Africa. Politica cinese: rischi ed opportunità

Cina
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La Repubblica Popolare della Cina è da tempo presente nel continente africano, ma è da alcuni anni che è diventata tumultuosa  e pervasiva. Due date date possono forse aiutarci a capirne le modalità.
La prima coincide con l’incontro del 10-12 ottobre 2000 a Pechino tra il Ministro degli Esteri e della cooperazione internazionale cinese e i suoi 44 colleghi africani. In quella occasione venne creato il Fondo per la cooperazione Cina-Africa. Da allora sono stati cancellati i dazi sulle importazioni di 190 categorie di prodotti provenienti da 29 paesi africani e contemporaneamente i manufatti cinesi accedevano ai mercati del continente.

La seconda data è quella del 12 gennaio 2006 quando veniva presentato il documento programmatico La politica della Cina in Africa che <<fotografa e, allo stesso tempo,  costituisce la punta dell’iceberg di un fenomeno di ampia portata, in atto da anni ma sempre più all’ordine del giorno nelle riflessioni che riguardano l’Africa>>. Solo in un’altra occasione il governo cinese aveva delineato, in un documento simile (datato 2003)  la propria politica nei confronti dell’Unione Europea [1].

Nonostante la crisi economica che sta colpendo anche la Cina, non più in grado di sostenere ritmi di sviluppo come quelli degli scorsi anni, l’attenzione e gli sforzi restano alti rispetto agli occidentali come dimostrano i viaggi, all’inizio del 2009, del capo della diplomazia Yang Jiechi prima e del presidente Hu Jintao poi.

Schematizzando, si può osservare la politica cinese nella sua impostazione strategica e nei suoi interventi tattici.
La strategia è quella di doversi porre come una superpotenza e l’Africa è stata l’area di maggiore affermazione della propria influenza. Anche per una maggiore facilità di accesso e per una serie di errori, frutto di politiche becere e senza sbocco per le popolazioni dei paesi occidentali colonizzatori.

Serge Michel e Michel Beuret scrivono che <<l’ingresso della Cina sulla scena africana potrebbe rappresentare, per Pechino, l’occasione per raggiungere il rango di superpotenza mondiale, capace di miracoli sia nel proprio territorio che nelle zone più ingrate del pianeta. E per l’Africa, rappresenta forse l’opportunità di quella rinascita tanto attesa sin dalla decolonizzazione degli anni sessanta, l’occasione finalmente arrivata, il segnale che nulla sarà più come prima>> [2].

Un’influenza che ha significato un appoggio nei consessi internazionali, nelle istituzioni politiche e finanziarie delle posizioni dei paesi africani. L’ultimo in ordine d’arrivo e di grande impatto mediatico in occidente è l’opposizione di Pechino al mandato di arresto per il presidente sudanese Omar Al Bashir.

L’altro tassello della strategia è la necessità di assicurarsi nel lungo termine risorse energetiche, materie prime e derrate alimentari per una popolazione che cresce e che consuma sempre di più.
I due cardini della politica africana cinese si corroborano e si sostengono a vicenda con una serie di applicazioni tattiche permettendo soluzioni a trecento sessanta gradi.

Da un punto di vista politico, la diplomazia cinese nelle sue relazioni si tiene fuori da tutte le cosiddette questioni interne evitando accuratamente qualsiasi presa di posizione politica anche in caso di governi corrotti, dittatoriali e addirittura di guerre civili in atto. Inoltre la diplomazia è molto attenta e tempestiva come, per esempio, in Ciad dove il mancato impegno francese a sostegno del presidente Idriss Deby Itno contro i ribelli ha forse dato l’opportunita per aumentare la penetrazione di Pechino <<estremamente interessato al mercato petrolifero nel sud del paese>> [3]

L’approccio è sofisticato. I segnali che vengono inviati sono anche di altro tenore. E soprattutto in momenti di crisi come questi. All’inizio del 2009 il presidente cinese Hu Jintao ha fatto visita in diversi paesi che non hanno molto da offrire in termini di risorse evitando in questa occasione <<un viaggio africano di shopping petrolifero, nel tentativo di dare testimonianza di quella che viene presentata come un’«amicizia» disinteressata con il Continente, a dispetto delle accuse di neocolonialismo e di invasione cinese>> [4].

Le relazioni economiche con i paesi africani si caratterizzano con un mix di iniziative a vari livelli e con un impiego di risorse finanziarie, tecniche, culturali e umane di tale entità che il professor Edward Miguel dell’Università di Berkeley, in California, individua l’impegno di Pechino come un fattore determinante nei cambiamenti economici avvenuti nel continente [5].

Un impegno cosi esteso che oramai i bambini africani salutando con Ni hao, ni hao (buongiorno in cinese) sembrano associare oramai lo straniero al cinese [6].

L’impegno cinese è fatto di investimenti diretti, crediti agevolati a lungo termine, tecnologia, mano d’opera qualificata e management in cambio di contratti a lungo termine per la fornitura di materie prime, risorse alimentari e soprattutto energetiche, di aperture dei mercati africani alle importazioni, armi comprese.

Tanto per stare alle ultime cifre sui finanziamenti, un comunicato del Parlamento europeo segnala che la Cina costituirà un fondo di 5 milardi di dollari per sostenere gli investimenti delle proprie imprese in Africa, mentre la banca cinese Exim dovrebbe finanziare gli scambi commerciali e le infrastrutture nei prossimi tre anni con altri 20 miliardi di dollari ai quali si devono aggiungere altri miliardi per crediti agevolati e prestiti [7].

Gli scambi commerciali tra le due parti sono passati dai circa 10 miliardi di dollari del 2000 ai probabili 100 entro il prossimo biennio. La Cina importa quasi il 30% del petrolio  dall’Africa e i suoi maggiori investimenti sono in Sudan, Repubblica Democratica del Congo, Angola. Quest’ultimo è il maggior fornitore e verrà totalmente ricostruito dopo trenta anni di guerra civile grazie agli oltre quattro miliardi e mezzo di dollari di crediti allo sviluppo [8].

Sono state costruite infrastrutture di ogni genere come quelle ferroviarie in Angola, la rete dei trasporti in Zimbabwe, l’autostrada in Etiopia, le reti cellulari in diversi altri paesi. Il tutto con un presenza massiccia di cinesi che attualmente potrebbe essere poco meno del milione di persone.

E’ probabile che la loro presenza oltre che evidenziare un modello “chiavi in mano” per buona parte della catena produttiva segnali una possibile strategia demografica soprattutto quando, acquistando terreni o disponendone il loro utilizzo come in Nigeria per le arachidi, si possono far emigrare contadini dalle proprie campagne [9].

In tutto il continente africano la Cina esporta manufatti tessili, utensili vari, prodotti tecnologici di basso costo come le radioline ma anche computer. E poi non mancano le armi come i fucili mitragliatori che rappresentano la <<munizione di base di tutti i conflitti in corso nel continente>> [10]. Nello stesso comunicato di cui sopra il Parlamento invita l’UE ad <<incoraggiare la Cina a sospendere gli accordi commerciali nel settore delle armi con governi colpevoli di violazioni dei diritti dell’uomo e coinvolti in conflitti o in procinto di entrare in guerra, quali i governi di Kenia, Zimbabwe, Sudan, Ciad, Repubblica democratica del Congo, Etiopia, Eritrea e Somalia>> [11].

L’altra faccia della presenza cinese è anche quella di non tener granché conto degli impatti ambientali, di non aprire sufficientemente i propri mercati a prodotti come caffè, cacao, pelletterie. Non sempre vengono rispettate le regole per condizioni di lavoro accettabili come accaduto per esempio in Zambia nella miniera di Chambishi dove morirono oltre cinquanta uomini e i minatori non avevano equipaggiamenti di sicurezza, lavoravano in condizioni assurde e la paga era al di sotto degli standard locali. Situazione forse peggiore a Likasi, una città nel sud del Congo <<centinaia di nuovi schiavi scavano con le unghie e i denti, strappano alla terra le ultime briciole di cobalto e rame>> [12].

La capacità di gestire situazioni al limite dell’illegalità, con livelli di trasparenza trascurabili da un “vantaggio competitivo” agli investitori cinesi rispetto a quelli occidentali che hanno maggiori difficoltà gestire le relazioni con il potere locale e che comunque gli permette di controllare fette considerevoli degli appalti pubblici.
La ragion di stato non trova ostacoli nemmeno quando si tratta di contribuire a fermare guerre e massacri come in Darfur. Ma questa non è solo una storia cinese. E’ una delle rappresentazioni del potere a cominciare da quello occidentale.
Pasquale Esposito

[1] Irene Panozzo, “La Cina invade l’Africa”, in “L’Africa a colori”, Limes 3-2006, pag. 25-27
[2] Le parole sono riprese dalle anticipazioni della rivista Carta del 6-12 marzo 2009 relative al libro di Serge Michel e Michel Beuret, Cinafrica, Il Saggiatore
[3] Fulvio Beltrami, “L’importanza strategica dell’Africa”, www.dentrolanotizia.it, 17 Febbraio 2009
[4] Alessia Virdis, “Cina in Africa nonostante la crisi”, http://temi.repubblica.it/limes/, 26 febbraio 2009; i paesi del viaggio dopo una tappa in Arabia Saudita sono Mali, Senegal, Tanzania e isole Mauritius �
[5] Eduard Miguel, “Africa Superstar”, Boston Review, in Internazionale, 20 giugno 2009 nella traduzione di Bruna Tortorella
[6] Serge Michel e Michel Beuret, idem
[7] Comunicato stampa “La Cina promuova lo sviluppo sostenibile dell’Africa”, www.europaleuropa.eu, 25 aprile 2008
[8] Pietro Veronese, “La Cina alla conquista del petrolio africano”, Repubblica, 24 novembre 2008,    pagina 52
[9] Federico Rampini, “Pechino conquista i granai del pianeta la Cina in cerca di ‘sicurezza alimentare’”, La Repubblica, 29 giugno 2008, pagina 9
[10] Francesco Sisci, “Pechino: “Stop al processo ad Al Bashir”, www.lastampa.it
[11] “La Cina promuova lo sviluppo sostenibile dell’Africa”, www.europaleuropa.eu, 25 aprile 2008
[12] Gian Micalessin, “Ecco come in Africa la Cina sta creando un impero di schiavi”, www.ilgiornale.it, 2 novembre 2008

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