Angola. I poveri aspettano i dividendi di pace e petrolio

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L’esito delle elezioni parlamentari in Angola ha determinato, forse al di là delle previsioni, ma ampiamente prevista da molti osservatori e commentatori, una vittoria schiacciante per il partito al potere Mpla (Movimento popolare per la liberazione dell’Angola).
Dopo sedici anni dalle ultime elezioni e dopo sei anni dalla fine della guerra civile che ha insanguinato l’ex colonia portoghese il 5 settembre gli oltre otto milioni di aventi diritto potevano scegliere tra 5198 candidati suddivisi tra dieci partiti e quattro coalizioni. Con più dell’85% dei sezioni scrutinate al 10 settembre l’Mpla ha ottenuto l’81,76% dei voti mentre l’Unita (Unione nazionale per l’indipendenza dell’Angola), rivale storico durante il conflitto e dopo si è fermato a poco più del 10% [1].
Al di là di qualche problema organizzativo sottolineato dalla deputata europea Luisa Morgantini, capo degli osservatori europei, la tornata elettorale si è svolta regolarmente secondo tutte le organizzazioni coinvolte a cominciare da quelli americani diretti dall’ambasciatore Dan Mazena per finire all’Unione africana [2]. Si è trattato indubbiamente di un grande successo soprattutto se si guarda ai recenti drammi che le elezioni hanno provocato in Zimbabwe, Kenya e Nigeria.

Questo successo così ampio ha molte ragioni. Sicuramente il controllo dei mezzi di comunicazione da parte dell’Mpla ha avuto un peso nell’orientare gli angolani che, per la maggior parte, ascoltano la radio sotto il controllo del governo come pure l’unica tv non satellitare e l’unico quotidiano a tiratura nazionale [3]. Nonostante gli appelli al rispetto delle opinioni altrui fatti dal presidente José Eduardo Dos Santos alcuni programmi televisivi hanno incessantemente evidenziato le distruzioni e le violazioni dei diritti umani dell’Unita nei territori sotto il suo controllo negli anni passati. Senza contare i servizi che raccontavano frequentemente di inaugurazioni di nuove costruzioni e strutture [4].
Va pure considerato che in una situazione di pace e una condizione economica migliore sono rassicuranti rispetto alle sofferenze del passato e la scelta in favore di chi sta gestendo questo periodo può essere sembrata la migliore da fare per la popolazione.
A ciò va aggiunta l’incapacità dell’opposizione e soprattutto dell’Unita e dei suoi dirigenti con a capo Isaias Samavuka a presentare delle proposte credibili per un progetto del paese, a differenziarsi in maniera netta dalla linea governativa e ad approfittare delle storture che attanagliano il paese: dalle enormi disuguaglianze sociali alla corruzione. Erano probabilmente rassegnati alla sconfitta anche in cambio di <<una fetta di torta>> [5], quella del potere che gestisce entrate enormi per il petrolio e i diamanti.

Adesso per il futuro delle popolazioni dell’Angola si tratta di capire se questo “assegno in bianco” ricevuto dai risultati elettorali venga girato per migliorare le condizioni economiche sociali sanitarie e culturali delle popolazioni e non solo per gli interessi di élites nazionali e internazionali.
Una maggioranza così ampia consentirà di gestire il processo di riforma costituzionale che porterà ad una repubblica presidenziale con un ulteriore accentramento di poteri. Nel 2009, come da accordi tra le parti, si svolgeranno le elezioni presidenziali e nulla fa pensare che ci siano candidati in grado di impensierire il sessantaseienne Dos Santos che potrà rimanere in sella per altri cinque anni insieme al suo partito ed in assenza di fatto di un’opposizione. Nella sostanza non esisterebbero meccanismi di controllo con le conseguenze che ne deriverebbero nella gestione della cosa pubblica.

L’Angola dalla fine della guerra civile ha goduto di una straordinaria crescita economica trascinata dagli effetti congiunti dell’aumento della produzione di petrolio (diventando il primo esportatore africano) e del suo prezzo sui mercati mondiali. In più ha potuto contare dal 2004 sui prestiti a tassi agevolati concessi dalla Cina, in gran spolvero nella costruzione di opere pubbliche, a cui vanno sommati i crediti accordati da Brasile, Spagna e soprattutto Germania hanno fatto uscire il paese da una specie di letargo.
<<Con la pace, l’Angola è diventato un enorme cantiere. In pochi anni, i grattacieli sono cresciuti come funghi. Per lo più, si tratta di sedi delle compagnie petrolifere, di banche o di assicurazioni. Gli immobiliaristi, incuranti dell’ambiente circostante, caratterizzato da strade fangose e circolazione caotica, costruiscono enclavi totalmente slegate dal contesto urbano.>> [6].
E solo per fare un esempio negli obbiettivi dell’Mpla ci sono la costruzione di nuove città, una affidata all’architetto che progettò Brasilia, una linea ferroviaria lungo la costa fino a Cabina e per la quale dovrà essere costruito un ponte sul Congo per un investimento di due miliardi di dollari [7].
Da quando è finita la guerra l’Angola ha visto crescere il Pil sempre a due cifre e la previsione per quest’anno la Banca Mondiale prevede una crescita superiore al 16% e i pozzi pompano quasi due milioni di barili al giorno. La bilancia dei pagamenti ha un considerevole surplus e le riserve valutarie sono state completamente ricostruite.
<<Il boom economico non si è tuttavia accompagnato al benessere. Luanda è divenuta un cantiere a cielo aperto. Una città per ricchi, dove i businessmen girano in auto da 200 mila dollari,le gru increspano l’orizzonte, le boutique di lusso non riescono a soddisfare la domanda. Ma c’è un’altra Angola. Quella delle baraccopoli, ancora immense. Il Paese dove il 70% della popolazione vive con meno di due dollari al giorno, dove un bambino su quattro muore prima dei cinque anni. La corruzione è pervasiva, sottolineano le Ong locali. Secondo l’indice di sviluppo umano dell’Onu l’Angola si trova al 162 posto su 177 Paesi. Ultimo dei paradossi: nel 2007 sono piovuti nelle casse dello Stato 44 miliardi di dollari in export petrolifero. Eppure l’elettricità funziona a singhiozzo, anche nella capitale, e chi vuole far benzina deve attendere anche per ore, quando è fortunato>> [8].

E non solo. C’è un medico ogni quindicimila abitanti, sei donne su dieci non sopravvivono al parto, circa il dieci per cento della popolazione è sieropositiva e il settanta per cento della popolazione è analfabeta. Ci sono ancora quattordici milioni diordigni inesplosivi che mietono migliaia di vite umane.

L’unico modello organizzativo che sembra funzionare sia quello della corruzione: <<per ottenere il chinino, o il diploma, o aggiudicarsi un appalto. Una miliardaria truffa di regime. E’ così che la massa dei poveri viene strangolata e che l’oligarchia al potere si consolida>> [9]

Le industrie del petrolio e dei diamanti non occupano molta manodopera. E non sembrano esserci progetti affidabili, né da parte del governo né da parte dell’opposizione, per la costruzione di un tessuto di piccole e medie imprese che potrebbero ridurre il tasso di disoccupazione che si aggira intorno al 25% [10].
Per lo scrittore e deputato del Mpla João Melo, direttore della rivista Africa 21, <<in mancanza di politiche di rilancio del settore produttivo, soprattutto dell’agricoltura e dell’industria manifatturiera il paese è condannato a mantenere un tasso di disoccupazione molto elevato, e a rimanere (petrolio a parte) un'”economia di importazione”>> [11].

Pur in presenza di investimenti nel sociale la strada da percorrere è tanta per alleviare le sofferenze per quel 70% che vive sotto la soglia di povertà e forse una delega così ampia consegnata allo stesso gruppo dirigente da queste elezioni non crea le condizioni migliori per intraprenderla.

Pasquale Esposito

[1] Il PRS ha ottenuto il 3,14%, l’ND l’1,18%, l’FNLA l’11%, mentre tutti gli altri sono al di sotto dell’uno per cento; la percentuale dei votanti è andata oltre il 74% ed il 90% circa sono risultati voti validi; www.cne.ao/index.cfm;
[2] Augusta Conchiglia, “Angola tsumani elettorale“, 12 settembre 2008, pag. 9
[3] “African cheer”, www.economist.com, 6 settembre 2008
[4] Augusta Conchiglia, idem; <<Il Mpla, accusato dall’opposizione di aver monopolizzato i media e di aver utilizzato fondi statali per la propria campagna, ha capitalizzato al massimo anche gli spostamenti dei civili dovuti alla guerra civile (conclusasi nel 2002) che hanno “annacquato” nella maggior parte dei casi le roccaforti elettorali dell’opposizione. Ma, con tutte le pecche attribuibili al partito di governo, l’opposizione ha dimostrato di non essere un’alternativa credibile>> in Matteo Fagotto, “Angola, nessuna sorpresa alle elezioni”, www.peacereporter.it, 8 settembre 2008;
[5] Cecilia Tosi, “Dimenticare l’Unita”, Leftist, 12 settembre 2008, pagg. 46-47
[6] Augusta Conchiglia, “Dopoguerra e oro nero in Angola”, Le Monde Diplomatique, maggio 2008
[7]” Campaign trail” www.economist.com, 6 agosto 2008
[8] Roberto Bongiorni “Al voto l’Angola del boom petrolifero”, www.ilsole24ore.com, 5 settembre 2008

[9] Giampaolo Visetti, “Il miracolo della tigre d’Africa“, La Repubblica, 28 marzo 2008, pag. 50
[10] Il dato è dell’Università cattolica di Luanda in Augusta Conchiglia “Si muove l’Africa”, Il Manifesto, 5 settembre 2008, pag. 10
[11] Augusta Conchiglia, “Dopoguerra e oro nero in Angola”, Le Monde Diplomatique, maggio 2008

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