Alzheimer: dopo l’aducanumab in arrivo donanemab, lecanemab ed altri farmaci

Alzheimer dementia
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Nello scorso giugno Biogen, una azienda che aveva in sperimentazione di fase 3 aducanumab, vide autorizzare dalla Food and Drug Administration (FDA) il proprio preparato per una terapia contro l’Alzheimer. Ma quel farmaco era nell’ultimo passaggio di sperimentazione prima della autorizzazione alla commercializzazione, ma era considerato un prodotto controverso per il trattamento dell’Alzheimer. Ottenne un risultato insperabile allora visto che  era stato rifiutato alla quasi unanimità da un comitato tecnico. Una parte della comunità scientifica sperò comunque che la decisione desse nuova spinta verso almeno un trattamento che garantisse il rallentamento della patologia. I malati e le loro famiglie, parimenti, trovarono un insperato appiglio per lenire le problematiche in cui vive chi si confronta con l’Alzheimer o la demenza senile.
L’obiettivo da ottenere con l’utilizzo di aducanumab, pure in cambio di alcune migliaia di dollari a carico al sistema sanitario, era che la sua somministrazione abbassasse il livello di placche amiloidi nel cervello e gli affetti dell’Alzheimer quel tanto che ne lasciasse sperare in un miglioramento cognitivo ed un rallentamento della progressione della patologia.
Una parte della comunità scientifica rimaneva però ancora scettica sul provvedimento e sempre in attesa di dati che ne facessero ulteriore chiarezza.

Nel frattempo altre aziende come la Ely Lilly provvedevano ad implementare fasi di sperimentazione sulle loro molecole candidate alla lotta contro l’Alzheimer, sempre attraverso una loro presunta azione anti placca amiloide [1].
Questo perché ricordiamo che, l’origine della malattia e dei problemi cognitivi ad essa connessi, sono relativi ad una neuro degenerazione la cui causa viene fatta risalire alla formazione di placche di proteine beta amiloide.
Altre teorie però confutano questa ipotesi e dicono che i problemi cognitivi possono anche rilevarsi prima ancora della formazione delle placche e comunque durante i processi di accumulo della proteina beta amiloide [2].
Tutt’altro che definitivi gli studi come si deduce anche se le nuove proposte farmacologiche sono indirizzate sempre contro le placche amiloidi. Concetti che sono stati al centro di discussioni circa il futuro di questi nuovi canditati alla terapia anti Alzheimer tra i partecipanti alla conferenza Clinical Trials on Alzheimer’sdiseas ( CTAD) tenutasi a Boston nei giorni scorsi.

Eli Lilly, si diceva, lavora sul suo anticorpo donanemab con meccanismo di azione simile ad aducanemab ed ha come obiettivo un’autorizzazione alla commercializzazione verso metà 2022. La giapponese Eisai ed ancora Biogen propongono un’altra molecola denominata lecanemab. Circa però l’efficacia terapeutica la comunità scientifica risulta ancora divisa tra coloro che indicano i risultati ottenuti troppo blandi per giustificarne gli sviluppi come dimostrerebbe uno studio di fase due su 257 persone che vi sono state arruolate che hanno mostrato una riduzione della perdita cognitiva di 3,2 punti su una scala di 144. Questa differenza rispetto a coloro che avevano avuto il placebo, invece che l’anticorpo donanemab, secondo altri potrebbe essere ancora maggiore se la terapia fosse erogata per più tempo e quindi trovano promettenti i dati provvisori ottenuti. Un’altra ipotesi che necessita di verifica e di valutazione è che se con l’uso del farmaco donanemab si mira ad ottenere una analoga autorizzazione ricevuta dall’aducanemab, non si comprende come mai una riduzione dell’80% della proteina denominata beta- amiloide ottenuta con la nuova molecola, non debba approdare ad analogo provvedimento malgrado manchino ancora certezze sulla conclamata riduzione del declino cognitivo.

Da quanto riportato e dalle pubblicazioni delle testate scientifiche circa i lavori e gli studi di sperimentazione in corso, il dibattito più che sui risultati pare approdi sugli esempi dati da FDA che dovrebbe applicare sempre le stesse modalità e quindi tener conto dei precedenti. Di contro altri asseriscono che non è detto per nulla che se si prende atto di una errata valutazione del passato la si debba continuare ad applicare.

Resta il disagio degli ammalati e delle famiglie a loro vicine che evidentemente è una spinta di grande importanza per l’individuazione della risoluzione del problema. Anche solo poter contare sulla riduzione della sintomatologia e della sua progressione rappresenta un motivo di successo data la gravità dei disagi in cui si incorre. Per chi non ne conoscesse i dettagli si sappia che si incorre nella demenza senile che mette a repentaglio ogni funzione cognitiva, di memoria e del linguaggio del soggetto che ne soffre. Come se si smettesse di pensare, si incorresse nel problema di non riuscire più a svolgere le attività di base compresa la perdita dell’autosufficienza.
Questo articolo non propone terapie o diete; per qualsiasi modifica della propria cura o regime alimentare si consiglia di rivolgersi a un medico o dietologo.
Emidio Maria Di Loreto

[1] https://doi.org/10.1038/d41586-021-03410-9
[2] https://www.lescienze.it/mind/2020/01/02/news/rivedere_il_ruolo_delle_placche_amiloidi_nell_alzheimer-4652415/

 

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