Amazzonia, Bolsonaro e il doppio gioco dell’Unione europea

Brasile Amazzonia
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L’Amazzonia continua a bruciare senza sosta e Bolsonaro ci ripensa. Forse non perché gli interessa più di tanto della foresta e dei suoi abitanti, ma perché i soldi fanno comodo e tirare troppo la corda potrebbe essere deleterio nei rapporti commerciali con il l’Europa che, decisamente non è l’ultima economia del mondo. Non solo sono in arrivo altre disponibilità per svariati milioni di dollari da aziende e privati sull’esempio di Di Caprio e dal altri stati come il Canada che ha offerto, a Brasile e Bolivia, bombardieri d’acqua.
Cosi il portavoce del presidente Jair Bolsonaro, Otavio Rego Barros ha potuto dire: «qualsiasi risorsa che venga dall’estero per aiutarci nella nostra attuale lotta contro gli incendi è benvenuta», mentre Trump continua a sostenere il buon lavoro fatto in Amazzonia

Ma nella faccenda degli aiuti qualcosa non torna. E che a noi ci fa sempre pensare, dire e volere un cambiamento strutturale del modello di produzione e consumo a cui siamo abituati, oramai da Occidente a Oriente.

Infatti come è spiegato con chiarezza sul sito di Greenpeace «se con la mano destra l’Europa vuole difendere la foresta (ne è un esempio l’offerta di un pacchetto di fondi – 20 milioni – contro gli incendi, proposto proprio durante il G7 appena conclusosi a Biarritz), con quella sinistra si appresta a svenderla ulteriormente tramite l’Ue-Mercosur, l’accordo di libero scambio con alcuni stati del Sud America (Brasile, Argentina, Paraguay e Uruguay), che – almeno così com’è – aumenterà le importazioni di materie prime agricole in Europa (a cominciare da carne e soia), con conseguenze devastanti per il clima, le foreste e i diritti umani, sacrificati ancora una volta sull’altare del profitto» [1].

È chiaro da tempo che non possiamo più permetterci di consumare per inquinare cieli, terre e mare continuamente accaparrate e stuprate biechi interessi e per una vita vissuta per il possesso e per l’apparire.
Non più di qualche settimana fa, sulla nostra rivista, avevamo riportato le considerazioni di uno studio australiano per cui, così come stanno le cose, ivi compresi gli accordi al ribasso sottoscritti in questi anni, «l’anno 2050 potrebbe essere il punto di non ritorno per la civiltà così come la conosciamo. Interi ecosistemi, come l’Amazzonia e l’Artico, verrebbero distrutti e Il 30% della superficie terrestre diventa arida: Mediterraneo, Asia occidentale, Medio Oriente, Australia interna e sud-ovest degli Stati Uniti diventano invivibili».

A questo punto risultano ridicole le eccessive attenzioni sugli scontri verbali per le accuse reciproche tra Macron e Bolsonaro.

Ciro Ardiglione

[1] “Incendi: quello che accade in Amazzonia non resta in Amazzonia”, https://www.greenpeace.org/italy/storia/6036/incendi-quello-che-accade-in-amazzonia-non-resta-in-amazzonia/, 27 agosto 2019

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