Algeria. Bouteflika al potere altri cinque anni

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Dopo una campagna elettorale dominata dal presidente uscente le elezioni del 9 aprile scorso hanno portato al terzo mandato Abdelaziz Bouteflika. La costituzione non lo prevedeva, ma nel novembre 2008 fu approvato un emendamento, per consentirgli la permanenza

per altri cinque anni. In una seduta straordinaria del Parlamento e con una maggioranza ben al di là dei due terzi richiesti ottenne il consenso della classe politica <<aggrappata ai privilegi di un sistema basato sui soldi>> [1]. Il Ministro degli Interni ha dichiarato che ha votato oltre il 74% degli aventi diritto. Gli elettori hanno espresso per il 90,24% la loro preferenza in favore di Bouteflika sostenuto dai tre maggiori partiti in Parlamento: Raggruppamento nazionale democratico, Fronte nazionale di liberazione e Movimento sociale della pace di ispirazione islamica. Mentre Moussa Touati, presidente del Fronte nazionale algerino (Fna), ne ha ottenute il 2,31%,  Ali Fawzi Rebaine di AHD-54 partito che si richiama ai principi della rivoluzione del 1954 lo 0,93%, Mohamed Said sostenuto dal Pjl una formazione islamico modernista lo 0,92%, Jahid Younsi sostenuto partito islamista El Islah lí1,37% e infine l’unica donna Louisa Hanoune, del Partito dei lavoratori (Pt) di ispirazione trozkista ha ottenuto il 4,22%.

Algeria. Algeri, 2008. Foto Marco Leonardi

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Un risultato atteso per quanto riguarda la schiacciante vittoria mentre la partecipazione al voto risulta molto al di là delle previsioni. Il Fronte delle forze socialiste (Fss) e il Raggruppamento per la cultura e la democrazia (Rcd) hanno parlato di una partecipazione straordinariamente bassa nascosta da frodi estese in tutto il paese [2].

Algeria. Algeri, verso il porto, 2008. Foto Marco Leonardi
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In effetti uno degli allarmi lanciati dai partiti al potere durante i mesi precedenti e fino al giorno delle elezioni era il rischio di un’astensione estesa che avrebbe delegittimato i nuovi cambiamenti costituzionali e le strategie del presidente e di tutto il suo apparato. Perfino attraverso gli operatori telefonici sono stati inviati sms per invitare a recarsi alle urne.

Oltre ai due partiti si era mobilitato un vasto fronte composto da altri leader democratici, nazionalisti, islamisti, intellettuali, artisti e semplici cittadini. Per diffondere l’invito e spiegare le ragioni del no al voto tutti i mezzi a disposizione, comprese qualsiasi forma di comunicazione tipica del web 2.0 e dei social network, sono stati usati. Impossibile comunque raggiungere la maggior parte della popolazione vista l’assenza delle televisioni. Il boicottaggio avrebbe potuto essere favorito da un clima sociale che resta teso per le condizioni economico-sociali e per le limitazioni di fatto alla libertà di espressione.
Scrive Karim Metref <<gli scioperi e le proteste si moltiplicano in tutto il paese. Operai, insegnanti, corpo medico e paramedico, i precari dell’educazione nazionale… tutti protestano, tutti scioperano. I movimenti sono migliaia attraverso tutto il paese. Nonostante la chiusura degli spazi di espressione, nonostante la limitazione dei diritti di sciopero e di protesta, nonostante la violenza della repressione. La gente non si ferma. I prezzi dei prodotti di prima necessità hanno subito degli aumenti da capogiro che superano il 400%. Le patate hanno raggiunto il prezzo di 1,40 / 1,50 Euro, la carne supera i 9 euro, le acciughe (una volta considerate la carne dei poveri) girano sui 4/5 euro. Il tutto in un paese dove lo stipendio di un insegnante non supera i 180 euro e gli stipendi più bassi sono di 80/90 euro >> [3].


Algeria. Algeri, Iron Building, 2008. Foto Marco Leonardi
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Il martedì che ha preceduto le elezioni la Lega algerina per la Difesa dei Diritti dell’Uomo (LADDH) ha illustrato i primi risultati di una ricerca effettuata su undici giornali pubblici e privati, due catene radio e sulla televisione di stato. Nella sostanza lo spazio occupato da Bouteflika è stato mediamente di circa il 28% contro percentuali comprese tra l’8 el’11% per gli altri candidati. Ancora peggio per l’opposizione che invitava a boicottare le elezioni che si è ritrovata con uno spazio del 2%. Scarti percentuali ancora più accentuati per la televisione che rappresenta ancora la fonte principale di informazione per la stragrande maggioranza della popolazione algerina. La presidenza della Repubblica designa il direttore generale per la televisione con canali in lingua araba, francese e berbera [4].
In un interessante articolo apparso su Jeune Afrique si spiegano la difficoltà e le disparità dei mezzi disponibili per affrontare la campagna elettorale. In un Paese di oltre due milioni di chilometri quadrati e con 48 dipartimenti e oltre 1600 comuni la macchina organizzativa avrebbe bisogno di almeno 8000 persone sul territorio e questo per piccole realtà politiche con finanziamenti pubblici irrisori e senza organizzazioni religiose, sindacali e imprenditoriali alle loro spalle diventa complicatissima. Ma all’alleanza che ha sostenuto Bouteflika non sono mancati mezzi, uomini e metodi per quella che è stata una comunicazione degna di una multinazionale [5].


Algeria. Tipaza, rovine romane, 2008. Foto Marco Leonardi
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Durante la campagna elettorale il presidente e i suoi sostenitori avevano promesso grandi investimenti in opere pubbliche, per la creazione di piccole imprese, un milione di alloggi e tre milioni di nuovi occupati nei prossimi anni. L’impegno finanziario dovrebbe essere di circa 150 miliardi di dollari.
Inoltre nel perseguimento della linea della definitiva pacificazione interna con il terrorismo islamico ha proposto la convocazione di un referendum per un’amnistia generale in favore degli appartenenti di Alqaida au Maghreb. Non va dimenticato che anche durante questa tornata elettorale ci sono stati degli attacchi come dimostrano i quattro morti in due attentati alla vigilia [6].

L’Algeria ha accumulato gigantesche riserve valutarie, è un cantiere aperto per la costruzione di opere pubbliche, attrae capitali dall’estero ma manca di centri di produzione imprese sul territorio in grado di offrire lavoro con continuità e futuro alle generazioni algerine che continuano ad emigrare. Del 12% di disoccupazione ufficiale il 70% sono giovani al di sotto dei 30 anni.

Tra il 2003 e il 2008 le attività economiche non legate all’industria energetica sono crollate dal 18 al 5% a dimostrazione che non basta avere ritmi di crescita da capogiro se poi non si riesce a sviluppare un tessuto produttivo diffuso. Per non parlare del settore agricolo in stato di abbandono e che obbliga a pesanti importazioni di derrate alimentari a cominciare dal grano.
Urgenti sarebbero anche gli interventi nel sistema educativo che non sostiene la crescita culturale scientifica ed economica del paese.
Forse l’opposizione non è riuscita a coagulare forze intorno alle sue posizioni ma ora è il presidente che non ha più scuse, nemmeno quella della crisi economica, per avviare il suo paese e i suoi cittadini verso condizioni migliori.
Pasquale Esposito

[1] Mustapha Sehimi, “Il Sultano di Algeri non se ne va“, Maroc Hebdo, nella traduzione di Nazzareno Mataldi in Internazionale, 28 novembre 2008, pag. 90; nell’articolo l’autore precisa che i parlamentari si erano visti triplicare l’indennità. Sono stati approvati dei cambiamenti anche per le funzioni del Primo Ministro che diventa un mero esecutore del programma del Presidente.
[2] “Bouteflika ha stravinto con il 90%”, Il Corriere della Sera, 11 aprile 2009, pag. 14
[3] Karim Metref, “Algeria, votare o non votare“, www.peacereporter.net, 9 aprile 2009
[4] Allaoua Meziani, “Une étude dénonce le parti pris des médias en faveur de Bouteflika“, www.france24.com, 8 aprile 2009
[5] Cherif Quazani, “La machine Bouteflika” www.jeuneafrique.com, 8 aprile 2009
[6] “Algeria: attentati, quattro morti“, www.ansa.it, 9 aprile 2009

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