Amour. L’amore fino al crepuscolo della vita

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Intenso e doloroso, raffinato ed elegante, l’ultimo film di Haneke, Palma d’Oro a Cannes 2012, racconta l’inesorabile tramonto, il lento addio alla vita di un’anziana musicista, Anne, accompagnata fino agli ultimi giorni, nell’inarrestabile incedere della malattia, dal marito Georges.


Al ritorno da un concerto, Anne e Georges si accorgono che la serratura della porta d’ingresso del loro appartamento è stata forzata: un’intrusione nella loro intimità, una violazione del loro spazio vitale (la casa si rivelerà infatti un luogo metaforico della residua capacità di movimento dei due e di quello che è l’unico mondo possibile in cui la coppia potrà continuare a vivere la propria vita: il film è girato quasi del tutto in interni), una rottura dell’equilibrio dei due che ben presto dal piano simbolico passerà a quello reale, travolgendo le loro esistenze. Così, da lì a poco, un primo attacco, un’operazione andata male e la conseguente emiparesi che colpirà Anne costringeranno lei su una sedia a rotelle, lui ad un faticoso tentativo di affrontare da solo, ed in età avanzata, la paraplegia della moglie ed il difficile compito di riuscire a trovare un nuovo equilibrio per la coppia.
La vicenda narrata è sofferta, immersa in un pathos silenzioso (solo a volte interrotto dai lamenti meccanici di Anne), fatto di gesti e sguardi, di piccole attenzioni e profondo rispetto dell’altro (come dimostra il caso del licenziamento della seconda infermiera, mandata via perché insensibile alla condizione di Anne). Ma il film non si compiace nell’esaltare i toni cupi della storia, né rimesta nel dolore speculando sulle situazioni filmate. Hanenke sembra piuttosto documentare con distacco, affidare alle immagini il proprio discorso sull’amore e sul rapporto di coppia negli ultimi stadi dell’esistenza, il proprio racconto sulle debolezze umane e sul crepuscolo della vita, astenendosi dal giudizio.
Nulla, però, in questa descrizione delicata ed intima, cruda a tratti, ci viene risparmiato: l’umiliazione del dover dipendere in tutto dagli altri, l’imprigionamento all’interno di un corpo che non risponde più agli stimoli ricevuti, la graduale perdita di contatto col mondo esterno, lo smarrimento della propria identità e di ciò che si è stati (non a caso, in uno degli ultimi momenti di lucidità, Anne chiede di rivedere l’album con le foto che rievocano la sua vita insieme a Georges, che disegnano un percorso lungo e denso di emozioni, pregno di vita vissuta e di umanità; percorso che pure, ne è consapevole, sta per giungere al termine), la perdita della forza e della voglia di andare avanti.
Ma Haneke accosta, a questo sconsolante stato di cose, agli sfregi della malattia ed alla rudezza della condizione di Anne, la presenza costante di Georges. Una presenza premurosa e discreta. Una presenza umana e rivelatrice delle proprie debolezze, ma che al tempo stesso racchiude in sé il concetto di amore nella sua forma più elevata. Georges non sempre riesce a nascondere le difficoltà nell’affrontare una situazione senza uscite, ma fa del suo meglio per mantenere un proprio contegno, la rassicurante eleganza di sempre; per far pesare il meno possibile l’angoscioso, opprimente dolore degli ultimi giorni alla moglie. E ciò, a dispetto della cupa disperazione che alberga in lui (più o meno cosciente, come rivela l’incubo della casa in rovina, deserta, allagata, in cui qualcuno all’improvviso cerca di soffocarlo).
Il film ha dei momenti di autentica poesia, come nell’inquadratura in cui Georges aiuta Anne ad alzarsi dalla sedia a rotelle per sedersi sulla poltrona del salotto e i due sembrano sorreggersi a vicenda, abbracciati insieme nonostante gli insulti del tempo ed il sopraggiungere del male.
La pellicola è impreziosita da un singolare rigore compositivo fatto di quadri fissi e piani sequenza, con movimenti, a tratti, claustrofobici (come nelle semisoggettive realizzate con la macchina a mano in cui l’obiettivo insegue Georges nei corridoi della casa dando un’impressione di instabilità e conferendo una profonda tensione alle immagini). Strepitosa la prova d’attore, quasi superfluo sottolinearlo, di Emanuelle Riva e Jean-Louis Trintignant. Bravissima, nelle poche scene in cui compare, Isabelle Huppert, già altre volte interprete di lavori del regista austriaco (La pianista, Il tempo dei lupi).

Le scenografie sono molto curate. Il film, girato, si diceva, praticamente del tutto all’interno della casa degli anziani coniugi, rivela, nei piccoli dettagli dell’arredamento, nei vinili e nei cd intravisti, nel mare di libri che popolano gli scaffali della libreria del salotto, una vita lunga ed intensa, pregna di interessi e di forti passioni; ma, soprattutto, una vita fatta di condivisione, tra Anne e Georges, di quegli interessi e quelle passioni. Lo spazio di ambientazione – le pareti del salotto, le lampade, il tavolo della cucina – appare come una proiezione esteriore delle vite dei protagonisti, descrive quello che c’è stato prima del racconto filmico senza che ciò debba essere narrato. Visivamente, poi, il pianoforte, isolato dal contesto in un sala luminosa, esalta l’importanza che la musica ha avuto nelle vite dei due. Musica che, a sua volta, è un elemento portante del film. Compare con forza nel concerto iniziale di Alexandre (interpretato, per inciso, dal pianista Alexandre Tharaud), cui assistono commossi Anne e Georges ed in cui si eseguono gli Improvvisi di Schubert dell’opera 90, per poi scandire i momenti salienti della narrazione. In particolare, il numero uno, in do minore, ed il numero tre, in sol bemolle maggiore, degli Improvvisi di cui si parlava, torneranno spesso nel film come musica extradiegetica (o diegetica, come nella bellissima scena in cui Georges viene ripreso nell’atto di ascoltare l’Improvviso in sol bemolle maggiore; in controcampo, si vede la moglie che lo esegue: lo spettatore non sa però che la musica non proviene dal pianoforte inquadrato e dalla pianista che lo suona, ma dal fuori campo, e che l’immagine che vediamo è solo un ricordo di Georges). Schubert, allora, con la sua musica solitaria e malinconica fa da sfondo sonoro alla storia narrata. Ed altrettanto solitario appare anche lo spazio in cui questa si svolge. Spazio in cui non è ammessa nemmeno la figlia dei due, una sconsolata ed impotente Eve, ed in cui anche il piccione che per due volte “sconfina” nell’appartamento di Anne e Georges, entrando dalla finestra aperta, è sistematicamente allontanato. Il dolore è un fatto privato, sembra dirci Haneke, come l’amore.

Gianfranco Raffaeli

Scheda del film:

Titolo originale: Amour – Genere: Drammatico – Origine/Anno: Austria, Germania, Francia – 2012 – Regia: Michael Haneke – Sceneggiatura: Michael Haneke – Interpreti: Jean-Louis Trintignant, Emmanuelle Riva, Isabelle Huppert, Alexandre Tharaud, William Shimell, Ramón Agirre, Rita Blanco, Carole Franck, Dinara Droukarova, Laurent Capelluto – Montaggio: Nadine Muse, Monika Willi – Fotografia: Darius Khondji – Scenografia: Jean-Vincent Puzos – Costumi: Catherine Leterrier – Musiche: Alexandre Tharaud

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