Algeria. Generazioni future senza speranza nella terza “potenza” dell’Africa

Algeria
history 7 minuti di lettura

Negli ultimi mesi il sangue ha continuato a scorrere. Una scia che è diretta emanazione di un lungo periodo di massacri che è costato la vita ad oltre centocinquanta mila persone ed in gran parte civili. <<Su quel periodo non esiste ancora nessun dibattito pubblico. Non sono in corso processi contro le forze di sicurezza accusate di avere compiuto crimini di ogni genere e la legge sull’amnistia ha dato la libertà a centinaia di massacratori islamici>> [1].
Ancora a giugno e luglio si contano diversi attentati, veri o presunti, che hanno causato altri morti anche tra gli stranieri e non consentono di abbassare la tensione [2].
Certo la frequenza e la violenza non sono paragonabili a quelle degli anni Novanta ed è per questo che gli algerini sembrano “conviverci” come sostiene Ali Djerri, ex direttore del quotidiano El Khabar intervistato dalla Beaugé: <<Oggi la quotazione del barile è alle stelle e il clima è più sicuro, ma regna la disperazione. La gente ha solo una cosa in testa: lasciare il paese>>.I disordini scoppiati di recente in tutto l’Algeria e le manifestazioni violente nella vita quotidiana per strada e in famiglia sono una conseguenza e una traccia del malessere diffuso[3]. E, in alcuni casi, potrebbe essere una banalità ad incendiare gli animi come a Orano dove, a fine maggio, la miccia è stata la retrocessione in serie B della squadra di calcio della più grande città dell’ovest algerino, il Mouloudia.
A Beriane una cittadina di 35.000 abitanti si è parlato di due morti e scontri feroci con saccheggi e incendi tra arabi e berberi, alla cui base oltre alle ataviche diffidenze reciproche ci sono appunto le rivendicazioni economiche come dimostra la partecipazione di giovani disoccupati anche in altre cittadine [4].

Sono le condizioni materiali dalla disoccupazione, ai redditi troppo bassi, all’aumento dei prezzi dei generi alimentari, fino all’assenza di una prospettiva per il futuro a scatenare le proteste. Per di più in un quadro economico favorevole grazie alle immense risorse che arrivano dall’export degli idrocarburi.
Uno dei limiti agli investimenti ulteriori in Algeria sembra essere proprio l’instabilità nel Paese determinata sia dagli attentati terroristici e relative risposte dell’esercito sia dalle potenziali ribellioni per povertà e disoccupazione.

L’Algeria ha quasi azzerato il suo debito, ha riserve valutarie per 120 miliardi di dollari. Nel 2008 sono previsti 80 miliardi di introiti dall’export e gli investimenti previsti dal governo dovrebbero far crescere del 50% la produzione di petrolio nei prossimi cinque anni [5].
Nel 2008 ci si aspetta un rallentamento della crescita del PIL rispetto agli anni trascorsi, ma nel 2009 –  e per alcuni anni –  dovrebbe attestarsi intorno al 6% annuo. L’avanzo fiscale  resterà significativo e sarà diretto ad altre opere infrastrutturali, al miglioramento dei salari nel settore pubblico e ai servizi. Ma le previsioni sull’erogazioni di servizi pubblici restano negative e questo rischia di aggravare lo scontento sociale nelle aree più povere del paese [6].
Oltre il 90% delle esportazioni riguardano gli idrocarburi e questo la dice lunga sul tessuto produttivo del paese che è costretto a importare di tutto, a cominciare dai generi alimentari.
Complice un anno di siccità, la resa media per ettaro in alcune regioni è stata di quattro quintali contro i normali dodici o i cinquanta della Tunisia e  senza far paragoni con i paesi sviluppati. Da una parte la speculazione edilizia e il boom turistico lungo la costa che sottrae terreni fertili e dall’altra la mancanza di investimenti seri e mirati al radicamento dell’agricoltura nell’economia del paese a far perdere sicurezza alimentare e manodopera impiegata.
Grandi investimenti e progetti sono stati avviati: l’autostrada che collegherà l’est e l’ovest, impianti siderurgici petrolchimici e di desalinizzazione senza contare la costruzione di nuove abitazioni civili e per turismo. Un interessante progetto è quello di un grande centro di ricerca universitario che dovrebbe consegnare spazi e risorse ai docenti algerini ed attrarre studenti anche da altri paesi africani [7].
E’ una delle risposte che bisogna dare ai cosiddetti “harragas” cioè quelli che provano tutti i giorni a lasciare il paese alla ricerca di un futuro. Il rischio è che nel giro di una generazione l’Algeria perda i suoi giovani e la loro intelligenza come ha dichiarato di recente il Presidente dell’Agenzia algerina per le Risorse Umane. Basti pensare che ogni anno si stima che 5.000 studenti e ricercatori si trasferiscono in Canada [8].

Certo è più facile negoziare mega accordi con le controparti “assetate” di energia, incanalando risorse su progetti faraonici, dove magari viene impiegata mano d’opera semplice e specializzata cinese, che progettare un modello di sviluppo insieme ad un quadro di riferimento normativo, burocratico e politico più trasparente. Magari è più facile spendere miliardi di dollari per gli armamenti come per le commesse con la Russia con la quale è aperto un contenzioso sulla “qualità” degli aerei o con quelle possibili con la Germania della Merckel [9]. O pensare di costruire centrali nucleari che i cittadini dell’Occidente non vogliono nei propri territori come sembrerebbe nei progetti di ENI e Total [10].
E questo nonostante ci sia una certa coscienza della necessità di sviluppare le medie e piccole industrie che meglio potrebbe presidiare il territorio e le relazioni con la popolazione sviluppando maggiori livelli di occupazione [11].
L’Algeria resta un paese con un livello di corruzione elevato [12] e con un potere politico chiuso tanto che il presidente si appresta a cambiare le regole per un suo terzo mandato. Una realtà che ha spinto il Segretario del Front des Forces Socialistes M. Karim Tabou a sostenere che in Algeria non ci sono né un Presidente della Repubblica, né una Costituzione e né Istituzioni [13].
Pasquale Esposito

[1] Alberto Negri, “Ritorna l’incubo degli anni 90”, www.ilsole24ore.com, 12 Dicembre 2007.
Con la Carta per la Pace e la Riconciliazione Nazionale entrata in vigore il 1 marzo 2006 dopo un referendum voluto dal presidente algerino Abdelaziz Bouteflika si volevano chiudere i conti con la guerra civile, offrendo l’amnistia a tutti coloro che avessero deciso di abbandonare le armi ed anche ai militari militari che si erano macchiati di crimini non dissimili da quelli degli integralisti.
[2] Ai primi di giugno alla stazione ferroviaria di Beni Amran nella zona di Boumerdes, 60 chilometri a est di Algeri un ingegnere francese e il suo autista algerino sono morti. Altri sei militari erano morti per una bomba piazzata in strada a Dellys e un kamikaze si era fatto esplodere davanti a una caserma della guardia repubblicana alla periferia della capitale uccidendo Atri due militari; cfr.  www.repubblica.it, 8 giugno 2008 e Christian Elia, “Bomba o non bomba” www.peacereporter.it, 11 giugno 2008.Elia riporta per esempio che <<il 9 giugno le principali agenzie stampa internazionali annunciano un attentato a Bouira, in Cabilia, circa 120 chilometri da Algeri. Le prime notizie parlano di una bomba, fatta esplodere alla fermata di un bus. Un primo bilancio parla di almeno venti vittime, ma la notizia si rivelerà priva di ogni fondamento>>.
A luglio si segnalano ancora attentati a Lakhdariya, 80 chilometri ad est di Algeri dove l’attentatore è morto e tredici soldati sono rimasti feriti,  “Primo attentato con una motobomba, 13 soldati feriti”, www.peacereporter.it, 24 luglio 2008;”Duplice attentato, muore un militare” www.peacereporter.it, 29 luglio 2008; “Uccisi dalle forze di sicurezza due militanti di al-Qaeda in Maghreb”, www.peacereporter.it, 29 luglio 2008
[3] Florence Beaugé, “Algeria tra violenza e disperazione”, nella traduzione di Internazionale, 27 giugno-3 luglio 2008, pag. 84
[4] Lamine Chikhi, “Arab-Berber clashes shake Algeria town”, www.reuters.com, 18 maggio 2008
[5] “Richer but still nervous”, www.economist.com, 12 giugno 2008
[6] ”Country Data”, www.economist.com, 25 luglio 2008
[7] Giuliana Sgrena, “La rivolta del Maghreb”, Il Manifesto 22 giugno 2008
[8] Mohamed Touati, ”Les spécialistes accordent un sursis de 15 ans L’Algérie risque de perdre toutes ses compétences”, www.lexpressiondz.com, 2 agosto 2008
[9] Piero Sinatti , “Algeria-Russia: prove di Opec del gas, ma c’è la grana dei Mig”; www.ilsole24ore.com, 20 febbraio 2008 ; Florence Beaugé (avec Amir Akef à Alger et Cécile Calla à Berlin), “Angela Merkel se rend à Alger pour desserrer l’étreinte du géant russe Gazprom“, www.lemonde.fr, 17 luglio 2008
[10] “Nucleare, l’Eni pensa a centrali in Algeria ed Egitto”, www.ilsole24ore.com, 9 luglio 2008
[11] A.Khakmy, “Un secteur stratégique en devenir “,  www.lauthentiquedz.net 2 agosto 2008
[12] Nel 2007 si collocava al 99° posto della graduatoria, www.transparency.org
[13] www.elkhabar.com, 2 agosto 2008

newsletter mentinfugaIscriviti alla newsletter

-----------------------------

Se sei giunto fin qui vuol dire che l'articolo potrebbe esserti piaciuto.
Usiamo i social in maniera costruttiva.
Condividi l'articolo.
Condividi la cultura.
Grazie

In this article