Algeria e Sudan. La rivolta continua

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L’anziano presidente algerino, Abdelaziz Bouteflika, sotto le pressioni della protesta popolare e dell’esercito, lo scorso 2 aprile si dimise ma da allora le manifestazioni sono continuare fino a venerdì 3 maggio, ultimo venerdì prima del Ramadan che non fermerà le manifestazioni. Non era il solo Bouteflika a mantenere il regime e così si chiede un cambio totale.

Africa Libia MappaAnche in Sudan, dopo tre decenni di regime, un golpe militare, complice le proteste dei mesi precedenti, ha rovesciato Omar Al-Bashir formando il Consiglio militare di transizione con a capo il generale Abdel Fattah al-Burhane. E ora il procuratore generale del Sudan Al-Walid Sayyed Ahmed ha ordinato di interrogarlo in riferimento alle leggi «“sul riciclaggio di denaro e sul finanziamento del terrorismo”, secondo l’agenzia di stampa Suna. Una fonte dell’ufficio del procuratore generale ha confermato che era attualmente detenuto e che sarebbe stato interrogato a riguardo» [1].
Anche in Sudan le manifestazioni sono continuate e venerdì 3 maggio «centinaia di migliaia sono radunati davanti al ministero della Dfesa a Khartoum rispondendo alla chiamata dell’Alleanza per la libertà e il cambiamento: a una “marcia del milione” per chiedere ai militari che vorrebbero ‘sovranità’ di farsi da parte. Numerosi giornalisti in piazza per raccontare quanto avveniva sono stati fermati dalle forze di sicurezza» [2].
I generali sembrano che vogliano rimanere al potere ancora per molto, prima e se passare la mano. Del resto hanno lasciato scadere la richiesta, lo scorso 15 aprile, da parte dell’Unione Africana (UA) di lasciare la transizione nelle mani di civili, pena la cacciata del Sudan dall’UA; scaduto questo ultimatum ora l’UA ha dato sessanta giorni di tempo per il ritorno dei civili. La promessa dei militari è quella di indire elezioni entro due anni, nel mentre cadono nel vuoto le richieste dei manifestanti, soprattutto dell’Associazione dei professionisti sudanesi (Spa), la principale delle associazioni di protesta, di avere un Consiglio di transizione a maggioranza “civile”.
La crisi sudanese potrebbe complicarsi anche perché si muovono altre nazioni interessate alle conclusioni di questa rivolta come ad esempio alcuni paesi arabi: «Anwar Gargash, ministro degli esteri degli Emirati Arabi Uniti, ha scritto su Twitter che gli stati arabi guardano con favore ad una transizione “ordinata” nello stato africano che “equilibri attentamente le aspirazioni popolari con la stabilità istituzionale”. “Assistiamo al caos totale nella regione, non ne abbiamo bisogno di altro” ha poi aggiunto. Parole, quest’ultime, che fanno sorridere se si pensa che Abu Dhabi è in prima fila insieme all’Arabia Saudita nel distruggere da 4 anni lo Yemen e nell’attuare un duro embargo contro il vicino Qatar. Emirati Arabi e Arabia Saudita hanno chiesto tre miliardi di dollari di aiuti per il Sudan nel tentativo di mantenere al potere i leader militari e così da impedire quanto già visto nel mondo arabo durante le rivolte del 2011» [3].
Il Sudan è in preda ad una grave crisi economica che oltre dall’inettitudine e corruzione del regime è causata dalla perdita di entrate petrolifere passate al Sud Sudan dopo la separazione e dal lungo embargo imposto dagli USA in quanto nella lista dei Paesi che sostengono il terrorismo. E così i soldi che potrebbero arrivare dai paesi amici farebbero gola e poi gli USA potrebbero cambiare opinione.
Le manifestazioni affondano le radici nel doloroso vivere quotidiano dei sudanesi che devono far conto di un’inflazione al 70% circa, con un tasso di povertà, secondo il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo, del 50% circa, con un analfabetismo del 73% (84% per le donne) e il mancato accesso alle cure sanitarie del 75% della popolazione [4].

Tornando all’Algeria. Anche qui il fatto che i militari siano intervenuti senza reprimere le manifestazioni di protesta è stato determinante per la riuscita del primo obiettivo: la cacciata di Bouteflika. Ma la situazione al momento è diversa dal vicino Sudan perché, se da una parte i manifestanti contestano il ruolo del capo dello stato, Abdelkader Bensalah e del primo ministro Noureddine Bedoui in quanto ex esponenti del del regime del presidente dimissionato, dall’altra lo stesso capo dello Stato ha convocato per il 4 luglio le elezioni presidenziali.
I militari non intendono minimamente abbondonare il processo costituzionale che prevede questo governo di transizione e faranno di tutto per evitare che le richieste popolari arrivino alle vie di fatto. Nel frattempo gli stessi militari stanno avallando una serie di accuse e arresti a imprenditori, uomini d’affari molto ricchi e con un passato vicino al regime del vecchio presidente [5].

Aspettiamo di vedere se queste rivolte disarmate, pacifiche come in diversi altri paesi africani in questi ultimi anni, giungeranno a compimento per consentire un governo della cosa pubblica vicino alle popolazioni.
Pasquale Esposito

[1] https://www.jeuneafrique.com/770280/politique/soudan-omar-el-bechir-va-etre-interroge-sur-le-financement-du-terrorisme/ , 3 maggio 2019
[2] Antonella Napoli, “Sudan, nuova manifestazione contro militari. Fermati i giornalisti in piazza per raccontare”, https://www.articolo21.org/2019/05/sudan-nuova-manifestazione-contro-militari-fermati-i-giornalisti-in-piazza-per-raccontare/, 3 maggio 2019
[3] “Sudan. L’Unione Africana ai militari: «60 giorni di tempo per cedere il potere»”, https://nena-news.it/sudan-lunione-africana-ai-militari-60-giorni-di-tempo-per-cedere-il-potere/, 2 maggio 2019
[4] Andrea Barolini, “Sudan, dietro la rivolta un’economia a pezzi (e 20 anni di embargo Usa)”, https://valori.it/sudan-dietro-la-rivolta-uneconomia-a-pezzi-e-20-anni-di-embargo-usa/, 26aprile 2019
[5] Amir Akef, “En Algérie, le général Ahmed Gaïd Salah multiplie les poursuites contre les oligarques»”, https://www.lemonde.fr/afrique/article/2019/04/23/en-algerie-le-pdg-du-plus-grand-groupe-prive-incarcere_5453792_3212.html, 23 aprile 2019

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