Alessandro Leogrande, La frontiera. Le vite dei migranti

La frontiera Alessandro Leogrande
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Le notizie di cronaca ci dimostrano come, purtroppo, quello dell’immigrazione sia diventato un dramma quotidiano. Tuttavia, al di là delle questioni politiche e di altri aspetti, comunque fondamentali, come quelli di accoglienza e integrazione, ci si dimentica troppo spesso che alle spalle di tutto vi sono problemi essenzialmente umani: storie di violenza, dolore, sofferenza, eppure cariche di aspettative e fiducia.
La frontiera Alessandro LeograndeNe abbiamo parlato con Alessandro Leogrande, autore de “La frontiera”, un libro che, raccogliendo una serie di testimonianze dirette di persone che hanno affrontato il viaggio della speranza verso l’Europa, non si limita a fotografare la situazione, ma approfondisce le vicende umane, i ricordi di chi ce l’ha fatta, la paura, ma anche una grande forza, che li ha spinti a partire.

Quello di frontiera è un concetto che può assumere molte accezioni, sia nella letteratura che nell’immaginario popolare. Nella letteratura americana, per esempio, indica qualcosa di elastico e mobile, che spinge al superamento; nella cultura occidentale, invece, è qualcosa di estremamente più rigido, insuperabile. Lei, alla stregua dei fatti attuali, come si sente di definire tale concetto? La frontiera è ancora qualcosa che coincide con il coraggio o designa una barriera invalicabile, un limite definito?
Un po’ tutte e due le cose. Intanto la frontiera non è più così rigida ma è molto mobile, al punto che viene ridefinita addirittura ogni mese: essa coincide con i punti di attraversamento tra il mondo di qua e il mondo di là. La stessa storia della rotta dei Balcani dimostra come una frontiera che coincida con il cambiamento dei flussi e con il tentativo di regolarlo sia ferma nell’arco di un anno e venga poi a esautorarsi rapidamente per essere sostituita da altre strade. Questo era successo indirettamente anche a seguito dell’operazione Mare Nostrum, quando di fatto la linea di frontiera si era spostata dall’isola di Lampedusa alle stesse navi militari che intercettavano i barconi nel Mediterraneo. In particolare, la mobilità della frontiera è anche il prodotto delle politiche di respingimento e della loro relazione rispetto al modo in cui i flussi si determinano e alle cause che li generano. Quest’estate per esempio, quando la Macedonia, sospinta anche da Paesi più a nord, ha deciso di erigere un muro nei confronti della Grecia interrompendo un percorso sotto traccia esistente da diversi anni, è stato possibile individuare una frontiera e, conseguentemente, anche un popolo della frontiera che sostava da una parte e i gendarmi della frontiera che sostavano dall’altra. Del resto, la frontiera si somma di sguardi contrapposti: da una parte, quello di chi si sente assediato e costruisce dei muri; dall’altra, quello di chi, sospinto sia dagli orrori che si lascia alle spalle che da un desiderio e una carica utopica, vede la frontiera come un limite oltrepassabile, finendo per interpretarla, paradossalmente, come superamento eroico.

Lei, in diversi capitoli, si focalizza molto sulle problematiche connesse al Corno D’Africa, in particolare all’Eritrea, un paese colonizzato dall’Italia e di cui dovremmo perlomeno conservare una memoria. Al contrario, invece, tutti i conflitti e le contraddizioni di questo paese restano molto spesso in secondo piano, senza essere sufficientemente approfondite. Eppure, i drammi dell’Eritrea contemporanea non sono inferiori alle tragedie che sta vivendo il Medio Oriente. Come spiega questa totale disattenzione da parte dei media e degli italiani alle vicende eritree e, più in generale, di tutto il Corno D’Africa?
Credo si tratti di una rimozione sicuramente singolare: sia da un punto di vista qualitativo, poiché assai poche sono le informazioni note riguardanti l’efferatezza della dittatura in Eritrea e il caos che regna in Somalia; sia quantitativo, perché non tiene conto del fatto che negli ultimi due anni quasi il 40% della gente che è approdata in Italia proveniva dal Corno d’Africa e da alcune zone specifiche dell’Africa Occidentale, come il Gambia, il Niger e la Nigeria.
Innanzitutto, si sta verificando una rimozione oggettiva del nostro passato coloniale: pensiamo all’Eritrea come se si trattasse di Marte, invece è un Paese che è stata la nostra prima e più longeva colonia, dove fino a trenta o quaranta anni fa si parlava tranquillamente l’italiano. Non riconoscere, quindi, che molti di coloro che arrivano in Italia provengono da un paese italianizzato è sicuramente una forma di rimozione. La seconda rimozione è nei confronti dell’Eritrea contemporanea: noi poco sappiamo e discutiamo di cosa stia avvenendo in Eritrea in questo momento, di come si sia edificata la dittatura, di come eserciti il proprio potere assoluto sulla popolazione, di come nelle carceri si faccia abituale ricorso alla tortura, di come ogni forma di dissenso politico e civile venga bandito prima ancora che possa manifestarsi. A capo del Paese vi è un vero e proprio stato di polizia, direi addirittura uno stato criminale.
Pertanto, è doveroso definire la questione per quello che è, cioè una questione eminentemente politica con cui fare i conti per capire anche da cosa proviene buona parte della gente che arriva in Italia. Ovviamente dietro a quest’indifferenza c’è un corto circuito storico, perché non nominare tutto questo nei confronti di un Paese che è una propria ex colonia, è una somma di miopia collettiva e di cattiva conoscenza del passato.

Leggendo le storie che lei racconta si fa fatica a credere che siano reali. In alcuni casi, si ha la sensazione di trovarsi di fronte a un romanzo di fantasia e non a un resoconto di eventi reali. Conoscere certe persone, venire a conoscenza dei loro drammi, come quelli vissute dai detenuti nelle carceri dell’Eritrea, ha sorpreso anche lei? Ha scoperto, nelle sue ricerche e nei suoi incontri, misfatti e tragedie di cui ignorava l’esistenza?
Per me è stata certamente una continua scoperta. Scrivendo questo libro mi sono reso conto di come gran parte delle vicende dell’immigrazione spesso siano sconosciute anche agli stessi addetti ai lavori. Spesso si sa molto poco di quello che avviene, di quali siano le cause della partenza, di cosa sia il viaggio prima del Mediterraneo, che si dipana in mille rivoli, in mille storie di violenza e sopraffazione che avvengono nell’ombra. Nel sentire alcune storie, sono rimasto sconvolto per il livello di violenza che narravano e per le innumerevoli serie di pericoli che hanno incontrato coloro che hanno affrontato il viaggio. Nonostante questo, mi ha sorpreso notare come abbiano sempre reagito a queste situazioni, resistendo anche al tentativo di altri di respingerli e rimandarli indietro. Ciò che stupisce è la violenza efferata, sia nel mondo da cui si parte, che in quello che si attraversa e in quello in cui si arriva. I profughi sono il primo vettore che attraversa questa violenza e analizzando le loro vite è possibile percepire qualcosa di essa.

Nella narrazione e negli eventi lei ha un approccio giornalistico: riporta i fatti, cita le testimonianze dirette dei protagonisti, si sofferma sui numeri, cercando di essere quanto più obiettivo possibile, lasciandosi andare solo di rado a pensieri personali. Come è possibile restare razionali e obiettivi di fronte a certe storie, specie quando si conoscono in prima persona le persone che le hanno realmente vissute? E’ possibile, conservando un filo di lucidità, immedesimarsi nei loro viaggi disperati, nelle sofferte patite, nelle violenze subite?
Sicuramente ci sono pagine d’inchiesta ma non è un libro giornalistico. L’idea è quella di costruire un libro di letteratura della realtà facendo fede, da un lato, al vincolo della non fiction, ma edificando, dall’altro, un discorso letterario che vada al di là del semplice reportage giornalistico, perché credo che le storie raccontate abbiano un enorme potenziale e che le persone di cui parlo abbiano lo spessore dei personaggi. Certamente, è difficile mantenere la giusta distanza, sia per uno spirito di solidarietà che uno spirito di forte compassione rispetto a tutto quello che hanno subito i protagonisti del libro. Questo mi ha fatto interrogare se sia davvero possibile percepire qual è il dramma subito da chi viaggia o da chi scappa da una dittatura.  Per esempio, io non credo siano efficaci i racconti giornalistici di chi sale su un barcone cercando di identificarsi pienamente con la vicenda dei profughi. Infatti, per quanto si riesca a vivere un viaggio su un barcone e a provare le sensazioni che accompagnano l’attraversata, risulta comunque impossibile identificarsi con la vita sotto la guerra o la dittatura o con le cause che hanno portato quelle persone a fuggire dal loro Paese. Da una parte, pertanto, la giusta distanza tende a saltare; dall’altra, però, è impensabile credere di poter entrare pienamente nella testa delle persone e percepire fino in fondo cosa hanno veramente patito.

Nelle pagine finali del libro fa riferimento a diversi centri che si occupano di identificare, assistere ed, eventualmente, espellere gli stranieri arrivati in Italia, raccontando di come, in uno di questi, si siano consumate violenze in passato. I centri attualmente attivi sono, secondo il suo parere, adeguati per gestire i flussi migratori?
Non dobbiamo fare confusione fra la vera natura dei centri. Ci sono i Cie, che sono centri di identificazione ed espulsione, in cui finiscono coloro i quali non hanno un permesso di soggiorno e devono essere espulsi. Sono delle strutture paracarcerarie che non hanno minimamente le garanzie che si possono trovare all’interno di un carcere.  A mio avviso, l’unica soluzione è quella della loro chiusura. Poi ci sono i Cara, i centri di accoglienza per richiedenti asilo, e hanno una struttura diversa, perché permettono di transitarvi liberamente in attesa di ottenere una protezione umanitaria, un asilo politico. Ultimamente hanno introdotto gli “hotspot”, una sorta di centri straordinari di primissima accoglienza in cui i profughi dovrebbero sostare per un numero limitato di ore prima di ottenere una nuova destinazione. Io non credo che centri di grandi dimensioni siano la soluzione migliore, perché finiscono per essere dei buchi neri che producono alienazione e che causano uno spreco di soldi. Io ritengo che l’unico modello di accoglienza sostenibile sia quello dei piccoli centri, radicati in ognuno degli ottomila comuni italiani, perché consentono ai profughi di amalgamarsi davvero col territorio circostante, evitando attriti sociali e garantendo un’adeguata integrazione nella società.

Alla luce di quanto ha potuto osservare, ritiene che le politiche migratorie messe in campo dalle autorità europee e nazionali siano la soluzione giusta per affrontare questa crisi? In particolare, che ne pensa dell’accordo con la Turchia che dovrebbe impedire l’arrivo dei migranti in Europa in cambio di denaro e delle aperture per il processo di integrazione di Ankara nell’Unione?
Anni fa, la questione dell’ingresso della Turchia in Europa fu posta quasi come una soluzione che permettesse il miglioramento dello stato di diritto all’interno della Turchia. Questo processo è stato sospeso – se non addirittura informalmente rigettato – per diverso tempo, e ora Erdogan torna da vincitore. Infatti, nell’accordo siglato con l’Europa non vi è nessun accenno sulla lesione dei diritti umani all’interno dello stato turco e sulla situazione dei centri di raccolta dei profughi, né un riferimento al fatto che il governo turco stia reprimendo il legittimo dissenso della popolazione curda e dei partiti politici legati a quel dissenso. Mi sembra di vedere una politica, sia italiana che europea, che non cerca di risolvere le cause dell’immigrazione, ma tenta di depotenziare l’impatto dei flussi, chiedendo a dei regimi quanto meno autoritari, se non apertamente dittatoriali, di creare una barriera prima del Mediterraneo, quasi allontanando la questione o sbattendo la polvere sotto il tappeto. Al di là che non rispetti i trattati internazionali sui diritti umani, credo che questa soluzione sia miope, poiché non azzera il problema, bensì dà vita a un ulteriore ribollire della situazione lungo la frontiera, mettendo l’Europa sotto scacco di autocrati che, nel momento in cui essa non fa quello che vogliono, possono ricattarla esercitando il ricorso alla cosiddetta “bomba migranti”, aprendo le frontiere come se fossero un rubinetto. Se quei sei miliardi fossero stati applicati per un progetto d’integrazione delocalizzata su tutto il territorio europeo, sarebbero stati sufficienti per garantire un’accoglienza decentrata, pienamente umana e rispettosa degli standard dei diritti che definiamo essere tali.
Lorenzo Di Anselmo

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