Afterplay. La poesia di Čechov con il Friel di Mattia Berto

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Ho assistito alla prima di questo spettacolo inedito a Roma: “Afterplay” dell’irlandese Brian Friel. Prima di procedere con la valutazione dello spettacolo, si vorrebbe qui fare qualche accenno sull’autore del testo. Friel nasce nel 1929 in Irlanda e scompare, sempre in Irlanda, nel 2015. Non si è mai mosso dal proprio paese, e ha vissuto in un cottage a Glenties, nel Donegal. È molto conosciuto in Irlanda e un suo testo “Ballando a Lughnasa”, divenne anche un film con Meryl Streep, nel 1998. La maggior parte dell’immenso lavoro teatrale di questo autore non è stato tradotto in italiano. Lo stesso testo “Afterplay” è stato recentemente ed egregiamente tradotto da Monica Capuani e Massimiliano Farau. Sono sempre apprezzabili le scelte di chi, nell’asfittico panorama teatrale italiano, porta autori poco conosciuti e contemporanei. Quindi complimenti al regista e alla produzione.

Molto interessante l’allestimento dello spettacolo, piuttosto spoglio e essenziale, ma accattivante, con un rimando continuo dalla parte teatrale a quella video e viceversa. Il confondere i due livelli, così come indicato dalle note di regia, permette delle innumerevoli chiavi di lettura dello spettacolo, da intendersi come modalità per uscire da un territorio fin troppo conosciuto e avventurarsi in uno spazio interiore multidimensionale.
Vediamo i due personaggi, Sonja, la nipote invecchiata di Zio Vanja e Andrej, il fratello delle tre sorelle. Sono seduti attorno a un tavolo in un caffè moscovita degli anni ’20 e si raccontano la propria vita. Sono coerenti con i drammi di Čechov, dove non succede apparentemente nulla e tutto rimane fermo. Ho sempre pensato che i protagonisti dei racconti minimalisti di Carver, avessero molto a che vedere con quelli cechoviani. Una recitazione nervosa e sofferente quella di Sara Lazzaro, che soprattutto attraverso piccoli movimenti del corpo e dell’espressività del volto, racconta la vita interiore di Sonja, ancora innamorata, a distanza di anni, del “medico locale”. Una vita rimasta impigliata nel passato. Una ottima interpretazione con però, la piccola pecca di una voce non sempre udibile, che in alcuni casi non ha permesso la comprensione di quanto veniva detto. Ma una recitazione elegante, che ha affidato al corpo e al volto della protagonista di mostrare il proprio disagio interiore. Altrettanta capacità ha mostrato Alex Cendron, che alla fisicità mobile della protagonista ha opposto un immobilismo e una sobrietà di movimento, anche questa coerente con il timido personaggio delle tre sorelle.

Per tutto il tempo dello spettacolo uno schermo trasmetteva il video di una spiaggia e di onde che si rifrangevano sulla riva. Queste immagini mi sono sembrate la metafora dei due protagonisti: due persone alla deriva, incapaci di opporsi alla risacca esistenziale che continua a tenerle legate al passato.
Uno spettacolo suggestivo, interessante sia per la scelta di rappresentare un autore poco conosciuto e contemporaneo, che per le modalità di rappresentazione del testo.
Francesco Castracane

Afterplay. La poesia di Čechov sul palco con il Friel di Mattia Berto
di Brian Friel
traduzione Monica Capuani e Massimiliano Farau
regia Mattia Berto
con Sara Lazzaro e Alex Cendron
performer Ildo Bonato e Monica Rossi
assistente alla regia Andrea Dellai
video Luca Bragagnolo
luci Gaudi Tione Fanelli
organizzazione: Giacinta Dalla Pietà
produzione mpg.cultura

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