanno bene? Perché ci sono libri, articoli, saggi eccetera, sui giovani d'oggi? Tutta questa produzione non è tanto rivolta a loro, quanto a noi, agli adulti. Come sottolinea , nel momento in cui avviene un passaggio generazionale, la generazione precedente a quella successiva deve elaborare una sorta di lutto della propria esistenza. Bisogna fare un passo indietro, bisogna in qualche modo, metaforicamente, poter morire per fare spazio ai giovani d'oggi, bisogna in qualche modo poter introdurre un discorso del tipo: “fai tu, non lo faccio io, non è più mio appannaggio, non sono più le mie scelte”.

Il tempo dell'adolescenza è un tempo in cui si comincia a scegliere. A partire dal “risveglio di primavera”, come lo chiama Jacques  Lacan, il soggetto adolescente comincia a prendere le proprie decisioni. Gli adolescenti di oggi invece non esistono perché il discorso sociale oggi non glielo permette, altrimenti il narcisismo dei “grandi” verrebbe leso dal fatto che qualcun altro potrebbe succedergli: questo è il lutto generazionale che gli adulti di oggi fanno fatica a compiere.

Spesso quando lavoro con i miei pazienti mi interrogo sul perché siano lì a parlare con me anziché essere fuori a correre, a fare tardi al parchetto con gli amici. Uno dei sintomi dei giovani di oggi è quello di stare chiusi in casa, un ossimoro rispetto a quella che dovrebbe essere l'adolescenza comunemente intesa. Perché un sintomo come quello del ritiro sociale diventa emblematico del discorso culturale in cui gli adolescenti di oggi vivono (ed evidentemente noi con loro), perché non uscire?  Perché fuori è rischioso, pericoloso, e l'Altro contemporaneo è concentrato affinché non succeda nulla, perché altrimenti saremmo dei genitori reietti, saremmo degli educatori reietti, degli insegnanti reietti, degli psicologi reietti. Ci dobbiamo pensare noi perché se no si fanno male. “In direzione ostinata e contraria” vuole dire esattamente questo, lasciare spazio, fare un passo indietro, dare tempo, dare modo, dare modo di fallire, di cadere, e poi rialzarsi.

Un mio caro amico, filosofo della comunicazione, dice che a suo avviso il famoso detto “cadere e poi rialzarsi” andrebbe riformulato con “cadi, aspetta, guardati intorno, cerca di capire cosa succede, e poi nel caso rialzati”. Invece no, il discorso sociale contemporaneo ci intima a essere super performativi, “cadi e rialzati, cadi e rialzati”. Non lasciamo spazio all'esperienza del “fallimento”, non lasciamo spazio alla facoltà dell'errore, non lasciamo spazio al fatto che qualcosa può andare in una maniera diversa da come l'avevamo considerata. È in questo modo che non facciamo esistere gli adolescenti, perché pensiamo che se un adolescente cade, fallisce, se prende un brutto voto a scuola, allora è colpa nostra. I giovani d'oggi fanno fatica a sostenere il fallimento nella misura in cui la possibilità di vivere il fallimento gli è preclusa dalla difficoltà narcisistica dell'Altro a sopportare, lui, il fallimento. È vero, i giovani fanno fatica a sostenere il fallimento, ma perché al fallimento non sono abituati dalla difficoltà dell'Altro di sostenere il fallimento. Bisogna creare degli spazi vuoti, insaturi, dare occasione di sbagliare in maniera imprevista, perché nell'errore, nel fallimento, nel nostro errore e nel nostro fallimento, i ragazzi possano trovare la strada per il loro desiderio. Altrimenti non faranno altro che esaudire il nostro desiderio di essere infallibili.

Si tratta di permettere agli adolescenti di essere tali perché gli adolescenti non siamo noi. Si tratta di dare fiducia ai giovani. È uno dei “mantra” che ripeto durante i colloqui con i genitori: “fidatevi”. Se io adulto non infondo fiducia nei tuoi confronti, come posso pensare che poi tu te la possa anche solo cavare a fare una verifica scolastica? È normale avere la tremarella davanti a una prova, o a un primo appuntamento, non sono dei sintomi. Il lavoro che va fatto a monte è con le figure di riferimento che invece è come se non volessero che i loro figli, o i loro studenti, o i loro pazienti addirittura, facessero esperienza di una risposta in prima persona. Quando scorgiamo un germe di desiderio invece bisognerebbe dire: “vai che comunque sarà un successo”. È un grave errore interpretare narcisisticamente quello che accade nel campo dei giovani.

In altri termini, l'Altro dell'adolescente deve poter sbagliare, è ciò che prima abbiamo chiamato fallimento o lutto. Ne La Meglio Gioventù il giovane durante un esame viene invitato dal professore ad andare all'estero perché “qui sono tutti dinosauri”; al che Lo Cascio gli chiede “scusi ma perché non ci va lei all'estero?” e lui risponde “io sono uno dei dinosauri che lei deve sotterrare”. Questo è il punto: siamo dei dinosauri, non degli zombie.

Tanti genitori dicono che l'importante è che i loro figli siano felici. Una volta un padre mi ha detto: “io ho smesso di dire a mia figlia l'importante è che tu sia felice, quando mia figlia mi ha detto per me essere felice è darla a tutti. A quel punto mi sono fermato e ho capito che il mio concetto di felicità non era necessariamente lo stesso di mia figlia”. Ovvero i giovani non sono quello che noi pensiamo debbano essere. In direzione ostinata e contraria non vuol dire che il discorso degli adulti debba porsi necessariamente come un muro rispetto a quello degli adolescenti, il punto è lasciare liberi i giovani di andare verso direzioni che noi non avevamo previsto, che non erano nel nostro programma. Tutti, genitori, docenti, professori, psicologi, vogliono il bene dei ragazzi, ma che cosa vuol dire volere il bene di qualcuno? Lacan su questo era piuttosto caustico allorché riconosceva che nella sofferenza il soggetto in qualche modo ritrova una sorta di piacere supplementare, quindi il soggetto è sempre felice, a maggior ragione quando soffre; allora è questa la felicità che vogliamo consegnare?

La felicità che vogliamo consegnare è qualcosa dell'ordine della libertà, della possibilità, del fatto che c'è qualcosa di insondabile, che c'è qualcosa di cui nessuno più essere garante: questo è quello che si può consegnare, l'assenza della nostra risposta. L'adolescenza è esattamente questo, il fatto di dover rispondere in prima persona allorché l'altro non può più farlo, e invece noi che cosa facciamo? Nel momento in cui il giovane ci prova, noi lo blocchiamo: “ci penso io!” Ed è allora che i giovani si ammalano della risposta che non hanno potuto dare: i sintomi psichici vengono al posto della loro risposta.

D'altronde se la libertà fosse fare quello che si vuole, sarebbe una prigione senza confini. I discorsi che oscillano tra il totalitarismo del fai quel che vuoi e il totalitarismo del non puoi fare niente, sono in questo senso la stessa identica cosa nella misura in cui, piuttosto, si tratta di fare i conti con i nostri limiti. Con la nostra mancanza, la condizione del desiderio. È con questo che è importante imparare ad averci a che fare, adulti e adolescenti, perché è la condizione che fa sì che gli adolescenti si e ci stupiscano. Il fatto che gli adolescenti dicano di no, che inventino la risposta, è il nostro più grande successo. Se continuano a dire sì, se sono eccessivamente accondiscendenti, c'è qualcosa che non funziona. Come suggerisce Massimo Recalcati invece, perché ci sia trasmissione da una generazione all'altra, gli adulti dovrebbero invece testimoniare l'apertura del desiderio, la sua vitalità, la sua eretica erranza.

La fortuna maggiore che possiamo concedere agli adolescenti di oggi è di essere degli adolescenti, di sbagliare, di inciampare, finanche di cadere, di prendere delle decisioni sbagliate. Va sostenuto il desiderio, non il capriccio. Prendiamo la recente biografia di : è un continuo susseguirsi di fallimenti.  Il libro si apre con il racconto della richiesta di sua figlia di insegnargli a suonare la batteria. Peccato che a lui nessuno avesse mai dato lezioni perché non ne aveva la possibilità. Si esercitava picchiando sui cuscini della cameretta. L'unica lezione che ha mai preso si sintetizza nell'aver scoperto che teneva le bacchette al contrario. Dave Grohl tutt'ora suona con le bacchette al contrario, è la cifra del suo sound. Quello è stato fare del suo errore la sua fortuna. Le bacchette hanno un senso, ma non è detto che è il senso che gli diamo noi. È il senso che gli dà chi le usa. L'importante è che la musica sia nuova.

Andrea Panìco

 

canale telegram Segui il canale TELEGRAM

-----------------------------

Newsletter Iscriviti alla newsletter

-----------------------------

Se sei giunto fin qui vuol dire che l'articolo potrebbe esserti piaciuto.
Usiamo i social in maniera costruttiva.
Condividi l'articolo.
Condividi la cultura.
Grazie

In this article