American Sniper. La brutalità della guerra e i suoi meccanismi di disumanizzazione

American Sniper
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Quando nel 2008 Clint Eastwood realizzò Gran Torino, una sorta di summa della sua cinematografia e, al tempo stesso, di suo testamento spirituale, in molti pensavano che il regista, allora settantottenne, si sarebbe fermato lì, che non avrebbe più fatto film (e per certi versi, considerata la bellezza ed il gusto un po’ crepuscolare della pellicola citata, forse non sarebbe stato un male).
Invece sono seguiti, negli anni, Invictus – L’invincibile (2009), Hereafter (2011), J. Edgar (2012), Jersey Boys (2014) e, finalmente, American Sniper, uscito nelle sale italiane il primo gennaio di quest’anno. Insomma, Clint Eastwood col passare degli anni (85 a fine maggio) si dimostra sempre più prolifico e, c’è da aggiungere, sempre molto lucido.
Il suo ultimo lavoro racconta la storia (vera!) di un cecchino infallibile (per questo divenuto una sorta di leggenda) partito per combattere in Iraq dopo l’11 settembre: le sue convinzioni personali (con qualche cenno biografico al periodo adolescenziale che ne delinea la formazione), il suo serrato addestramento militare e, in un estenuante alternarsi di “turni” al fronte e riposi in patria, le vicende della guerra in Iraq (ma, in senso lato, di tutte le guerre) dal punto di vista – anzi, dal mirino del fucile – di un diretto testimone e protagonista di quegli eventi.
Il film, lungi dal limitarsi ad una rappresentazione spettacolarizzata della guerra, che pure non manca nelle varie azioni militari condotte dai SEAL e dai marines americani, con tanto di ritmi mozzafiato, pallottole che fischiano dappertutto, esplosioni improvvise ed uso del ralenti in quella che può essere considerata a buon ragione la scena madre, dal punto di vista dello “spettacolo”, indaga sui meccanismi psicologici che muovono il grilletto dei militari (una sorta di automi disumanizzati e svuotati da tutto ciò che non sia puro istinto di sopravvivenza e compulsione al compimento della propria missione, mandati al macello secondo un unico credo: uccidere o essere uccisi) e sul conseguente senso di alienazione che paralizza gli stessi militari una volta che questi ritornano alla vita civile (così nei riposi tra un turno e l’altro, durante i quali Chris, il cecchino infallibile, la “leggenda”, è totalmente assente, incapace di “staccare la spina”, di tornare al presente e vivere i pochi momenti di pausa dall’inferno iracheno con la propria famiglia), per sostanziarsi in una esplicita denuncia sulla brutalità della guerra e sulla inconsistenza e vuotezza della retorica militare (nel duello a distanza tra i cecchini delle opposte fazioni chi è il “buono” e chi il “cattivo”?).
Se molte cose erano state già viste – e si potrebbe pensare, ad essere malfidenti, che American Sniper sia solo un’occasione per costruire un film d’azione con velleità introspettive che renda bene al botteghino (ed infatti in Italia si è rivelato il film con il maggiore incasso lo scorso fine settimana) – alcuni approcci ai temi trattati paiono però davvero felici. Tra questi, il già citato duello a distanza tra i due cecchini (Chris Kyle e Mustafa, il tiratore scelto che protegge gli insorti iracheni), nell’ambito del quale si innesca una vera e propria sindrome da gioco d’azzardo (altra tessera del puzzle di cui si compone la psicologia del militare coinvolto in azioni di guerra così come delineata dal film) che conduce Chris (compulsivamente) a portare sempre più in alto il livello della sfida e, conseguentemente, il rischio per sé e per i commilitoni pur di poter prevalere nella guerra personale ingaggiata contro un avversario che era stato vincitore nella disciplina del tiro a segno alle Olimpiadi (sindrome peraltro dalla quale Chris pare guarire solo nel momento in cui per la prima volta rischia concretamente di rimanere ucciso). Ed ancora, tra le cose migliori di American Sniper, i frastornanti “sbalzi di temperatura” tra le frenetiche ed adrenaliniche azioni militari in Iraq e le tranquille convalescenze a casa, di cui si è detto quanto alle implicazioni descrittive della “sindrome del reduce”, ma che a livello cinematografico danno il senso tangibile del passaggio tra l’entrare e l’uscire da un frullatore.
Il film poi, trattandosi comunque di un’opera autobiografica basata sul libro dello stesso Chris Kyle che racconta delle sue 4 missioni in Iraq e delle sue circa 160 vittime tra gli insorti iracheni, si conclude con la narrazione delle vicende personali del protagonista al ritorno dalla guerra, toccando anche accenti più o meno retorici e celebrativi, peraltro non del tutto estranei alla cultura cinematografica americana, che però non inficiano i contenuti e la complessiva validità della pellicola.
Un’ultima notazione riguarda il bravo (e convincente) Bradley Cooper, ingrassato di una ventina di chili per interpretare il cowboy texano che va a combattere in Iraq: visti i criteri con cui sono state definite le nomination agli oscar 2014, non sarà il suo un tentativo di ipotecare la statuetta da miglior attore protagonista per il 2015?

Gianfranco Raffaeli

Scheda del film:

Titolo originale: American Sniper
Genere: Azione, Drammatico
Origine/Anno: USA/2014
Regia: Clint Eastwood
Sceneggiatura: Jason Hall
Interpreti: Bradley Cooper, Sienna Miller, Cory Hardrict, Jake McDorman, Navid Negahban, Luke Grimes, Kyle Gallner, Owain Yeoman, Brian Hallisay, Sam Jaeger, Eric Close, Bill Miller, Max Charles
Montaggio: Joel Cox, Gary Roach
Fotografia: Tom Stern
Scenografia: Gary Fettis, Charisse Cardenas, James J. Murakami
Costumi: Deborah Hopper

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