Alzheimer. Note su cause, concause e approcci terapeutici medico-sociali

Alzheimer dementia
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Fu un neurologo tedesco Alois Alzheimer, agli inizi del ‘900, a descrivere i primi segni clinici di quella che sarebbe diventata la malattia di Alzheimer (anche Alzheimer Disease; AD), un disastro cognitivo che assale gli umani per lo più in età avanzata. Da allora si è registrato nel campo della ricerca medica una grande evoluzione negli studi che ha permesso via via di individuarne origini, cure e caratteristiche (negli anni settanta la patogenesi era ricondotta all’aterosclerosi) secondo variabili che però non hanno mai escluso l’aspetto più eclatante della sindrome: la demenza.

Attualmente, si stima che il 50-60% di casi di demenza possa attribuirsi alla Malattia di Alzheimer. Il numero di malati, in costante incremento, genera allarme chiaramente tra coloro che ne sono affetti ma anche tra i familiari e tutti coloro che, conoscendo il problema, temono di poterne essere colpiti. Una grossa visione sulla patologia, con tutta la drammaticità indotta in chi non ne conosceva gli aspetti intimi, è arrivata anche dalla cinematografia mondiale che ne ha trattato gli aspetti rendendo più profondi e noti gli effetti alla grande massa. Lunga la sequela di film che illustrano le problematiche di questa patologia. Per rendere l’idea però basta avere in mente gli episodi di demenza dell’ottantenne John (mirabile interpretazione di Donald Sutherland) narrati da Paolo Virzì in Ella e John ( 2018 con Hellen Mirren e Donald Sutherland). Sicuramente un capolavoro in termini di espressione cinematografica come pure di esaltazione di amore e sentimenti tra i più veri, ma anche un’apertura di squarci profondi nella più intima sensibilità umana messa al cospetto di cosa possa attendere un anziano o comunque un uomo avanti negli anni.

La consapevolezza della mancanza di approcci terapeutici risolutivi rendono ancora più inquietante la dimensione della malattia. Attualmente nel mondo una persona ogni tre secondi è interessata da AD, mentre nel nostro paese si stimano in circa 1,2 milioni i casi di pazienti che ne sono affetti. Numeri purtroppo destinati a salire per diventare, secondo stime, 1,6 milioni entro il 2030. Dalle dimensioni della patologia, dalla mancanza di cure, dall’innalzamento dell’età dei popoli e dalla mancata applicazione di protocolli terapeutici risolventi, visto che non se ne dispone, si definisce un quadro che oggi induce una sensibilizzazione importante della società. Malgrado ciò, gli stanziamenti di fondi per ricerca e gestione della patologia, risultano insufficienti, al solito, e per giunta non costituiscono un argine efficace ma, al momento, solo un aiuto palliativo.

Un tentativo di sensibilizzazione collettiva ha visto l’ istituzione per il 21 Settembre della giornata mondiale per la malattia di Alzheimer. Quest’anno ricorrerà il 25esimo anniversario di questa iniziativa. Inoltre, 24 paesi nel mondo, la metà dei quali appartenenti all’ Europa, hanno attuato piani per far fronte alla demenza. A questo progetto ha aderito anche l’Italia senza però che siano stati destinati fondi a questa iniziativa malgrado la Federazione Internazionale per il morbo di Alzheimer abbia chiesto di destinare almeno l’1% dei fondi disponibili per finanziare la ricerca che ha come focus questa patologia.

Sicuramente, rispetto alle iniziali descrizioni, si sono diffuse conoscenze più precise, tuttavia, la mancanza di una comprensione sulla reale causa, indirizza verso una serie di concause ognuna delle quali porta il suo mattoncino all’ipotesi di una patologia altamente invalidante. Nella letteratura scientifica internazionale è comparsa, rilanciata da Wired [1], la notizia secondo la quale iniziando una terapia a base di memantina, un farmaco utilizzato per rallentare la malattia, si potrebbero ottenere significativi risultati se il farmaco fosse assunto prima dell’apparizione dei sintomi. È chiaro che si tratta di supposizioni ancora tutte da sviluppare e verificare ed anche da valutare al netto degli effettivi benefici della somministrazione del farmaco in rapporto agli effetti collaterali comunque difficili da valutare in soggetti non in grado di comunicarli adeguatamente (ad es.: affaticamento, ansia, vomito, aumento della libido, allucinazioni). Ciononostante, considerando comunque che da alcuni neurologi questo farmaco è giudicato dai risultati troppo spesso molto blandi, viene da chiedersi in base a quali criteri si possa iniziare un piano terapeutico prima dell’insorgenza della sintomatologia. Certo che, se reale, la possibilità annunciata su Alzheimer’s & Dementia da alcuni ricercatori della Virginia sull’utilizzo del farmaco prima che l’insorgenza del male si manifesti, sarebbe già un risultato non di poco conto. Si riuscirebbe, secondo la loro teoria, a prevenirne lo sviluppo e comunque bloccarne o ritardarne in modo significativo il cammino. La degenerazione della cellula neuronica a causa della presenza di placche amiloidi inizia molto tempo prima della sua manifestazione e, quindi, della possibilità di diagnosi.

Poiché si ipotizza che, risultati significativi si otterrebbero se la terapia iniziasse prima della comparsa della sintomatologia, come attivare un piano terapeutico adeguato? La risposta è che si è ancora molto lontani dal poter ipotizzare soluzioni in tal senso. Questi lavori non sono le uniche ipotesi sulle quali si indaga, malgrado sia noto ormai che sia utile un approccio personalizzato a questa patologia (come anche nelle altre), cosa che, dovendo essere tagliato su misura al paziente che ne è affetto, comporta risorse, conoscenze, strutture che la situazione sanitaria permette di erogare con poca significatività rispetto alle necessità. Si procede quindi con solerzia verso le conoscenze sul perché insorga la malattia, in modo da indirizzare meglio i probabili rimedi. Le attuali indicazioni che rivolgono attenzione alla compromissione circolatoria del soggetto come una delle cause più negative, ma anche ad altre concause e fattori di rischio cardiocerebrali (fumo, diabete, dislipidemie, ipertensione, infarti cerebrali) restano sempre in piedi come anche i fattori protettivi (attività fisica, intellettuale e sociale, alimentazione sana ricca di verdure e vitamine con basso contenuto di grassi saturi).

Insomma si opera a 360° nel tentativo almeno di alleviare problematiche mentre, chi è in odore di anzianità, si interroga se le prime significative inefficienze possano essere ricondotte ai prodromi di Alzheimer. Ci si chiede se, quel vuoto di memoria, non riuscire più a fare le cose di tutti i giorni, non trovare le parole giuste, sbagliare a contare le monete – ingiustificabile per molti, mutamenti d’umore, spostare gli oggetti abituali in posti inconsueti, diminuzione di interessi, sbagliare nel vestirsi, stiano per aprire le porte alla demenza che arriverà.

A livello terapeutico si potrebbero avere aiuti significativi da immunoterapia in grado di rimuovere le sostanze amiloidi che inducono la morte dei neuroni. Altri farmaci da tempo in uso riguardano gli inibitori dell’acetilcolinesterasi che bloccano l’enzima distruttore del mediatore chimico che, a livello sinaptico, consente la trasmissione dell’impulso nervoso. Di memantina si è già detto mentre iniziative che considerino gli aspetti sociali meritori di interventi e solido supporto giungono da un’esperienza dagli indubbi risultati.

È il caso del Paese Ritrovato. Iniziativa che è un modo pertinente di concepire le politiche sociali e che determina un miglioramento significativo della condizione del malato ma anche di chi gli sta intorno e ne subisce disagi davvero impegnativi e onerosi. Si tratta di un’area realizzata a Monza, in Brianza, [2] dove è stata costruita una cittadina a misura di malato che gli conferisca una vita il più confortevole possibile. Sono stati studiati e scelti colori ed arredi adeguati, uso di domotica e tecnologia che rendesse l’ uso della struttura il più possibile compatibile con una gestione della quotidianità di questi malati estremamente problematici. Da questa estate sono iniziati gli ingressi degli ospiti nel paese ritrovato per la metà dei 64 posti disponibili. Pochi rispetto alle necessità? Sicuramente si ma almeno un riferimento da tenere in immediata considerazione per chi, nelle istituzioni, dovrebbe emulare al più presto.
Emidio Maria Di Loreto

[1] Marta Musso, “Un farmaco promette di prevenire l’Alzheimer (se assunto prima della comparsa dei sintomi)“, https://www.wired.it/scienza/medicina/2018/08/03/farmaco-alzheimer-sintomi/
[2] www.ilpaeseritrovato.it

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