L’albero della cuccagna. Ultima puntata

L'albero della cuccagna
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La mia prima destinazione fu proprio qui, nel carcere di Pianosa; poi ho girato le prigioni di mezza Italia. Ero diventato esperto, ero bravo… si, me lo hanno detto in molti; anni di piombo, terrorismo, lotta alla mafia; sai quante ne ho viste di quelle persone dietro le sbarre?
Non ho mai provato astio per nessuno di loro; anzi, ho sempre sperato che qualcuno riuscisse a prendere coscienza delle sue responsabilità”.
“Insomma, avvertivi la necessità che il reo si facesse carico del suo reato, che ammettesse con sé stesso la sua colpevolezza altrimenti, sarebbe stato impossibile il suo reinserimento nella società” sintetizzò Sebastiano.
“Si, proprio così. Hai riassunto bene” fu il complimento di Angelo.
“E poi cosa avvenne?”.
“Avvenne che nel 1998, decisero di chiudere le carceri speciali e di spostare i detenuti presenti in altri luoghi di reclusione. Qui a Pianosa ne era rimasto uno solo, di circa settant’anni, in attesa di trasferimento. Io allora ero in servizio in quello speciale di Torino e un giorno ricevetti la comunicazione di trasferirmi qui per controllare l’ultimo detenuto prima del trasferimento”.
“Qual era il capo d’imputazione? Come si chiamava?” chiese con cautela Sebastiano.
“Mafia. Era un boss mafioso anche piuttosto importante. Si chiamava Salvatore Insalaco.
Quando giunsi qui, c’erano altre tre guardie. La mattina seguente all’arrivo, andai a controllare il detenuto dallo spioncino della porta blindata. Ricordo che non alzò lo sguardo, rimanendo sul letto con il busto piegato in avanti, come stesse riflettendo su qualcosa.
Aveva sul braccio destro un grande tatuaggio della Sicilia con dentro scritto un anno, 1926, e nella parte bassa c’erano due nomi che non riuscii a leggere perché sbiaditi, come se avesse tentato di cancellarli.
Inoltre la luce era scarsa, come quella che abbiamo noi adesso. Non so ancora oggi il perché, ma entrai nella cella, senza darne avviso ai colleghi come prescrive il regolamento. L’uomo non si mosse dalla posizione assunta prima ed io rimasi a guardarlo, senza un motivo.
Era molto magro, le scapole sporgenti e i capelli tra il bianco e il giallo, come se fossero stati bagnati con la varecchina.
Le mani erano tenute strette fra le dita, ossute, come scolpite nel marmo. L’impressione che mi fece fu che tutto sembrava meno che un temibile boss; un disperato.
Ecco, a quello somigliava” disse Angelo abbassando la testa.
“Il viso non l’hai guardato?” chiese con circospezione Sebastiano.
“No. Lo lasciai poco dopo per andare nell’ufficio e rileggermi con maggiore attenzione la sua cartella”.
“E poi?”.
“Nei giorni seguenti non entrai più nella cella, limitandomi a guardarlo dallo spioncino. La cosa strana era che io non ero interessato a controllare quello che stesse facendo, bensì a guardarlo semplicemente. Era come una calamita per me. Una cosa che non mi era mai accaduta prima, specialmente nei confronti di un mafioso”.
“E sei riuscito a capire il perché?”.
“No. Ma forse neanche me lo posi questo problema, tanto ero assorbito nel mio inusuale comportamento. Poi un giorno, un paio delle guardie andarono a Piombino per sbrigare delle faccende e rimanemmo in due. Lasciai il collega a sistemare le carte ed io mi dedicai al controllo del detenuto.
Quando gli portai il pasto, lo poggiai sul tavolo e mi sedetti di fronte a lui. Il silenzio era totale, appesantito – direi – dalla scarsità di luce. Sembravamo due statuine immobili di un presepe infernale. Poi il detenuto alzò lentamente la testa, fissandomi con gli occhi socchiusi e velati come da una patina di gelatina.
– Sapevo che, prima o poi, ti saresti fermato qui con me. Fatti vedere meglio – disse. Io trasalii, non per la paura, ma per la sorpresa. Che cosa sapeva? Perché voleva vedermi meglio? Mangia e stai zitto, gli intimai.
– Non ho fame. Angelo, avvicinati – proseguì. Come faceva a sapere il mio nome? Forse l’aveva sentito pronunciato dai colleghi, ma noi facevamo in modo di non chiamarci per nome o per cognome, proprio per evitare che loro approfittassero di ogni minimo aggancio per creare un po’ di confidenza.
Chi ti ha dato il mio nome? Gli chiesi a muso duro.
– Io. Io ti ho dato il nome che porti – fu la risposta”.
“Santo Iddio… non vorrai dirmi che quell’uomo… quell’uomo… era tuo padre?” disse Sebastiano, sentendosi raggelare il sangue.
“Angelo, è così? È come ho detto io?” incalzò Colli.
“Si, è come hai detto tu” rispose Angelo, uscendo un po’ dalla penombra.
“E cosa hai fatto?”.
“Mi avvicinai a lui, che era immobile, impassibile, e senza dire nulla, gli alzai il braccio tatuato. Rividi il disegno della Sicilia, l’anno 1926 e finalmente lessi quei due nomi quasi abrasi: Lercara Friddi.
Si, tutto coincideva; l’anno di nascita, il nome del paese. Erano tanti indizi, ma ancora non mi aveva concesso una prova certa. I mafiosi sono furbi; sanno sfruttare ogni minima opportunità o coincidenza per strappare favori, pensai.
Decisi di accettare la sfida e di giocare a volto scoperto. Si, mi chiamo Angelo ma non ho il tuo cognome. Mio padre è morto quando io sono venuto al mondo, gli ricordai.
– Lo so, il 27 febbraio 1947. Cosa credi, che l’avessi potuto dimenticare? Sei Angelo Insalaco, mio figlio, ma tua madre Giuliana non ha mai voluto che tu portassi questo cognome scomodo, infamante, e così è riuscita a farti battezzare con il suo, Brandimarte. Io è più di un anno che sono qui dentro e credevo di non poterti vedere mai più. È un vero miracolo quello che è accaduto -.
Ricordo che scattai in piedi, lo alzai di forza e lo sbattei contro il muro gridandogli che quello non era un miracolo ma una disgrazia, una maledizione. Poi ritornai in me e lasciai la presa di quel corpo che ora mi sembrava di una fragilità estrema.
Non ho timore a dirti che provai un senso di riprovazione per quello che avevo fatto, ma non perché fosse mio padre ma perché era un vecchio malandato che, per di più, non aveva opposto la minima resistenza; sembrava quasi che si aspettasse quella reazione violenta.
Lo accompagnai al letto, lasciai che riprendesse fiato e poi gli chiesi di raccontarmi tutta la storia, quella che mi era sempre mancata di conoscere; volevo sapere dei rapporti con mia madre, della sua fuga da casa, dell’affiliazione alla mafia. Se proprio vuoi parlare, gli ricordai, fallo ora perché a breve ti sposteranno da qui e non mi vedrai più.
– Ho conosciuto tua madre quando facevo il servizio militare ad Ascoli Piceno. Che vuoi… ci siamo piaciuti subito; la convinsi a venire a Lercara a sposarsi e così avvenne. Lei era già incinta di te, ma il suo vestito da sposa nascondeva ogni rigonfiamento. Io l’amavo e volevo dedicarmi solo a lei e a te; ma non fu possibile.
Dovevo riprendere il mio lavoro con i ‘picciotti ‘ che mi stavano aspettando. Così dovetti scegliere; rispettare il giuramento fatto a tua madre o quello fatto alla famiglia Costanzo? Loro mi avevano tirato fuori dalla fame, cresciuto, dato la dignità di uomo e quella dell’appartenenza; tua madre mi aveva solamente dato la felicità. Non potevo tradire i miei fratelli. Comunque, io ho sempre vegliato su di voi; il pane e il rispetto non vi è mai mancato, come il lavoro; che credi, che quando andavi in giro per il paese in cerca di occupazione te la davano perché eri bello e bravo? No. Tu eri il figlio di Salvatore Insalaco e a me non si poteva dire di no.
Questo ho fatto finché non mi hanno arrestato, nel 1990, per i reati che tu hai letto nella mia scheda. Ergastolo, ‘fine pena mai’; come dite voi sbirri?
Angelo, i discorsi stanno a zero. Finalmente ti ho rivisto, ma ricordatelo bene; io sto di qua e tu stai di là. Queste sono le regole del gioco, e io le regole le rispetto. Non ti chiedo nulla e nulla ti posso dare.
Se vorrai venire a trovarmi qui nella cella, io sarò contento ma se non lo farai non proverò alcun dispiacere.
Dimmi solo; è vero che questo porcile lo chiuderanno e mi manderanno in qualche altro carcere di sicurezza? – .
Capisci Sebastiano, in definitiva l’unica cosa che gli interessava conoscere era la sorte del carcere e del suo trasferimento. Io piano piano sentii perdere quella iniziale ed inspiegabile attrazione verso… – dovrei dire mio padre? – verso quel detenuto e lentamente lasciai la cella, incapace di dire altro. Ero troppo confuso; quella storia mi aveva travolto e non riuscivo a provare nessuna sensazione, neanche d’odio. Per fortuna la mia tortura stava giungendo al termine, perché un dispaccio ci annunciava che il trasferimento del prigioniero sarebbe avvenuto di lì a tre giorni.
Quando lo portarono via, con gli occhi bendati ed ammanettato, fece fermare le guardie e girò la testa verso di me, senza dire una parola. Io rimasi impassibile e dopo una manciata di secondi sparì per sempre dalla vita mia.
Ecco caro Sebastiano, il segreto nascosto in questa cella ed avrai anche capito il motivo per il quale ti ho voluto raccontare la storia proprio qua dentro” disse Angelo uscendo completamente dall’oscurità ed invitando Colli ad uscire.
Percorsero a ritroso, in silenzio e a passi lenti, il corridoio della sezione ‘Agrippa ‘ e quando furono fuori, illuminati ora dal sole, provarono un senso di liberazione.
Angelo appariva sereno o almeno nel pieno controllo della sua emotività ma Sebastiano si sentiva in difficoltà nei confronti dell’amico perché avrebbe voluto dirgli tante cose, ma quali? Da dove cominciare? Forse il silenzio sarebbe risultato più conveniente di tante parole?
L’avrebbe capito Angelo? Non voleva aggiungere altre ferite a quella che ora gli aveva mostrato che comunque sembrava già guarita, ma rimarginata male.
Quel silenzio che indispettiva tutti e due, fu rotto da Angelo che inaspettatamente pronunciò l’unica parola che Sebastiano non avrebbe mai immaginato.
“Grazie. Grazie per avermi accompagnato. Sapevo che questo viaggio avrebbe avuto un senso solo con te. Non mi sbagliavo quando ti scrissi la prima volta”.
“Beh, ora mi metti in difficoltà. Che posso dire io? Vorrei avere del tempo per riflettere su quello che ho visto, e che mi hai spiegato, prima di esprimerti le mie sensazioni.
Ora sono in uno stato confusionale; mi è sembrato come essere calato in un pozzo buio, legato con una corda che non aveva mai fine e che si sarebbe arrotolata su solo quando avessi toccato il fondo. E tu me lo hai fatto toccare” disse senza enfasi Sebastiano.
“È ora di tornare. Il nostro viaggio è finito” suggerì con calma Angelo.
Ritornarono a Roma, ognuno assorto nei propri pensieri che ora non avrebbero mai rivelato all’altro.
Il commiato fu piacevolmente accompagnato da molte promesse e proponimenti; quello di continuare a frequentarsi, quello di proseguire nel loro carteggio anche su altri argomenti, quello di non perdersi più di vista perché – questo era chiaro a tutti e due – ognuno di loro aveva ora un amico in più.
Sebastiano, appena a casa, si sedette sul divano a rimuginare su quello che aveva visto e su quello che avrebbe voluto dire, rimasto intatto nella sua testa per un motivo che non aveva capito.
Questa confusione mentale lo innervosì a tal punto da sferrare un pugno contro il cappotto poggiato affianco a lui, e da quel contatto avvertì la presenza di un oggetto duro e consistente nella tasca del soprabito.
Nervosamente l’estrasse e lo fissò a bocca aperta; era l’ultima copia in circolazione del suo vecchio libro, ‘Scordiamoci di loro’, messo di nascosto lì dentro da Angelo.
Quando l’aprì vi trovò spillato un biglietto scritto a penna che riportava:
Caro Sebastiano,
credo possa farti piacere avere fra le mani la copia del tuo libro. È il mio modo per dirti grazie ma per ricordarti anche che il carcere non rappresenta di per sé un valore, bensì sottolinea solo la nostra sconfitta. La pena non è il trionfo della giustizia, ma il segno della nostra resa all’impotenza nella quale, la giustizia, per la debolezza di tutti non riuscirà a raggiungere il suo vero scopo.
Il tuo amico Angelo.

Stefano Ferrarese

L’albero della cuccagna è uno dei racconti della raccolta
Mettersi in gioco di Stefano Ferrarese
Casa Editrice Serena
pag. 219
€ 15,00

Copertina
Sarah Del Giudice
Mettersi in gioco
Opera in bronzo, 2008

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