Al – Massir (Il destino) – di Youssef Chahine

Festival Locarno
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Forse è il lago Maggiore che dona a Locarno l’illusione di essere meridione, Mediterraneo, finestra sul mondo.
Il suo Festival del cinema vuole confermare questo sogno e dedica l’antica Piazza Grande ad accogliere in 8.000 seggioline gialle e nere (i colori del Pardo che premia ogni anno il miglior film in concorso) 16.000 scomodissime chiappe, più o meno cinefile, provenienti da tutta Europa.
E poi le numerose sale, in centro e periferia, adattate per ospitare per lo più opere fuori concorso.

Locarno, piazza Grande. Foto Guido Brizzi

Talvolta, più interessanti dei film in gara sono proprio le retrospettive, gli omaggi, i giovani cineasti fuori concorso.
Quest’anno in un cinema situato alle spalle di una chiesetta romanica, ho indossato la necessaria mascherina e, armato di Green Pass, ho scelto “Al-Massir” (Il destino) di Yousef Chahine, film in lingua araba con sottotitoli in francese. Il rischio di non capire nulla c’era, ma i colori della locandina e la ricercatezza della calligrafia araba mi hanno incuriosito.
Quantomeno mi sono un po’ documentato in attesa della proiezione. Youssef Chahine, vissuto dal 1926 al 2008, di famiglia cattolica (di rito bizantino), nato ad Alessandria d’Egitto e morto al Cairo, è stato autore di oltre 40 film, ma anche sceneggiatore, attore, montatore. Ha vinto vari premi internazionali, ma poche sue opere sono uscite in Italia.
Era insomma uno che i film li sapeva fare.
Chahine si è nutrito di film inglesi e francesi, del neorealismo italiano, ha toccato vari generi, ha raccontato, talvolta anche con taglio autobiografico, i diversi aspetti della realtà egiziana nonché della personalità umana, con un linguaggio filmico universale e allegro.
È stato un intellettuale impegnato contro i populismi e i fanatismi, che hanno devastato nel ‘900 la società araba e nella sua opera ha avuto sempre un occhio di simpatia per le figure “trasversali”, devianti rispetto al comune comportamento sociale.
E infatti Al-Massir mette al centro della scena la figura di Averroé, il filosofo arabo vissuto nel XII secolo in Andalusia, personaggio simbolo della cultura araba dell’epoca, aperta, tollerante e multietnica, il quale, sotto la protezione del Califfo, studiò e tramandò l’opera e il pensiero di Aristotele, contribuendo a salvare e diffondere nel mondo la cultura greca.
Fu alto consigliere politico, studioso di scienze, medico, giurista, giudice, maestro, e per seguire il suo insegnamento arrivavano a Cordova giovani dall’oriente e dall’occidente.

Il destino Al Massir Youssef ChahineNel film Averroè viene colto all’epoca della sua caduta in disgrazia presso il Califfo Al Mansur, che per ragione politiche, onde evitare contrasti con gli “islamisti” (diremmo oggi), cessa di seguire i suoi consigli politici e alla fine addirittura acconsente al rogo in piazza dei suoi libri, voluto dai fanatici religiosi.
Il racconto è avvincente e sorprendente, soprattutto per chi (come me) abbia pigri stereotipi sulla cultura araba moderna.

Chahine mescola (a volte fin troppo) dramma, commedia, tragedia, rappresentazione storica, avventura, musical.
Ne esce un dipinto a colori vivaci dell’umanità di Averroè e di chi lo ama: moglie, cantanti, ostesse, giovani discepoli, pronti a cantare, suonare, ballare, a rischiare l’osso del collo per nascondere le opere del filosofo dal rogo cui sono destinate.
La sua casa è aperta a tutti: arabi barbuti, stranieri dagli occhi azzurri, ebrei, gitani; ai figli del califfo e alla gente del popolo. Le sue cene allestite nel patio di casa, sono ricche di arrosti, di vini, di canti e di gioia di vivere e vien voglia di essere tra i commensali.
Le donne sono protagoniste positive in tutto il film: siano arabe o gitane, giovani o anziane, sono portatrici di vita, di sentimento, di ragione e di allegria.

Contro di lui e la sua cultura, le forze politiche islamiste (ma anche l’oscurantismo cattolico: nella prima scena del film, che si svolge in Francia, è un discepolo di Averroè ad essere messo al rogo, davanti alla cattedrale), che coltivano nella gente l’ignoranza contro la sapienza, la sofferenza contro i piaceri della vita, il fanatismo contro il dialogo.
E ciò, suggerisce Chahine, attraverso un uso della religione e delle sacre scritture esclusivamente strumentale al raggiungimento del potere personale.
È un racconto ambientato nel XII secolo ma che parla evidentemente dell’oggi e che alla fine lascia lo spettatore sospeso tra la disperazione e la speranza.
La disperazione forte di chi sa come nel mondo arabo l’ottusità del fondamentalismo abbia avuto successo e che il rogo dei libri che segna il finale sia purtroppo avvenuto, e la speranza che induce la visione delle donne, che, nell’ultima scena, sfondano il muro delle guardie islamiche per andare a rendere omaggio ad Averroè, costretto ad abbandonare la città.
Da vedere assolutamente così, in arabo, una lingua che ha una musicalità straordinaria. Alla fine i sottotitoli neanche li guardi.
Guido Brizzi

Al- Massir
Egitto/Francia, 1997
durata: 2h e 15′

Regia: Youssef Chahine
Sceneggiatura: Youssef Chahine, Khaled Youssef
Fotografia: Mohsen Nasr
Musiche: Yehia El Mougy, Kamal El Tawil
Costumi: Nahed Nasrallah
Montaggio: Rashida Abdel Salam
Produttore: Humbert Balsan, Gabriel Khoury.
Cast: Nour El Sherif (Averroes), Laila Eloui (Gypsy), Hani Salam (Abdallah), Khaled El Nabaoui (Nasser), Mohamed Mounir (Marwan), Safia El Emari (Zeinab), Mahmoud Hemida (Caliph), Magdi Idris (Sect Leader).
Produzione: France 2 Cinéma (FR 2)/Misr International/Ognon Pictures

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