Alternanza scuola-lavoro: dare voce a chi non l’ha avuta

scuola lavagna
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Con la legge n. 59 del 15 Marzo 1997, art. 21 e il relativo D.P.R. 8 Marzo 1999 n. 275 che la regolamenta, le scuole hanno acquisito piena autonomia organizzativa, didattica, di ricerca, sperimentazione e sviluppo. Il decentramento di molte funzioni alle Istituzioni scolastiche, fermo restando le competenze e le responsabilità rimaste all’Amministrazione centrale dello Stato (M.I.U.R.), è stato in generale accolto come una “opportunità”, una consegna cautamente gradita.

In realtà, il grosso rischio che si sta ancora oggi correndo è di transitare (in Italia gli attraversamenti, i cambiamenti sono in parte gattopardeschi in parte perpetui) da un centralismo burocratico ad uno spontaneismo competitivo improduttivo, perché fondato su basi non costituzionali. L’autonomia costituisce certamente una enorme opportunità, ma un’opportunità da progettare. Come tutte le entità che si emancipano, anche la scuola è costretta, se vuole sopravvivere, a difendere la propria identità nell’ambito del Welfare post-novecentesco, altrimenti rischia di essere fagocitata dalle logiche mercantili ed aziendaliste ed assimilata ad un “fare formazione” tipico di altri soggetti presenti sul territorio in cui essa opera sempre più a fatica. La stessa legge finanziaria per il 2018 prevede l’insufficiente finanziamento diretto da parte del Ministero agli istituti sulla base delle specifiche progettualità e percorsi formativi offerti alla propria utenza, lasciando al “mercato”, a quella competizione indotta dalla progettualità P.O.N. F.S.E e/o F.E.S.R. 2014/2020 la possibilità di incremento del budget disponibile, tanto auspicabile e dignitoso quanto indispensabile. A tal proposito, ricordiamo che l’Italia è tra i paesi europei che ha diminuito maggiormente i propri investimenti in istruzione; ciò quanto emerge dal brief reportLa scuola non chiude” che WeWorld OnG ha nuovamente evidenziato: Il Report, analizzando l’impegno economico del Governo italiano in materia di istruzione, e gli effetti che esso provoca sul sistema, fotografa una situazione nazionale critica con investimenti previsti che non sono, in volume, ancora sufficienti a far prevedere un miglioramento circa i tagli di fondi e delle risorse dedicati a istruzione, università e ricerca nell’ultimo ventennio.

Nel 2015 la spesa pubblica in educazione del nostro paese (come percentuale del PIL) è stata solo del 4%, contro il 7,5% dell’Islanda, il 7% della Danimarca, il 6,5% della Svezia e il 6,4% del Belgio. Paesi con condizione simile alla nostra, con percentuali addirittura inferiori o uguali, sono la Romania (3,1%), l’Irlanda (3,7%), la Bulgaria (4%) e la Spagna (4,1%) [Fonte: Eurostat 2017].
Anche se si considera il dato della spesa per l’educazione come percentuale della spesa pubblica totale, il quadro non migliora. L’Italia si colloca, infatti, al 30° posto della classifica – dopo di noi solo la Grecia – con una spesa per l’istruzione pari al 7,9% del totale, a fronte della media europea del 10,3%. Il nostro investimento è ancora distante dall’impegno che hanno preso Paesi come l’Islanda (17,4%) e la Svizzera (17,2%), ma anche di paesi come l’Estonia (15,1%) o la Polonia (12,6%) [Fonte: Eurostat 2017].

Una ragione in più per considerare criticamente la Legge 13 Luglio 2015, n. 107 Riforma del sistema nazionale di istruzione e formazione e delega per il riordino delle disposizioni legislative vigenti in un Paese ove gli individui in povertà assoluta sono 4,7 milioni, con un incremento del 165% rispetto al 2007, e che le persistenti difficoltà occupazionali penalizzano i giovani il 40% circa dei quali è in cerca soluzione lavorativa e reddituale. Come è noto, la suindicata Legge ai commi 33 -44 ridefinisce come curricolare, cioè valutabile ai fini dell’attribuzione del credito scolastico, ed obbligatoria l’attività d’alternanza scuola – lavoro come metodologia didattica e, nel contempo, elemento riorganizzativa dell’incontro tra domanda ed offerta di lavoro. Questa impostazione, ci si chiede, permette di andare verso una autonomia completa e consapevole territorialmente compatibile?
In occasione degli Stati generali dell’alternanza del 16 Dicembre il confronto andrebbe impostato su questa falsariga: in merito alle caratteristiche delle attività effettuate nel corso dell’ultimo triennio (peraltro già ampiamente documentate negli aspetti di criticità denunciati dagli studenti coinvolti) e in relazione al significato assunto ed al ruolo svolto da tali attività nel quadro generale dell’istruzione, della formazione e dell’educazione.
Secondo il modello SWOT (Strenghts, Weaknesses, Opportunities, Threats), sembra tuttavia opportuno affermare che le ‘condizioni di contorno’, ovvero ciò che emerge dall’analisi del sistema in cui l’alternanza si colloca, in primo luogo segnalano il fatto che l’alternanza è diventato elemento fondante e non accessorio del sistema, in quanto modalità di realizzazione della formazione nel secondo ciclo, sia nel sistema dei Licei che in quello dell’Istruzione tecnica e professionale, comportano irreversibili azioni in termini di programmazione, organizzazione, finalità formative e valutazione. Oggi, sia nei Licei sia nella formazione tecnica e professionale, il significato dell’attività è connesso ‘in primis’ non più solo al suo valore orientativo, osservativo e di contatto con il mondo del lavoro, bensì si pone in modo pregnante il problema del raccordo fra le competenze acquisite in aula e quelle proposte dall’ambiente apprenditivo lavorativo.

Un nodo sensibile è la collocazione delle attività produttive – di beni e servizi, a seconda dei diversi profili formativi in uscita – nel sistema d’istruzione; fermo restando che in molte realtà il tetto di minimo 200 ore (Licei) può essere raggiunto grazie all’effettuazione delle attività di alternanza anche durante il periodo estivo, il problema di base consiste nel fatto che per realizzare compiutamente ed efficacemente i percorsi di alternanza occorre di necessità una drastica revisione dei contenuti curricolari (in special modo per le discipline tecniche, ma non si escludono problematicità anche per quanto attiene alle ‘competenze trasversali”) in due direzioni: consentire tempi congrui per l’effettuazione delle attività sia curricolari che di alternanza ed esplicitare competenze effettivamente perseguibili in modo congiunto nei due ambiti.
Attualmente l’attività degli studenti nel mondo del lavoro è infatti percepita – anche degli stessi attori – come modalità di applicazione delle conoscenze acquisite a scuola e/o di gratificazione, ma non di effettivo apprendimento. È in corso, conseguentemente, un cambiamento di orizzonte radicale, per consentire in modo forzato l’efficace connessione delle competenze acquisite in qualsivoglia ambito. In altre parole, c’è un’applicazione delle Linee Guida dell’alternanza senza che queste abbiano recepito l’epistemologia delle discipline (anche nella loro integrazione inter-transdisciplinare) rispettandone le peculiari didattiche.

Dato l’insieme dei rilievi di fondo, sembra agevole connettere ad esso l’analisi sistemica dei ‘punti di verifica empirica’ prossimi alla conclusione del primo triennio di applicazione della Legge n° 107/2015: è vero o meno che gli studenti vengono a contatto con la realtà aziendale, svolgendo una significativa esperienza di arricchimento educativo e professionale, che va ad arricchire il loro curriculum? È vero o meno che gli studenti colgono con l’ A SL l’operatività del sapere scientifico, l’applicabilità di metodi e modelli in diversi ambiti, le connessioni fra conoscenze teoriche ed applicative, le strategie di comunicazione efficace e di collaborazione nel mantenimento delle condizioni ottimali di lavoro (non ultime quelle relative alla sicurezza?); è vero o meno che gli studenti hanno l’opportunità di accrescere la propria autostima, fondamentale per il loro processo di maturazione e non sempre salvaguardata dall’impianto curricolare degli secondari di secondo grado che resta ancora troppo orientato al sapere teorico? È vero o meno che la cifra di 100 euro/studente sembra poter consentire, di per sé, margini di azione accettabili, soprattutto se confrontati ai fondi di cui attualmente si dispone? È vero o meno che si ritiene molto promettente anche l’ipotizzata incentivazione delle aziende mediante sgravi fiscali? È vero o meno che si auspica la concreta implementazione dell’organico funzionale, che potrebbe consentire, sul piano operativo, una efficace gestione delle attività, anche in relazione alla sicurezza ?

Domande alle quali la circostanza degli Stati generali, per non essere solo passerella propagandistica, dovrà dare risposte. Inoltre, non va sottaciuto che, in molte circostanza, la modalità d’alternanza scuola – lavoro definita “Impresa formativa simulata”, associata alla metodologia digitale per entusiasmare gli studenti, ha ottenuto, viceversa, una passivizzante acquiescenza perché, troppo frettolosamente si è dato per scontato che attività mediate dall’uso di personal computer fossero cognitivamente stimolanti; in realtà, tale opzione formativa rischia di rispondere alla difficoltà di collocare gli studenti in concreti contesti aziendali e/o organizzativi, stante la prevalenza di piccole/medie aziende e la conseguente dispersione del gruppo Classe, i tempi di permanenza richiesti e l’utilità percepita sono diversi per settori diversi e che le dimensioni strutturali di situazione non sempre consentono di aver tutors aziendali preparati: tutto ciò rende problematico vivere in modo efficace la pretesa ‘doppia identità’ di studente e lavoratore.
Criticità sono poste anche dall’attività di valutazione che ha diversi aspetti: è, ovviamente, dipendente dall’individuazione di competenze mutuamente perseguite e riconosciute, ma anche da una discrasia valutativa connaturata ai due diversi sistemi, per superare la quale occorrerebbe un serio lavoro di confronto e co-costruzione di documenti e schede di valutazione, con il conseguente impegno di risorse tecnico-professionali, lavoro interprofessionale che, ad oggi, non è partito.
La necessità di prevedere, anche in considerazione delle richieste delle aziende e degli Enti ospitanti l’effettuazione di parte delle attività in estate, come previsto dalla norma, pone il problema dell’obbligatorietà della frequenza nel periodo estivo. L’effettuazione dell’alternanza a partire dalla classe III degli Istituti Tecnici pone diversi ordini di problemi: i ragazzi hanno le competenze professionali necessarie ? Le competenze acquisite nel biennio, ma anche in seguito, consentono di produrre/trarre cultura dall’esperienza lavorativa? No, perché centrate su contenuti in molti casi estranei al profilo degli studenti nonché a quanto si richiederà concretamente loro.

Gli elementi di discussione vengono trattati insieme perché, come spesso accade, l’attività che, condotta in modo meditato, con un efficace coinvolgimento di tutti gli attori, con procedure il più possibile snelle ed efficienti e con obiettivi chiaramente esplicitati, risulta costituire un’opportunità, si trasforma invece in rischio di ulteriore involuzione del contesto se condotta in modo inadeguato. Ciò emerge chiaramente se si prendono in considerazione: il coinvolgimento dei Consigli di classe, ovvero il timore, espresso da molti docenti, di ‘perdere tempo’. Ciò deriva, certo, da una scarsa consapevolezza delle possibilità offerte dall’alternanza, radicata a sua volta nel fatto che a parole si riconosce il valore della ‘cultura del lavoro’, ma nei fatti lo si disconosce; ma anche dal fatto che né i curricoli né l’Esame di Stato sono strutturati in modo adeguato. Ciò porta a fare la seguente considerazione: il confronto fra sistemi è significativo solo se effettuato sull’insieme degli elementi caratterizzanti e non su uno solo di essi. Il sistema tedesco, giustamente citato quale esempio, ha caratteristiche strutturalmente diverse: consente infatti grande spazio all’effettuazione di attività di alternanza, ma riducendo di molto i saperi curricolari, il che a sua volta è reso possibile dalla diversa strutturazione dei curricoli nel segmento di istruzione precedente. Si ribadisce che: occorrerebbe considerare il problema dell’alternanza come elemento di spinta per una globale revisione ragionata del sistema, nella quale trovasse davvero posto la ‘cultura del lavoro’. Ciò potrebbe essere agevolato dal non solo portare la scuola nel mondo del lavoro, ma anche il lavoro nel mondo della scuola, con esperienze condivise ab origine, escludendo eventuali subalternità. In sintesi, molte strade sarebbero percorribili una volta raggiunto l’accordo su un’altra questione di base: la scuola deve perseguire l’occupabilità? È forse suo il ruolo quello di sviluppare competenze e conoscenze che consentano in tempi successivi, agendo quindi in modo indiretto, agli studenti di trovare con certezza una occupazione coerente con gli studi effettuati ? Si ritorna al problema delle competenze di base: se sviluppate efficacemente, queste sono proattive in ogni senso, ivi compreso quello dell’occupabilità sia immediata che estesa a tempi più lunghi e/o a profili più alti, ma è inderogabile il ruolo ideativo, progettuale e realizzativo degli attori protagonisti della vita scolastica: insegnati e studenti che meglio di tanti manager sanno gestire risorse e conseguire gli obiettivi posti dall’obbligo formativo. Non va dimenticato che la singola Istituzione scolastica rappresenta così com’è – costituzionalmente fondata – una realtà che, utilizzando una serie di elementi diversificati tra loro e facendoli confluire nel sistema organizzativo scolastico, ottiene uno scopo di rilevanza sociale: promuovere il patrimonio culturale personale e collettivo.
Giovanni Dursi

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