Le ex-colonie Angola e Brasile salveranno il Portogallo e i portoghesi?

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<<Il Portogallo non sarà un’altra Grecia>>, è quanto ha sostenuto di recente Olli Rehn commissario europeo per gli Affari economici e finanziari. Sembra più un’affermazione per sostenere gli interventi adottati dai governi su imposizione delle “troika” (Unione Europea, Fondo Monetario Internazionale e Banca Centrale Europea) che un quadro realistico del paese.
Molti comuni lusitani restano a rischio fallimento per i 9 miliardi di euro di debiti. Fernando Ruas, presidente dell’associazione nazionale dei Comuni ha spiegato a Bloomberg che <<se fossimo una società la definiremmo insolvenza>>. Del resto la rivista Spiegel scriveva un paio di mesi addietro che <<per i mercati finanziari c’è ancora il 71 per cento di possibilità che il Portogallo possa fallire nei prossimi cinque anni>> e la stessa rivista ricorda  che diverse aziende europee, tedesche in primis, nonostante il costo del lavoro sia basso, non investono più volgendo i loro interessi ad est (Europa e Asia) [1].
Il Portogallo è in recessione da tempo e buona parte di responsabilità, come in tanti paesi d’Europa, è attribuibile ai pesanti tagli  al bilancio che il governo di centro destra di Pedro Passos Coelho -dopo quello di centro-sinistra – ha approvato e che nel 2011 sono valsi il 7,5%  del Pil.  Quest’ultimo è calato del 3,25% portandosi dietro un tasso di disoccupazione che sfiora  il 15% e supera il 35% tra i giovani. E con il prosieguo dell’anno non andrà che peggio.
La recessione strangola le risorse fino al punto che uno dei simboli più osannati dall’Europa tecnocrati, e cioè la TAV, ha subito un pesante  arresto. Nonostante Bruxelles tenesse al proseguimento dei lavori  la Corte dei Conti portoghese ha annullato il contratto per la tratta di 150 km tra Poceirao e la frontiera con la città spagnola di Badajoz.

Tornando all’affermazione iniziale per cui Lisbona non è Atene si potrebbe sostenere che questo è vero non perché i rischi di fallimento sono tanto diversi o perché la recessione è meno dura o perché la popolazione subisce meno gli effetti della “macelleria” sociale. No, Lisbona è diversa perché potrebbe avere una via d’uscita grazie alle sue ex-colonie. E i portoghesi una terra che gli dia lavoro in Africa o America latina.
Per legami e per interessi Angola e Brasile potrebbero essere un’ancora di salvataggio. È vero che si corre il rischio di essere “colonizzati”, ma a condizioni nemmeno lontanamente immaginabili da quanto accaduto a parti inverse.

Le condizioni economiche delle famiglie lusitane non lasciano scampo. È tempo di migrare. Secondo i dati rilasciati dall’ambasciata brasiliana a Lisbona, il numero di portoghesi con un permesso di lavoro in Brasile è sestuplicato dai 52mila del 2010 ai quasi 329mila 2011. E <<secondo i mezzi di informazioni locali il numero di portoghesi in Angola è più che quadruplicato raggiungendo quota 100mila, quattro volte il numero degli angolani emigrati a Lisbona>> [2]. Se pensiamo che la popolazione lusitana  è di circa 10,5 milioni di abitanti possiamo capire l’entità del flusso migratorio.
Ma il ruolo delle ex-colonie nel “sostegno”  all’economia portoghese lo si registra in ogni settore e in diverse regioni del paese. Il risanamento del bilancio passa anche dalle privatizzazioni, mentre le aziende che sono in difficoltà o necessitano di investimenti fanno ricorso alle floride società dell’ex-colonia.
L’Angola grazie alle sue disponibilità finanziarie è entrata nel mondo bancario prendendo progressivamente il controllo del Bcp (Banco Comercial Português) attraverso la Sonangol, la società petrolifera nazionale. La Santoro Finance, nelle mani della figlia del capo di Stato angolano, detiene il 9,99% del Bpi (Banco Português de Investimento), mentre il Banco BIC Angola ha sfruttato la privatizzazione del Banco Português de Negócios.
Come si diceva c’è di tutto comprese aziende che producono e trasformano vino e olio, il settore petrolifero, le telecomunicazioni e i media [3].
La presenza delle aziende brasiliane in Portogallo, considerato un trampolino per l’Europa, è fortemente sostenuta dalla Banca nazionale brasiliana di sviluppo (Bnds) provando a conquistare quelle società il cementificio Cimpor o Radio e televisão de Portugal (Rtp) che ha molte sedi funzionanti nei paesi africani di lingua portoghese.
A parte questo gioco delle parti resta che a perderci sono sempre coloro che subiscono i grandi poteri.

Pasquale Esposito

[1] “I guai economici del Portogallo”, www.ilpost.it, 22 febbraio 2012
[2] Vito Lops, “Spread vola a 1.600 punti. E il Portogallo chiede aiuto a ex colonie Angola e Brasile”, www.ilsole24ore.com, 15 marzo 2012
[3] Paulo M. Santos, Filipe Luís, Sónia Sapage, “L’Angola si fa strada”, www.presseurope.eu, 2 aprile 2012

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