Anne Frank. Vite Parallele

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#AnneFrank. Vite parallele. Questo il titolo del docu film scritto e diretto da Sabina Fedeli e Anna Mingotto. Un documentario come quello su Anne Frank sarebbe stato in ogni caso un evento. Ma ieri, la realtà ha superato ogni previsione.
Gad Lerner, presente in sala in veste di moderatore, ha aperto i lavori con la notizia shock che la senatrice Liliana Segre è stata messa sotto scorta.
Così, tutto d’un tratto, la terribile storia della Shoah si è mischiata con la cronaca.
Liliana Segre oggi è in pericolo perché ha dato voce alla memoria.
È in pericolo perché non vuole dimenticare.
È in pericolo perché ci mette in guardia contro il possibile rigurgito di un orrido passato.
Così, quella che doveva essere la visione di un incubo ormai alle spalle, si è trasformata nel dover prendere amaramente atto che quell’incubo è pericolosamente vicino.
Il passato è oggi.
Si ripresenta attraverso la banalizzazione dell’orrore. Una banalizzazione della memoria, che consente di usare il nome ebreo come insulto, di usare l’immagine della giovane Anne come simbolo per irridere gli avversari.

Ma a ricordarci che cosa è stata la Shoah ieri all’Anteo c’era una delle ultime superstiti di Auschwitz, Arianna Szorenyi, che ormai novantenne ci ha raccontato la sua odissea attraverso i campi di sterminio. Ieri la memoria è tornata alla Risiera di San Sabba, a Fossoli, campi di sterminio del tutto italiani, come testimoniato dalla storiografia più recente.

Ieri, al cinema Anteo, grazie al Film di Sabina Fedeli e Anna Mingotto, abbiamo ritessuto la trama della memoria.
Il film, che ha visto la partecipazione del premio Oscar Helen Mirren, ci ha fatto ripercorrere attraverso immagini di repertorio, la breve vita di Anne Frank, e le vite parallele di Arianna, Sarah, Helga, Andra, Tatiana. Giovani donne inghiottite dalla macchina dell’olocausto, che si sono miracolosamente salvate.
Le due registe con il loro lavoro non si sono limitate a fornirci una fotografia sbiadita di storie del tempo che fu. Grazie alla particolare chiave di lettura adottata, hanno avuto la capacità di calare il materiale raccolto nel presente. Hanno investigato sul significato che l’orrore dei campi ha avuto per i figli e i nipoti di coloro che quell’orrore l’hanno attraversato in prima persona.
Così abbiamo ascoltato la storia di Lorenzo, il giovane nipote che si è fatto tatuare sulla pelle il numero di matricola, impresso sulla carne viva della nonna.
Abbiamo ascoltato la voce di Francesca, affermata violinista internazionale, che consapevole di come i suoi parenti siano stati divorati dalla macchina nazista, ha deciso di recuperare attraverso il suo violino la musica ebraica.
Ci hanno colpito le sue parole:
Theodor W. Adorno afferma che dopo Auschwitz non può più esserci poesia. Sono convinta invece che l’arte possa restituirci la nostra umanità.
Che dire poi della testimonianza di una figlia, che cresce tentando di riempire il vuoto che la tragedia dell’olocausto ha lasciato nella madre? Salvo poi rendersi conto che si tratta di un vuoto incolmabile?
Mentre scorrevano queste testimonianze ecco presentarsi le immagini del processo ad Eichmann a Gerusalemme. Eccolo lì quello che era una delle figure di spicco del Terzo Reich, una figura grigia, meschina, così come è descritta da Hannah Arendt nel suo famoso saggio La banalità del male.
Lei, che si aspettava un titano dell’orrore, vede e capisce che ha di fronte solo un grigio burocrate, desideroso di compiacere il proprio capo, Hitler. Lui che organizzo la macchina dell’olocausto in quelle scene di repertorio appare per quello che è, un omino insignificante, senza grandezza, neanche quella del male.
Chi ha girato quelle scene cerca insistentemente una traccia di ravvedimento in quel volto. Fruga i lineamenti mentre si succedono i testimoni dello scempio dei campi, ma niente. Non c’è l’ombra di un pentimento. C’è solo un grigio burocrate che si difende sostenendo di aver solo eseguiti degli ordini.
Solo eseguito degli ordini!?
E noi che cosa avremmo fatto? Da che parte saremmo stati in quei giorni? Saremmo stati dalla parte degli aguzzini, dei delatori? O saremmo stati dalla parte giusti?
Forse è questa la vera domanda. Perché possiamo affannarci finché vogliamo ad esecrare ciò che di nefando degli uomini hanno compiuto, ma noi?
Noi che cosa avremmo fatto?
Forse è nel non poter rispondere fino in fondo a questa domanda che risiede il vero orrore.
A questo orrore, all’orrore dei campi, le vite parallele raccontate nel film fanno da contrasto per l’umanità che manifestano, per la capacità di non piombare nell’odio.
Il sorriso sul volto di queste sopravvissute, la loro sofferta pacatezza, sono la più grande rivincita contro gli aguzzini.
Come dice una di queste splendide donne
La più grande rivincita è nei figli e nei nipoti che ho avuto. Loro sono il mio marameo nei confronti dei nazisti.

Anne Frank da bambina

Il pregio del film #AnneFrank è di aver rievocato l’orrore con un taglio stilistico nuovo, che sa parlare alle nuove generazioni, rappresentate dalla giovane attrice Martina Gatti. È lei che compie un viaggio simbolico nei luoghi dell’olocausto, registrando impressioni e emozioni in una sorta di diario intimo, che condivide sui social. Il suo è una sorta di pellegrinaggio, che si conclude con l’arrivo alla casa di Anne.
Ma il merito della Fedeli e della Mingotto è anche, e soprattutto, quello di metterci in guardia contro la costruzione dell’altro come nemico, di qualunque altro si tratti.

Gianfranco Falcone – http://viaggi-in-carrozzina.blogautore.espresso.repubblica.it

al cinema l’11, 12 e 13 novembre
#Annefrank. Vite parallele
con la partecipazione straordinaria di
Helen Mirren
un film evento scritto e diretto da Sabina Fedeli e Anna Migotto
Un evento cinematografico prodotto da 3D Produzioni e Nexo Digital in partecipazione con Rai Cinema
in collaborazione con Anne Frank Fonds di Basilea
e il Piccolo Teatro di Milano-Teatro d’Europa
con la colonna sonora di Lele Marchitelli

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