Allenatori e VAR alla resa dei conti?

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Nel campionato di calcio italiano, il V.A.R. (Video Assistant Referee) fa la sua prima apparizione nell’agosto del 2017 e precisamente nell’incontro Juventus-Cagliari.
Il sistema, in pratica una moviola, è stato pensato per supportare l’arbitro adoperando strumenti tecnologici sotto la supervisione di due assistenti, generalmente altri arbitri.

Lo scopo di immettere la tecnologia in campo è stata dettata da due esigenze fondamentali per il corretto svolgimento dell’incontro; da una parte correggere decisioni arbitrali decisamente sbagliate e dall’altra segnalare episodi gravi sfuggiti all’occhio del direttore di gara.
Sostanzialmente non è applicabile ad ogni situazione di gioco ma solo a quattro particolari momenti che si possono verificare in una partita e cioè: – goal – rigori – espulsioni dirette – scambi di identità. Il ricorso al VAR può avvenire sia in caso di richiesta diretta dell’arbitro, indeciso su di una fase di gioco, oppure su indicazione degli stessi operatori qualora sia stata presa una decisione chiaramente sbagliata.
Alla fine, è sempre e solo l’arbitro che ha l’ultima parola e quindi, se non interviene lo strumento tecnologico, i casi dubbi rimangono tali. Ma questo vale per le statistiche, perché per il tifoso dubbi non esistono mai.

Per anni si era invocata l’introduzione della moviola in campo come l’unica soluzione possibile per evitare il ripetersi di episodi – alcuni francamente impossibili da condividere con la decisione arbitrale – che avevano manifestamente alterato o deviato il corso di una partita o addirittura di un intero campionato. Da tifoso della Roma, ancora non ho metabolizzato il gol annullato a “Ramon” Turone in quello Juve-Roma del campionato 1980/81 da parte dell’arbitro Bergamo che ebbe come conseguenza la vittoria della Juve del torneo con la Roma seconda a due punti. Certo, commento da tifoso, ma i dubbi rimangono ancora.
Comunque acqua sotto i ponti ne è passata ed effettivamente l’introduzione del VAR sembrava essere in grado di rimuovere ogni tipo di ostacolo al regolare svolgersi della partita, ma più si andava avanti nell’uso e più crescevano malumori, incomprensioni e liti fra commentatori sportivi, giocatori, allenatori e tifosi. Insomma tutti contro tutti, come se niente fosse cambiato.

In realtà cambiamenti da quel 2017 ne sono avvenuti ma solo ultimamente sembra che le polemiche, prima appena timidamente accennate, siano ora esplose in tutta la loro ampiezza.

Ma allora, cos’è che non va? Perché la scorsa settimana ben quattro allenatori sono stati espulsi per comportamento anti-sportivo (in pratica hanno contestato a muso duro le decisioni arbitrali)?
I problemi, come sempre, vengono da lontano e hanno radici profonde. Sotto accusa, almeno da parte di allenatori e giocatori, è l’intera classe arbitrale giudicata da quest’ultimi di levatura modesta e inadeguata, spesso incapace ad affrontare situazioni sul campo complesse perché – e qui c’è la prima contestazione – una partita di calcio si trascina in appena 90 minuti una serie di dinamiche e storie che non possono essere giudicate solo e sempre con il regolamento alla mano; altrimenti, sembrano dichiarare gli allenatori, chiunque potrebbe arbitrare. Quindi si richiede certo conoscenza del regolamento, ma anche colpo d’occhio e un minimo di psicologia per interpretare quei fatti che molte volte sono frutto solo dell’agonismo, magari esasperato, e di quel particolare “sentire” l’incontro diverso da soggetto a soggetto.
Insomma è come dire: arbitri certo al di sopra delle parti ma anche dentro le parti. Arbitrare è difficile, ma se lo si fa stando distanti e distaccati da ciò che passa sotto gli occhi, viene fuori un grosso pasticcio.

L’arbitro è un regolatore del gioco non un giudice di cassazione il cui giudizio è inappellabile, ed ecco perché è stato introdotto il VAR, proprio per fornire quell’assistenza molte volte indispensabile ma che ora si sta dimostrando forse incapace di garantire una oggettività di giudizio da molti auspicata.
Alcuni episodi del campionato sembrano andare proprio verso questa direzione. Ad esempio, nell’incontro Roma-Napoli l’arbitro giudica regolare e quindi non punibile l’intervento del giocatore della Roma sull’attaccante partenopeo. Il VAR non interviene e quindi il gioco prosegue. Poche ore più tardi, nella partita Inter-Juve, l’arbitro fa proseguire il gioco facendo capire che per lui l’azione è tutta regolare però, in questo caso, i tecnici davanti ai monitor  richiamano il direttore di gara e lo invitano a rivedere il contatto incriminato.
Perché allora in un caso il VAR è intervenuto e nell’altro no?
Ovvio che questa disparità di valutazioni crea incomprensioni fra chi guarda, a vario titolo, e chi giudica. L’allenatore dell’Atalanta, Gasperini, non ha usato mezzi termini chiedendo agli arbitri di metterci la faccia e spiegare i motivi delle decisioni prese.

Sul fronte arbitrale non si registrano contrattacchi, anzi, il responsabile dei fischietti Rocchi ha tenuto una linea morbida e ha preso tempo per assumere decisioni ma, ormai, è troppo evidente che qualcosa vada fatta per normalizzare l’impiego dello strumento tecnologico.
In questa direzione sembra stia andando la proposta, tutta poi da verificare circa la modalità di applicazione, del VAR a chiamata da parte dell’allenatore della squadra che ritiene sanzionabile un determinato fatto.
Ma viene da chiedersi: ha senso che un allenatore, magari da 30/40 metri di distanza, solleciti l’arbitro a rivedere al monitor l’azione perché lui, dalla panchina, ha visto un fallo da rigore che l’arbitro, magari a soli tre metri di distanza, non ha visto? Personalmente, la reputo come una proposta impraticabile. Quante volte potrebbe nei 90 minuti un allenatore richiamare l’arbitro? Non si sa. Comunque ci sarebbe bisogno di un limite altrimenti i recuperi sarebbero biblici ma più che altro, l’arbitro sarebbe in balia delle libere interpretazioni degli allenatori. Quindi, lui che ci starebbe a fare in campo?
Se questa idea del VAR a richiesta è un modo alquanto contorto per mitigare la presunzione e la sicurezza, qualche volta sprezzante, degli arbitri, direi che siamo fuori strada.
Cerchiamo di semplificare le cose invece di complicarle e, preso atto che il VAR esiste – piaccia o meno – facciamo in modo che questo strumento di controllo intervenga a senso unico, cioè sempre a correggere l’arbitro; e gli arbitri, trovino il coraggio di abdicare a quel potere quasi assoluto che hanno sempre voluto difendere con i denti, anche di fronte evidenze inoppugnabili.

Ci vuole collaborazione da parte di tutti perché è vero che il calcio è un gioco, ma non bisogna mai dimenticare che questo gioco muove miliardi di euro, consente l’esistenza di diversi quotidiani sportivi, le trasmissioni delle radio specializzate, catalizza l’attenzione di buona parte della popolazione, e quindi il potere di modificare o influenzare un esito sportivo non può essere visto come un fatto circoscritto solo al rettangolo di gioco.
Ormai sono rimasti in pochi quelli contrari all’ingresso della tecnologia nello sport, aggrappati all’idea romantica del fascino della fallibilità dell’uomo che, di conseguenza, non può essere eliminata dagli esiti della competizione sportiva. Insomma, è come se qualcuno ci ricordasse sempre che prima o poi dobbiamo morire.

Se il mondo del calcio scendesse dal suo piedistallo di sport leader e guida anche per gli altri, potrebbe attingere a piene mani dall’esperienza maturata nel settore dalle altre discipline sportive. Provo soltanto a suggerire di vedere una partita di rugby dove, a mio giudizio, si è trovata la quadratura del cerchio.
In quel gioco l’arbitro si avvale del supporto di due guardalinee e del TMO, strumento simile ma non uguale al VAR., proprio perché a differenza del calcio, il ricorso alle immagini può essere richiesto solo dall’arbitro. Inoltre, altra diversità non di poco conto, è che mentre nel calcio l’arbitro rivede in solitudine le immagini incriminate, nel rugby queste sono proiettate sui tabelloni elettronici dello stadio e condivise necessariamente con il pubblico presente.
Bisogna poi ricordare, che i tre arbitri tengono sotto controllo non 22 ma 30 giocatori su di una superfice simile a quella dei campi di calcio, dove le dinamiche di gioco possono molte volte apparire di difficile valutazione proprio per le tecniche specifiche.
Nel rugby ci sono molte più regole che nel calcio, a scapito della fantasia, e non è concesso al giocatore infrangerle né volutamente né incidentalmente.
L’osservanza delle regole e degli schemi obbligati, è uno dei vincoli imprescindibili di ogni compagine rugbistica e non a caso si parla di “disciplina” nel gioco.
Quando avviene una infrazione al regolamento, accadono due cose: al fischio dell’arbitro che la rivela, nessun giocatore osa meravigliarsi, circondare il direttore di gara, mettergli una mano sulla spalla o, peggio, gettarsi in ginocchio spergiurando di non aver fatto nulla.
È semplicemente inimmaginabile. La seconda cosa è che l’arbitro ha al collo un microfono collegato con gli altoparlanti dello stadio e, quando non ha dubbi nel sanzionare un’azione, comunica a tutti gli spettatori che cosa è accaduto sul campo e il genere di decisione che intende prendere.
Qui gli arbitri, come richiedeva Gasperini, ci mettono la faccia.
Non so quale saranno gli esiti di questo scontro fra i vari soggetti operanti nel mondo del calcio, mi auguro soltanto che tutti abbiano veramente a cuore le sorti dello sport che non può essere maltrattato né tanto meno piegato e distorto agli interessi di qualche parte.

Stefano Ferrarese

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