Adolescenza artificiale

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Per uno psicologo, i pranzi di famiglia rappresentano un crocevia propedeutico a una completa formazione. Dopo anni di studio, analisi personale e supervisioni, c'è un ultimo esame non scritto da superare: mantenere un atteggiamento super partes durante le chiacchiere che si dividono tra un cosciotto di agnello al forno e una fetta di panettone al cospetto dei propri familiari. Come molti colleghi sanno, la nostra professione vanta un'aura che desta in tutti curiosità e reverenza. Tuttavia, in queste occasioni, la supposizione di sapere che siamo a vario titolo tenuti a mantenere, viene messa in forte discussione, tanto che, spesso, gli unici che sembrano non avere in tasca una laurea in psicologia, siamo noi.

Non ho nulla da recriminare a questo genere di situazioni, anzi: mi hanno permesso nel tempo di capire come calibrare la mia posizione sia in ambito clinico che divulgativo. D'altronde, un pranzo di famiglia non è un congresso, tantomeno una seduta. Vero è, però, che spesso durante queste occasioni sorgono questioni che hanno il merito di suscitare spunti di riflessione che si inseriscono nel delicato punto di incontro tra l'elucubrazione teorica e la sua applicazione terrestre. In altri termini, rimango fermamente convinto che in questo incrocio risiede uno dei punti di forza della psicoanalisi, la quale, se non sa parlare a quelli che scherzosamente chiamo “comuni mortali”, è destinata ad appendere al chiodo chaise longue e poltroncine.

I miei nipoti si sono oramai imbarcati in quel crinale senza ritorno che si chiama , ragione per cui, durante l'ultimo convivio parentale, la mia parola è stata nuovamente accolta come un'auctoritas, da dissacrare. Dopo anni di dibattito sull'uso dello smartphone e sull'organizzazione dell'agenda settimanale dei “bambini”, l'ultima novità all'ordine del giorno è la scelta della superiore. È stato in questo frangente spazio-temporale che è emerso il tema della hit parade delle scuole.

Come accade oramai da tempo per le università, infatti, anche gli istituti superiori sono soggetti allo spietato giogo del ranking. In una sorta di classifica che contempla percentuali di successo lavorativo, accesso alle facoltà universitarie e rapporto tra studenti promossi e bocciati, anche le scuole superiori competono tra loro nella corsa alla migliore offerta per il cliente-studente, alias la sua famiglia. Ora, non mi interessa tanto criticare la posizione di chi si affida a questo sistema in cui tutti siamo immersi (è praticamente impossibile fare i Captain fantastic della situazione), quanto proporre un ragionamento teso a estirparne le radici come fossero quelle di un'erbaccia velenosa.

La cosa simpatica è che il parente che mi ha proposto la bontà di questo sistema è lo stesso che quasi trent'anni fa, al momento in cui mi trovavo io a scegliere quale liceo frequentare, mi disse: “l'importante è che tu faccia ciò che ti piace”. Motivo in più che mi induce a pensare che c'è qualcosa che non torna, ma andiamo con ordine.

La scelta della scuola superiore, quando le cose vanno per il verso giusto, ovvero quando è una scelta presa in autonomia una volta ponderati tutti i consigli che ne mettono al vaglio i pro e i contro, è il primo atto decisionale nella vita di un adolescente. Per buona pace di sport, hobby e quant'altro, è in questo caso che ci si trova per la prima volta ad assumersi la responsabilità di una decisione sulla propria vita. Se, infatti, secondo l'ordinamento italiano, fino alle scuole medie tutto è già deciso, con l'ingresso alle “secondarie superiori” il soggetto è chiamato a esprimere la propria parola in un orizzonte non scritto. Tuttavia, da quando sono uscito io dall'esame di terza media le cose sono cambiate molto in seno a questa facoltà: l'indicazione prodotta dalla pagella su quale iter scolastico seguire è molto più vincolante rispetto a prima. Quello che mi preme è ciò che determina il criterio della scelta.

L'adolescenza è il tempo in cui il soggetto mette alla prova il proprio desiderio. Non è un percorso lineare, tantomeno indolore: è fatto di curve repentine, salite e discese vertiginose, cambi di direzione tortuosi come quelli di un labirinto. Non se ne vede la via d'uscita per anni. E ci sta che i genitori e le istanze educative preposte al suo perseguimento si impegnino a renderlo il meno doloroso possibile; anche noi psicologi facciamo parte del gioco, quantomeno quando il gioco si fa duro. Ma rimane che questa crisis è tanto inevitabile quanto ineluttabile. La difficoltà maggiore nell'attraversarla è che mancano le linee guida, ma è anche la sua più grande risorsa.

Quando le istituzioni scolastiche generano le statistiche delle loro skills, come fossero le tabelle che descrivono le qualità di una birra – colore, gradazione, dolce/amaro, indice IBU etc – tentano in buona fede (non si voglia fare un processo alle intenzioni) di proporre un orientamento atto a dissipare la mancanza di punti di riferimento strutturale all'adolescenza. Della serie: “non sai dove andare? Te lo dico io!”. Il che solleva almeno due problemi.

Il primo, più semplice ma se vogliamo più esistenziale: la struttura non mente. Cosa vuol dire? Facile, che per quanto provi a spiegare ai salmoni che non ha senso nuotare controcorrente, continueranno a farlo (il riferimento non è folkloristico: cfr. il noto saggio di Freud Al di là del principio di piacere). Significa che, per quanto ci possiamo impegnare a favorire il processo di estinzione dell'adolescenza, ovvero nel non renderla possibile favorendo altresì un'infanzia perenne, gli adolescenti resisteranno sempre. Accudire, spiegare, giustificare, dare senso, proteggere, favorire, garantire, sono tutte azioni contrarie al moto impetuoso della giovinezza, che invece per definizione straripa da qualsiasi argine le si costruisca attorno. In questo senso, che le scuole suggeriscano, accreditino e definiscano presunti segnali stradali nel deserto solitario dell'adolescenza, è allora, estremizzando, una perdita di tempo: comunque sia, qualcosa farà acqua – e meno male, dato che sarà la famosa oasi nel deserto.

Secondo, più difficile perché apparentemente controintuitivo. Ammesso e non concesso che quanto sopra non funzioni, ovvero che sì, si tratta di perfezionare la segnaletica stradale e poi gli adolescenti troveranno la nostra strada, dove conducono questi cartelli? Non a Zion. Zion è la città sacra della cultura religiosa Rastafari; Bob Marley cantava I'm gonna be iron, like the lion, in Zion. Niente di più e niente di meno di Gerusalemme, Lhasa o Varanasi insomma, se non fosse che è stato preso come significante del luogo dove resiste l'umanità nella trilogia di Matrix, cioè dove le macchine non hanno giurisdizione.

Procediamo a spirale lungo questa improbabile mappa che va dall'accesso alle scuole superiori alla meta verso la quale stiamo conducendo le nuove generazioni. C'è infatti un altro fenomeno contiguo alla hit parade delle scuole per affinità di ragionamento: l'incessante corsa alla diagnosi. Chi non frequenta le scuole è ignaro di questo fenomeno. In buona sintesi, entrare oggi in una qualsiasi classe di una qualsiasi scuola significa incontrare tante diagnosi quanti sono gli studenti (o quasi): dislessia, disgrafia, discalculia, ADHD, ritiro sociale, Asperger, Bisogni Educativi Speciali, Piani Educativi Individualizzati, finanche DCA, celiachia, diabete, depressione, genitori divorziati, famiglia affidataria e chi più ne ha più ne metta. Sia chiaro, non intendo mettere in discussione la bontà di cotante classificazioni, che tanto lavoro offrono alla mia categoria professionale, ma statisticamente sorge un dubbio: ci sono studenti “normali”? Non mi è mai piaciuta la parola normale, quantomeno applicata al mio ambito lavorativo, perché somma i significanti “norma” e “male”; tuttavia, la situazione induce a pensare.

Quando studiavo Psicopatologia generale, ho dovuto imparare praticamente a memoria il DSM, il Manuale Statistico Diagnostico per le malattie mentali, costruito dall'American Psychiatric Association per stabilire i criteri di cura delle patologie psichiatriche. Si basa su quello che ho ribattezzato ai tempi “il criterio delle figurine”: ce l'ho/manca. In altri termini, secondo la ricorsività di disturbi minori secondo una scaletta variegata (hai tot sintomi da tot tempo?), si compongono e stabiliscono le categorie diagnostiche più ampie, dal disturbo bipolare alla schizofrenia, passando per i disturbi d'ansia e quelli alimentari. Niente da ridire, non ora perlomeno, ma insomma, per farla breve, ce li avevo tutti, e la cosa mi destava qualche interrogativo. Ai tempi, così come tuttora, il motivo era semplice: nessuna etichetta diagnostica contiene la soggettività, nessuna nomenclatura definisce chi siamo. Fragile illusione, d'altronde, quella che farebbe coincidere la singolarità d'essere del soggetto con la sua definizione diagnostica.

Torniamo però sui banchi di scuola. Ben venga l'usanza di diagnosticare le più diverse psicopatologie tra gli studenti; ben venga permettere a un ragazzino che “non è svogliato, semplicemente ha una difficoltà”, di accedere alle medesime possibilità dei suoi compagni; ben venga dare a tutti le stesse possibilità a partire dalla diversità. Ma attenzione, perché in nome del riconoscimento delle cosiddette differenze individuali, quella che si promuove non è una cultura della differenza, bensì della omologazione, parente stretta delle hit parade di cui sopra. In altre parole, non si tratta di diritti ma del dover tutti necessariamente soddisfare i criteri prestazionali su cui si fonda il nostro discorso sociale: ciò che ne esonda, viene fatto rientrare sotto le mentite spoglie di una diagnosi.

Facciamo allora un altro salto concettuale in questa catena di rimbalzi. Mi auguro che chi sta leggendo queste righe abbia viaggiato oltre i confini dell'Impero d'Occidente (di fatto, basta uscire sul pianerottolo di casa). Le usanze di popoli più o meno avanzati risultano sempre agli occhi del viaggiatore come esotiche, è anche per questo che viaggiamo. Ecco, vi invito a usare il medesimo spirito critico verso la nostra società: siamo così sicuri che quello che promuoviamo sia il “giusto”? Ovvio che no. Il relativismo culturale è tale da amplificare notevolmente le capacità intellettive di chi ci si confronta in una spirale dove è difficile mantenere dei punti di riferimento. L'adolescenza è un viaggio senza cartina in un mondo sconosciuto, una rotta migratoria, una traversata dell'essere del soggetto. La strada sulla quale ci stiamo imbarcando, fatta di classifiche e diagnosi, se allora non conduce a Zion, dove porta? Per deduzione è semplice: fuori da Zion. E cosa c'è fuori da Zion? Be', fuori da Zion c'è l'agente Smith, l'Intelligenza Artificiale (IA) incarnata di Matrix che considera gli esseri umani dei virus.

L'adolescenza è un virus, corpo straniero-familiare che sfugge a qualsiasi codice predefinito, rappresentazione della più intima differenza soggettiva. L'esatto opposto di un cyborg. Adeguarla a degli standard è contro lo stesso principio che la genera: andare contro i principi – mettete l'accento dove preferite. Ma se questi principi fossero gli stessi che la sostengono, ovvero la rivendicazione del desiderio soggettivo, tutto sommato non ci sarebbe niente di male. Qualsiasi genitore, o professore, o psicologo, direbbe “l'importante è che faccia [l'adolescente] quello che desidera”. Peccato che quando questo desiderio si impone come differenza rispetto a quello che noi consideriamo “normale” (ecco che torna), la cosa smette di andarci bene. Il problema allora è che i “principi” secondo i quali forgiamo le generazioni del futuro sono quelli del profitto, del successo e della crescita personale, con una spolverata di benessere qua e là. E profitto, successo, crescita personale e benessere non contemplano il loro contrario, quella che Lacan chiama “mancanza a essere”, ovvero la matrice del desiderio.

A suon di diagnosi e classifiche, stiamo costruendo un mondo dove i giovani si devono disumanizzare per rispondere ai desiderata di un mondo adulto che fatica a lasciare il passo. Perché siano efficienti. Perché abbiano successo. Perché stiano bene. Perché non falliscano. Perché non suscitino preoccupazioni. Perché non gli accada niente di male. Perché riescano. Perché non si rompano. Perché funzionino. Come dei robot. Precisi, senza malfunzionamenti, senza falle, senza mancanze, senza niente da aggiustare; senza difetti. D'altra parte, non ci sarebbero pezzi di ricambio: “Non lasciarmi”. In una spirale ascendente che ci vede protagonisti nell'impartire alle macchine il successo delle nostre competenze – così che possano indicarci il percorso giusto da seguire per andare al lavoro o “la soluzione più efficiente per le nostre esigenze” – stiamo delegando alle nuove generazioni il compito di assimilarsi il più possibile a esse: precise, veloci, complete. Senza mancanza, come degli adolescenti artificiali, come dei giovani agenti Smith.

Quando invece nella mancanza, nel difetto (il latino deficere significa sia “mancare” che “ribellarsi”) conserviamo la nostra più intima essenza di soggetti di desiderio: de-sideris, dalle stelle. Le costellazioni sono un'invenzione e l'adolescenza è un oroscopo in divenire.

Mentre scrivo il correttore automatico mi indica le parole da correggere: è bello, ma se fosse applicato alla vita? Perseguire la classifica dei licei o prodigarsi nella rincorsa alla diagnosi è come essere assimilati a un software o a un chip. Il bello è che noi siamo un codice, genetico e linguistico, ma la nostra più intima soggettività emerge per differenza, per difetto, per errore rispetto a esso.

Provate allora a guardare le nuvole: chi indovina il profilo di un drago? Non c'è diploma che ne conferisca il titolo, ognuno vede quello che sogna. Forse è questo che la scuola dovrebbe insegnare, a “cogliere l'attimo” tra le nuvole, a disegnare costellazioni nuove tra le stelle. D'altronde non c'è criterio, tabella, classifica che possa contenere un sogno: la mappa dell'adolescenza è una tela i cui confini sono amministrati dalla mancanza, dal desiderio. Ed è questo che avrei voluto dire ai miei parenti l'altro giorno: ben venga la migliore ricetta senza sbavature dell'agnello al forno, ma come lo prepara la zia, lo fa sembrare un drago: immortale come l'attimo fuggente di una nuvola, o di una stella cadente.

Andrea Panìco

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