Adolescenza: femminile plurale

adolescenza femminile foto Galatà

La teorizzazione psicoanalitica di è percorsa da quelli che potremmo definire “postulati di non esistenza”; tra i più noti: non c'è metalinguaggio, non c'è Altro dell'Altro, non esiste rapporto sessuale, La donna non esiste[1]. Quest'ultimo, in particolare, scosse l'opinione pubblica degli anni '70 allorché venne confuso per essere una dichiarazione di stampo maschilista, quando invece si tratta di un elogio del femminile. Fin dagli esordi della psicoanalisi nel campo delle scienze umane, infatti, l'interrogativo sulla femminilità ha permeato le riflessioni di Sigmund Freud, il quale dichiarava al suo amico e confidente Fliess che la psicoanalisi non aveva ancora risposto all'interrogativo riguardante “cosa vuole una donna”. In altri termini, la teoria psicoanalitica non riusciva a rendere conto della precisione con cui il cosiddetto mistero della femminilità ne bucava le fondamenta. Per risolvere questa impasse, Lacan ritenne pertanto opportuno interrogare la figura della donna dal lato del piacere sessuale, introducendo il concetto di Altro godimento (femminile) come opposto al godimento fallico (maschile). Il risultato fu duplice.

Innanzitutto, Lacan chiamò la posizione del soggetto nei confronti del piacere sessuale col neologismo “sessuazione”, con il quale si intende che l'accesso al godimento è da rintracciarsi a livello inconscio e riguarda tanto la conformazione biologica dell'umano quanto la sua forgiatura culturale. Per semplificare in maniera estrema, non tenendo cioè conto del campo variegato delle capriole della sessualità, un uomo potrebbe godere nel senso dell'Altro godimento e una donna in quello del godimento fallico. Il secondo risultato fu appunto quello di coniare un concetto, quello di Altro godimento, che esprime la modalità femminile di godere e che, questo è il punto, differisce dal suo antagonista maschile in quanto non si limita al significante fallico. Provo a spiegare.

Nella teoria psicoanalitica il “fallo” non è solamente l'organo sessuale maschile ma rappresenta anche quel significante che nell'inconscio significa, cioè dà una spiegazione, al movimento di presenza/assenza della madre nei confronti del bambino. Della serie: il bambino si domanda “dove va la mamma quando non è con me?”, risposta: “fallo”. È una sorta di passe-partout che si inscrive nell'inconscio come un dizionario dove trovare il significato soggiacente a tutte le domande. Ora, la questione che porta Lacan a definire il godimento femminile come Altro rispetto a quello fallico, qui semplificata nei suoi punti cardinali, è proprio il fatto che il cosiddetto piacere femminile (ricordiamolo: in quanto esperito a livello inconscio) è di per sé non localizzato nel corpo e indicibile, ovvero non può essere spiegato solamente in termini organici, fallici, laddove appunto il fallo è il significante che spiega. Cioè l'Altro godimento, che è appunto non-tutto fallico, non può non passare attraverso il corpo e la parola, ma questa parola-corpo di cui si gode è insufficiente a definirlo fino in fondo.

A costo di un'eccessiva semplificazione, se si pensa a una conversazione in cui due “maschi” raccontano le loro avventure sessuali, è facile trovare le parole per dirlo. A contrario, il racconto che una “donna” fa sullo stesso tema può, potenzialmente e secondo la stessa traiettoria vissuta all'apice del piacere, essere infinita: non c'è l'ultima parola su come una donna gode. Si prenda a titolo d'esempio il best seller “Cinquanta sfumature…”, dove l'autrice impiega pagine su pagine per raccontare l'orgasmo della protagonista. Le parole sembrano non bastare mai…

Torniamo a noi. Questa “indicibilità” del godimento femminile è alla base dell'aforisma “La donna non esiste”: non esiste un significante che dica, che definisca la donna nel suo accesso al godimento come regola universale, come qualcosa di generalizzabile. Ogni donna gode in maniera diversa, attraverso parole diverse; ogni donna è una. Non c'è “La” donna – l'accento di inesistenza è dunque posto sull'articolo e non sul sostantivo – ma ci sono “Le” donne, una per una.

Questa premessa, che spero sufficientemente chiara, vuole introdurre il cuore di questo articolo: una definizione dell' contemporanea come ontologicamente femminile, ovvero, stando alle nostre premesse, in quanto “inesistente”. Più precisamente, l'adolescenza, come “La” donna, non esiste. Proviamo a vederne le ragioni.

In primo luogo, riprendendo il tema della singolarità del femminile, possiamo affermare che anche gli adolescenti vanno “contati” uno per uno e questo non solo per un discorso inneggiante alla specificità di ognuno, bensì per una questione logica. Una delle prime operazioni che uno psicoanalista si trova ad affrontare nel lavoro clinico, infatti, è la formulazione della diagnosi strutturale: nevrosi da un lato, psicosi dall'altro. Ora, senza entrare nel merito delle ragioni che sostengono il processo diagnostico, possiamo affermare che, date le caratteristiche della crisi strutturale/evolutiva che contraddistingue l'adolescenza, nel momento in cui ci troviamo confrontati con un giovane paziente, la decisione della diagnosi va mantenuta in sospeso. Per non rendere questo articolo eccessivamente tecnico, possiamo immaginare di trovarci alla guida di un'automobile immersi nella nebbia. Cosa si fa in questo caso? Si seguono le linee della segnaletica orizzontale, cioè il discorso del paziente. E cosa dice questo discorso? Dove porta, potremmo dire, la parola dell'adolescente?

È esperienza comune che gli adolescenti facciano gruppo omogeno: come per mimesi tra loro così come nel discorso sociale, sembrano tutti uguali. Eppure, se andiamo a guardare le cose più da vicino, il tratto che li accomuna è paradossalmente il rovescio di questa omogeneità, ovvero l'assunzione singolare della propria parola. Dopo il periodo dell'infanzia, in cui il soggetto è parlato dai significanti dell'Altro, con l'ingresso nella pubertà questi si fa portavoce di un suo proprio discorso. L'adolescente non è più nella posizione di colui che aderisce alla domanda dell'Altro ma si avventura in un percorso di cambiamento teso a “dire la propria”. Lo si sperimenta chiaramente quando si ascoltano i ragazzi: nuove teorie sul mondo, nuovi modi di parlare, nuovi interessi, nuovi sogni, nuovi desideri; nuovi dolori. L'adolescenza si dà sotto l'insegna del nuovo, dell'inedito, dell'originale. Del fuori serie.

È proprio nella misura in cui non c'è un significante universale che li caratterizzi nella loro singolarità che gli adolescenti si imitano gli uni con gli altri. Il gruppo dei pari, la compagnia, la comitiva, funzionano cioè come uno specchio in cui reperire il tratto della propria particolarità, in cui riconoscersi nella differenza. Colgono il singolare – ciò che è sganciato dall'Altro – attraverso il particolare – ciò che è con l'Altro, che partecipa dell'Altro. L'emergenza della soggettività come trasversale alla diagnosi da un lato e all'omogeneità del gruppo dall'altro, rende dunque conto della “femminilità” della posizione dell'adolescenza nel discorso. Il discorso dei giovani rivendica, direi per definizione, l'unicità, la differenza, il prototipo come criterio differenziale ultimo. Gli adolescenti, come le donne, si dicono cioè uno per uno, nome per nome. Motivo per cui, come spesso accade, il cosiddetto soprannome degli anni delle scuole superiori diventa il nostro nuovo nome proprio, per tutta la vita.

C'è un secondo aspetto che ci autorizza ad associare l'adolescenza al femminile ed è propriamente il campo di quello che con Lacan chiamiamo Altro godimento. Abbiamo visto che con questo termine si definisce l'eccedenza fallica dell'accesso femminile al piacere, sessuale e non solo. Se nel godimento fallico l'articolazione del piacere ruota intorno all'organo-significante, nell'Altro godimento questa circo-iscrizione viene invece travalicata, de-localizzata rispetto al corpo. Il godimento femminile sconfina il corpo e la parola, è un oceano potenzialmente senza confini. Bene, non possiamo dire lo stesso del rapporto dell'adolescente con il godimento, con la sua vita più specificatamente pulsionale?

L'adolescenza è vulcano in eruzione, valanga di lava, magma incandescente; è tsunami in vacanza, onda anomala, abisso infinito; è terremoto nella notte, scossa assordante, crepaccio sotto i piedi; è tornado blu, tempesta di sabbia, vento in faccia in bicicletta… L'esperienza del godimento in adolescenza prende mille e una forma, ma non sono mai quelle della pausa tisana durante un ritiro spirituale. Anche nei casi di forte depressione assistiamo alla stessa logica, solo rovesciata verso l'oscurità del Nulla. L'eccesso pulsionale trova nel corpo dell'adolescente il luogo adatto da invadere come un virus foriero di vita; un castello da espugnare con lance frecce e spade, cavalli al galoppo e catapulte di fuoco. Riferendosi all'omonima pièce di Wedekind, Lacan lo chiama il Risveglio di primavera: come quei bellissimi video in time lapse che rendono visibile l'invisibile sbocciare di un fiore, sotto la pelle dei giovani soffia una cascata di polline che feconda la bellezza del mondo.

Non è difficile pensare che un rappresentante del godimento femminile possa allora essere proprio la bellissima ferocia con cui gli adolescenti addentano la vita. L'adolescente è un leone indomito chiuso in una gabbia che morde le sbarre alla conquista della sua libertà, per correre poi incurante di tutto e di tutti verso l'infinita savana. L'Altro godimento, quello che per Lacan corrisponde tanto alle donne quanto ai mistici, non è forse lo stesso dialogo in diretta con l'Altro a cui gli adolescenti ambiscono nel loro desiderare di conquistare il mondo, arrampicandosi a mani nude sul granito spigoloso della montagna della vita? La pulsionalità pura, totale, estatica che assimila il piacere femminile tanto alla paura di impazzire quanto alla gioia infinita, trova quindi nell'adolescenza una sua ulteriore declinazione, l'espressione di una sua possibilità.

Se la logica dell'una per una del godimento femminile fa sostenere a Lacan che “La” donna non esiste, possiamo reperire la stessa convergenza con l'adolescenza in un terzo punto. La figura sociale della donna soltanto negli ultimi decenni sta cominciando a ottenere, quantomeno in occidente, il riconoscimento che le si deve, e ancora tanto deve essere fatto. Non ho i titoli per parlare in modo opportuno di ciò, ma credo che, parafrasando le parole con cui venne accolto il primo allunaggio, ogni passo in tal senso è un grande passo per l'umanità.

Volendo, potremmo pensare che l'aforisma lacaniano che tanto indispose i movimenti femministi degli anni '70, non risponde solo a una lettura psicoanalitica del campo femminile, ma anche a uno sprone socioculturale, all'invito cioè a costruire nel discorso le condizioni per la sua stessa esistenza. Discorso innanzitutto giuridico, richiamando le lotte civili che dovrebbero coinvolgere tutti, ma anche più propriamente linguistico. Se, cioè, le donne eccedono il simbolico, è bene che il campo del linguaggio si ampli per abbracciarle. Per quanto l'operazione possa risultare potenzialmente infinita, questo non giustifica a mio avviso il fatto che invece il discorso culturale contemporaneo, davanti a questa impossibilità, stia arretrando verso una riduzione del proprio raggio.

Intendo dire che stiamo assistendo a una sclerotizzazione della capacità di pensare, immaginare, fantasticare che controbilancia in maniera nefasta, e rende quindi più difficili, tutte le conquiste che le donne stanno ottenendo sul piano sociale e giuridico. Perché se non c'è un'amplificazione del rapporto del soggetto con il linguaggio, è ancora più difficile pensare “La” donna. Per usare una metafora, la poesia circoscrive l'indicibile, la mancanza, ma è tanto più potente quanto più è versatile nell'uso della parola; altrimenti è soltanto “sole cuore amore”, altro che Dante.

La poesia, come la donna, si fonda su di un'assenza, la stessa assenza che il discorso sociale contemporaneo tende ad annullare nei confronti degli adolescenti. Già in precedenza mi sono soffermato su questo tema, per cui mi limito ad affermare che l'iperprotezione, l'eccesso di cure, la prevenzione perversa a qualsiasi domanda con cui il cosiddetto mondo adulto sta crescendo i giovani d'oggi – in altre parole, l'evitamento dell'esperienza della mancanza e quindi del desiderio – vanno nella direzione di una estinzione dell'adolescenza. Ma se, dal lato della donna, affermare la sua inesistenza è un omaggio, un elogio della singo-particolarità del femminile, per quanto riguarda i giovani non possiamo salutare questo postulato con la medesima spensieratezza.

Affermare cioè che l'adolescenza non esiste non significa solo che però esisterebbero gli adolescenti, bensì che è opportuno che il discorso sociale si apra alla sua possibilità inedita secondo condizioni non aprioristiche. Mi direte che oramai tutto è creato a immagine e somiglianza dei giovani: spazi, opportunità, agevolazioni… ma appunto quello che manca è la mancanza come condizione generativa. Nei riguardi degli adolescenti c'è un troppo pieno che non permette loro di vivere la loro giovinezza in modo spensierato: e infatti sono sempre più quelli che si ammalano. Di cosa? Nelle diverse forme che il disagio giovanile può prendere, della difficoltà a separarsi da un Altro che, nel suo eccesso di presenza, finisce col divenire a sua volta assente. Un Altro che si vuole perfetto, senza falle, senza crepe, senza mancanze. E l'adolescenza svanisce, soffoca, sotto questa mancanza di mancanza. Ma gli adolescenti, come le donne, come i fiori, ne sono certo, troveranno il loro modo di esistere, di far crepare l'asfalto.
Andrea Panico

[1] Per un approfondimento si veda M. Recalcati, Jacques Lacan. Desiderio, godimento e soggettivazione, Cortina, Milano 2013.

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