Algeria. Le riforme vengono dall’alto del potere di Bouteflika

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giovedì, 30 giugno 2011

Anche in Algeria le proteste contro il regime e per le condizioni economiche della popolazione continuano. Ma l’intensità è più bassa rispetto agli altri paesi nonostante il contesto non sia migliore di Siria, Tunisia, Marocco, Egitto.
E’ possibile che dipenda dalla sua storia. Nel 2012 il paese festeggerà i 50 anni della fine del colonialismo e dell’indipendenza dopo otto anni di guerra contro l’occupazione francese. Una guerra che è costata sofferenze e che ha lasciato il segno tra gli algerini. Nel 1988 violenti proteste di natura politica ed economica furono represse nel sangue anche se portarono al riconoscimento di altri partiti oltre il Fronte di liberazione nazionale (Fln). Nel 1992 dopo l’annullamento delle elezioni parlamentari, vinte al primo turno dal Fronte islamico di salvezza (Fis), iniziò un’altra guerra tra gli islamici da una parte e l’esercito e le forze di sicurezza dall’altra con decine di migliaia di morti e infrastrutture distrutte.

All’inizio del nuovo millennio l’Algeria iniziò ad uscire dal tunnel anche se continuano ad esserci degli strascichi come  l’attentato del 23 giugno scorso contro un convoglio militare, a poca distanza dall’ospedale di Azazga e seguito da operazioni in zona dell’esercito. La guerra in Libia potrebbe aver consentito al terrorismo islamico di appropriarsi di armi ed esplosivi di arsenali abbandonati. Gli USA sono in stretto contatto con le autorità algerine per tenere viva la lotta contro i gruppi terroristici.

La risposta del potere alle richieste, retaggio di decenni, e alle rivolte di questi mesi è arrivata il 15 aprile scorso quando nel suo discorso alla nazione il presidente Bouteflika annunciava l’avvio di un processo di riforme politiche attraverso una <<profonda revisione della Costituzione>>. Questo processo ha seguito due direzioni. La prima di natura politica che appunto arrivi alla riforma costituzionale, ad una nuova legge elettorale, ad una per l’ampliamento della partecipazione femminile nelle assemblee elettive locali, a nuove leggi sui partiti e sulle informazioni e ad un nuovo codice per l’informazione. L’altra direzione è quella socio economica e che dovrà indicare le modalità di uno sviluppo durevole e in rispetto delle attese della popolazione ed elaborare quelle raccomandazioni utili a migliorare l’efficienza delle imprese algerine.
Due uomini sono stati nominati, ai primi di maggio, a capo di commissioni che hanno portato a termine i compiti politici ed economici attraverso consultazioni tra partiti, rappresentati culturali, sindacati, imprese. Rispettivamente si tratta   Abdelkader Bensalah, presidente del Senato (affiancato da Mohamed Touati, generale in pensione e Mohamed Ali consigliere del presidente per gli affari religiosi e islamico moderato) e da Mohamed Seghir Babès, 64 anni e presidente del Comitato nazionale economico e sociale (Cnes).
Adesso, chiuse le consultazioni, il presidente algerino nominerà una commissione incaricata di valutare i risultati ed elaborare a nuova costituzione che verrà sottoposta a referendum.
Come si intuisce tutto promana dall’alto e i rischi che le riforme siano poca cosa rispetto alle speranze e alle necessità del paese e dei cittadini, giovani in primis, sono alti. Del resto era prevedibile che la procedura e gli uomini fossero contestati.
I partiti politici d’opposizione non hanno partecipato alle consultazioni proprio perché non è assicurata l’indipendenza soprattutto nella commissione politica. Inoltre Bensalah è un politico ben inserito nel sistema di potere e considerato da molti, tra i probabili successori di Bouteflika. Comunque sono tutti uomini di sua fiducia.

Il sospetto è quasi che si stia formalmente dirigendosi verso riforme ma sostanzialmente non accadrà nulla se non provare ad evitare ulteriori sommovimenti popolari. Intanto si diceva che le proteste continuano tra i disoccupati, i richiedenti alloggi popolari (quello della mancanza di case è una tragedia in Algeria, in molte famiglie si fanno i turni per dormire), le organizzazioni che chiedono riforme vere. Modifiche che devono scardinare un sistema politico controllato dal regime e diffusamente permeato dalla corruzione, un’economia statalizzata e nelle mani di amici dei potenti. Un’economia totalmente dipendente dalle esportazioni di gas e petrolio che in questi anni hanno prodotto crescita e riserve valutarie per oltre 150 miliardi di dollari. Di tutto ciò nessuna briciola per la stragrande maggioranza degli algerini. I giovani soprattutto non hanno futuro e l’unica speranza è la fuga visto che uno su due non trova lavoro (il 25% secondo i dati ufficiali).
di Pasquale Esposito

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