Quale futuro? Una società con i tempi al femminile. A colloquio con Anna Colaiacovo

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Con Anna Colaiacovo, autrice insieme con Luigi Collevecchio del volume Quale futuro? Una società con i tempi al femminile, abbiamo discusso della loro ricerca, delle informazioni e delle analisi che il testo offre: una riflessione sul ruolo delle donne nelle nostre società partendo dal passato per interrogarsi sul futuro.

Anna Colaiacovo
Anna Colaiacovo

La prima cosa che le chiedo – questa è una nostra prassi consolidata – è di presentarsi ai nostri lettori in modo che possono avere un quadro più chiaro dei suoi interessi e campi di ricerca.
Sono da sempre un’accanita lettrice. Penso sia possibile capire qualcosa di me e dei miei interessi già dai titoli degli ultimi libri che ho letto. Eccoli: D. Kahneman, Pensieri lenti e veloci, Mondadori, Milano 2013; C. Rovelli, Helgoland, Adelphi, Milano 2020; E. Pulcini, Tra cura e giustizia – Le passioni come risorsa sociale, Boringhieri, Milano 2020.
Sto inoltre rileggendo con calma L’Etica di Spinoza. Come si può facilmente notare, la mia passione nei confronti della filosofia, perché di autentica passione si tratta, non mi ha impedito di avvicinarmi alla psicologia sociale, all’economia, alla politica e alla scienza, in particolar modo alle neuroscienze. Ritengo che per comprendere la complessità del mondo in cui viviamo sia necessaria una “cassetta degli attrezzi” molto vasta. Penso anche però che non sia sufficiente cercare di comprendere, è necessario agire nel mondo. Per questo, dieci anni fa, ho fondato con alcuni amici un’associazione di pratica filosofica “Lo Spazio di Sophia” che organizza attività aperte a tutti e per questo, come consulente filosofica di Phronesis (Associazione Italiana per la Consulenza filosofica), mi occupo di consulenza filosofica individuale. É rivolta alle persone che cercano un aiuto di tipo riflessivo, non psicologico né terapeutico, per affrontare questioni problematiche legate alla loro concreta esperienza di vita.

La prima domanda intorno al libro si affida ad una riflessione forse banale. Il testo si muove fra tante discipline con il gusto di correre lungo i confini e i bordi delle singole acquisizioni. La presenza delle donne nella società delle varie epoche ha determinato stereotipi e abitudini mentali. Come è nata la volontà di offrire ai lettori un testo così articolato?
Da una serie di fattori. Qualche anno fa io e Luigi Collevecchio abbiamo presentato, in un caffè filosofico della nostra associazione, Lo Spazio di Sophia, il tema Donne e potere. Luigi mi ha poi proposto di approfondire l’argomento e di scrivere un testo insieme. In quel periodo ero particolarmente concentrata sul tema della natalità. Mi aveva colpito la sua scarsa presenza nella tradizione filosofica e avevo notato che corrispondeva non solo alla scarsa presenza delle donne nella storia della filosofia prima del Novecento, ma anche alla denigrazione e all’occultamento di tutto ciò che è convenzionalmente collegato con la femminilità: emotività, passioni, corpo, legame con la natura. Avevo cominciato quindi a scrivere un testo su questo. Il confronto con Luigi, con le sue conoscenze in campo storico e legislativo, ha ampliato il campo di ricerca. Insieme abbiamo poi deciso di far ruotare tutto il nostro discorso intorno al tema ‘tempo’. Su come gli uomini e le donne vivono il tempo e su come era ed è organizzata la società da questo punto di vista. E ci siamo posti le domande: è possibile modificare questa organizzazione? E perché farlo? Quali vantaggi porterebbe alla collettività?
Anna Colaiacovo Luigi Collevecchio Quale futuroSe si vanno ad analizzare i miti greci – cosa che voi fate in maniera molto chiara e suggestiva – si ritrovano figure femminili che non contengono in sé solo il passato ma anche quello che sarebbe stato il destino delle donne nelle epoche storiche successive. Possiamo affrontare questo passaggio?
Certo. Devo dire che la mitologia mi affascina, dai tempi del liceo. Ho sempre sentito un forte legame tra la psiche e i miti greci, prima ancora di leggere i testi di Jung. Ricordo ancora la domanda che rivolsi a scuola al mio insegnante di greco: perché le dee dell’Olimpo hanno un così grande potere e sono così diverse tra loro negli interessi e nelle attività e, invece, le donne greche sono relegate in casa e non hanno altra funzione se non quella di generare e organizzare la vita familiare? Non ricordo la risposta del professore, ma mi parve banale e non mi convinse, al punto che continuai a cercare una risposta a quella domanda. Al liceo rimasi colpita anche dalle figure femminili protagoniste del teatro greco, che riprende personaggi e temi già presenti nel mito e nella poesia di Omero. Figure come Antigone, Medea, Elettra, Fedra, Cassandra e tante altre ancora. Donne straordinarie che sfidano i sovrani, che si ribellano ai mariti, che praticano la vendetta e che non temono la morte. Donne protagoniste, non suddite, che mettono in scena passioni estreme. Quando cominciai a leggere i libri di Jung e a frequentare amici analisti junghiani, colsi con chiarezza, attraverso l’esame degli archetipi, la relazione tra le figure mitiche femminili e le donne. A quel punto mi posi un’altra domanda: perché le donne greche avevano perso l’effettiva possibilità di sperimentare nella vita quotidiana i vari aspetti della loro psiche? La conoscenza del culto della Grande Dea nell’età preistorica e del depotenziamento del suo ruolo con l’affermazione del modello patriarcale chiarirono ogni mio dubbio. È come se i greci, nella esistenza quotidiana, avessero delimitato lo spazio di vita delle donne per diminuirne il potere e avessero rivolto loro un invito pressante al silenzio, al pudore, alla riservatezza per paura della loro imprevedibilità. La rappresentazione sulla scena teatrale, invece, per di più affidata a uomini, permetteva di scandagliarne l’universo enigmatico senza correre rischi. Del resto, la divinità maschile più vicina alle donne è Dioniso, un dio che fa paura.
Solo la messa in discussione del modello patriarcale, che ha condizionato per secoli la vita delle donne, ha consentito la libera espressione di tutte le potenzialità femminili.

Compiano però il passo più suggestivo che è suggerito nel titolo: quale futuro? Ecco le ripropongo il suo titolo come domanda. Senza allontanarsi troppo dal testo, possiamo davvero sperare in una nuova visione e gestione del tempo suggerita dalla presenza delle donne sulla scena sociale?
Ci vorrà del tempo, ma penso proprio di sì. E accadrà quando le donne avranno rotto il “tetto di cristallo” e, nelle diverse professioni, avranno raggiunto posizioni di vertice. Esiste il rischio che le donne che aspirano al potere inseguano modelli maschili. Proprio per questo è estremamente importante che le bambine e le ragazze di oggi abbiano modelli positivi in tutti i settori, in particolar modo in quelli inaccessibili fino a pochi decenni fa: il campo tecnico-scientifico e quello politico. Se penso ad es. al primo ministro della Nuova Zelanda, Jacinda Ardern, o alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, sento di poter essere ottimista. Inoltre, una diversa gestione del tempo che dia spazio non solo al lavoro, ma anche agli affetti e alla cura delle relazioni gioverebbe certamente anche agli uomini.
Il vostro testo offre anche un’ampia documentazione sulle più importanti novità legislative – italiane e europee – in tema di famiglia, libertà, parità e così via. Secondo il suo punto di vista a che punto siamo?
Sul congedo di paternità, sull’assegno unico per i figli, stiamo finalmente accogliendo le sollecitazioni che giungono dell’Europa, ma c’è ancora molto da fare. Devo dire la verità, non pensavo, nel momento in cui abbiamo cominciato a esaminare i documenti (è un lavoro che ha condotto soprattutto Luigi), che la normativa europea fosse così avanzata. In effetti la parità tra uomini e donne, formalmente riconosciuta con il trattato di Lisbona (2009) è un principio fondamentale del diritto comunitario. Un principio che è stato continuamente ribadito da tanti altri passaggi normativi. In Europa, non tutti lo sanno, esiste un Istituto per l’uguaglianza di genere (EIGE) che raccoglie e analizza i dati sulla parità di genere in tutti gli Stati membri e offre ai politici dell’Unione informazioni e indicazioni concrete sulle decisioni da prendere per colmare il divario. A livello comunitario, i progressi ci sono, ma sono lenti. Per quanto riguarda l’Italia, la condizione delle donne è migliorata dal punto di vista dell’istruzione e della presenza in campo politico, ma sul lavoro (siamo ancora in fondo alla classifica per divario occupazionale) e sul tempo dedicato ai lavori domestici e all’assistenza è ancora molto indietro rispetto ad altri paesi.

Per motivi di spazio e di tempo mi trovo costretto a racchiudere un’ampia riflessione filosofica in pochi e brutali passaggi: l’essere per la morte può davvero trovare una sua alternativa nell’essere nati per iniziare qualcosa? Si possono superare le vicende inumane che sono state una parte decisiva del nostro recente passato?
Non nego l’importanza dell’essere per la morte in senso heideggeriano. È vero che la consapevolezza della propria finitudine, l’anticipazione della fine, è la possibilità più propria dell’esserci: è il precorrimento della morte che apre alle possibilità offerte dalla vita, per sceglierle e non subirle. Quello che non accetto è l’unilateralità di tale posizione. La morte esiste in quanto esiste la nascita, ma su questa i filosofi hanno avuto ben poco da dire. Perché? Perché spostare l’attenzione sulla categoria della natalità implica un cambiamento di prospettiva che pone al centro della scena filosofica il corpo, il femminile, la relazione e, soprattutto, l’apertura al nuovo. Temi che la tradizione filosofica ha ampiamente trascurato per un lunghissimo periodo.
Quanto alla domanda, se si possono superare le vicende inumane del nostro recente passato, rispondo in modo indiretto, partendo da una esperienza personale. Una esperienza che mi ha molto colpito e arricchito. Per due anni ho organizzato, con un amico della mia associazione, incontri di filosofia nel carcere della città di Pescara. I detenuti a cui ci siamo rivolti erano collaboratori di giustizia, isolati dagli altri e con pene pesanti da scontare per delitti terribili. Ho potuto constatare di persona che anche nelle condizioni più disperate si possono aprire nuove possibilità. Si può ri-nascere. Come sostiene il magistrato Elvio Fassone, che ho avuto la fortuna di conoscere, “un uomo non è mai interamente compreso nel gesto che compie, buono o cattivo che esso sia. (…) L’uomo attraversa il tempo mutando sé stesso, non solo nelle sue cellule che si rinnovano ogni giorno, ma nel suo modo di guardare il mondo e sé stesso: e come tale va considerato”. La nascita non avviene una volta per tutte. Ognuno di noi ha avuto esperienze dolorose che hanno segnato la sua vita. Qualcosa muore dentro, ma qualche altra cosa può nascere. Nascere non riguarda semplicemente il venire alla luce, ma assume il significato di una elaborazione continua del senso della propria esistenza, perché l’essere umano non è mai nato del tutto (Zambrano).

Ritornando al tema centrale del testo, in questo momento storico ci ritroviamo alle prese con una pandemia che, anche a proposito dell’ambito della cura, ha visto molte donne abbandonare il proprio lavoro per la necessità di dedicarsi agli altri membri della famiglia. Questo passaggio così duro e doloroso può insegnarci qualcosa?
Ci insegnerà qualcosa soltanto se sapremo fare tesoro di questa pesante esperienza. Se ci avrà reso più consapevoli della fragilità della nostra condizione umana e della nostra dipendenza dalla natura e dagli altri. Se non vogliamo correre il rischio di altre pandemie, e di un cambiamento climatico che si rivelerà irreversibile se non interverremo, dovremo abbandonare, e torniamo di nuovo al mito, quello spirito prometeico che sta portando l’umanità a esiti distruttivi. Essere all’altezza delle sfide del presente significa comprendere fino in fondo l’importanza della relazione e della cura e pensare al futuro del pianeta e delle nuove generazioni. Nel nostro Paese, la pandemia ha fatto esplodere le contraddizioni che già esistevano. Sul lavoro ha colpito soprattutto i giovani e le donne. I giovani perché poco tutelati dal punto di vista contrattuale, le donne perché la difficoltà usuale di conciliare lavoro e famiglia è diventata impossibilità. C’è da sperare che il Recovery fund venga utilizzato per affrontare con decisione questi problemi.
Antonio Fresa

Per saperne di più
Anna ColaiacovoLuigi Collevecchio
Quale futuro? Una società con i tempi al femminile
(Diogene Multimedia Editore), 2020
Pagine 140, Euro 18,00

Elvio Fassone: Da tanto tempo non ho più notizie di me, Diogene Magazine
Elvio Fassone: Fine pena: ora (Sellerio, Palermo 2015)

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