Apocalisse ma anche (s)Ventura

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Dopo la debacle del Santiago Bernabeu contro la Spagna, per il Presidente della FIGC Tavecchio, l’eventualità di un’esclusione della Nazionale italiana dai Mondiali di Russia 2018, equivarrebbe ad una “Apocalisse”. Sempre ammesso che tra 10 mesi i Campionati del Mondo si giochino, considerato il clima di politica internazionale non proprio incoraggiante, scomodare il termine “biblico” appunto in questo contesto molto più serio e delicato è quanto meno inopportuno. Poi ci si ricorda subito di altre, “delicate” e sconvenienti uscite dell’attempato e forse un po’ troppo “bucolico” Presidente, e allora tutto rientra in una rigida ma al tempo stesso bonaria “normalità”.

Restando ora sul giochino lessicale del termine Apocalisse però, dal greco apòkalýptō, ovvero “togliere un velo”, “rilevare”, si presentano evidenze di un calcio, quello propriamente italiano che, dopo la cura-Conte, sembra essere di nuovo scivolato sul fondo in antichi dirupi, spintovi non tanto dall’inerzia di manifesti limiti tecnici, bensì più che altro dal ritorno arrogante ad approcci un po’ troppo molli, rilassati, insomma di un appartenenza alla nazionale vissuta dai protagonisti nuovamente come peso insostenibile e interpretata con entusiasmo, diciamo, “ministeriale”…

La sensazione, dunque la critica, nasce dal fatto che, comunque, giocatori di un certo spessore pare ci siano; ormai tutti più o meno avvezzi al grande consesso internazionale e con esperienze maturate in età sempre meno tarda. Piuttosto è la testa a scomparire e, con lei, la gamba. Non ci si aspettava la vittoria, considerata la sostanziale differenza, tuttavia la partita di Madrid è stata certamente deludente. Un mix dove, allo schieramento “ottimistico” e decisamente open di Ventura, ha fatto da scorta senz’altro un cast di attori contraddistinti da una morbida e imbarazzante presenza in campo. La Nazionale, ahi noi, non è il Bari, o il Pisa; la Spagna, invece, è come non mai sempre lei: la più forte in assoluto, e come tale andava affrontata. Il mondo che ruota intorno alle “furie rosse”, in questi anni, è stato in grado di rinnovare le squadre nella classe, nella tecnica, nell’agonismo, facendole restare però saldamente al vertice del calcio internazionale, anche e soprattutto a livello di club. La partita invece ha dimostrato che i nostri hanno poco affiatamento non solo tra di loro, ma anche con l’umiltà.

I calciatori italiani, nonostante il settore giovanile in generale sembri in netta ripresa (in questo senso il lavoro della FIGC è stato senz’altro egregio), sembrano frenati dunque principalmente da un limite di tipo caratteriale. In questa fase poi, venendo sempre meno lo storico murale composto dal leggendario “blocco” juventino, le demarcazioni sembrano evidenziarsi maggiormente. A questo livello di professionismo, unico tra tutti gli ambiti, non solo di sport, per completezza psico-fisica, un approccio mentale saldo è fondamentale, le distrazioni, la boria, l’immodesti sono invece “mortali”. Allora appare evidente che una maggiore modestia, un più ampio spirito di sacrificio, uno sviluppato senso di appartenenza, siano assolutamente determinanti, oltre che necessari, per fare bene e restare in un ambito puramente sportivo anche della sconfitta. Tornando su Antonio Conte, anche se i paragoni sono sempre fastidiosi, occorre dire che il “velo” mentale e comportamentale, sotto la guida del tecnico salentino era stato per lo più eliminato. Il ruolo di un allenatore, infatti, non dovrebbe essere tanto orientato allo sviluppo della tattica, quanto al lavorio psicologico continuo sull’orgoglio e la personalità del “bambino” che deve accudire e far crescere. Ovvero portare il giocatore ad avere quella voglia enorme di stupirlo in cambio di un laconico “hai fatto solo il tuo dovere”. Ecco, quando si arriva a questo binomio stimolo-conseguenza, si raggiunge lo sforzo massimo.

Poi c’è la parte mediatica. Anche qui gli “eroici azzurri” sembrano essere più avanti dei loro colleghi o, meglio, più “indietro”, dal momento che, generalizzando, sembrano non comprendere o non conoscere, l’entità di un filtro, mancando completamente di capacità critica. Sembrano assorbire passivamente ogni pressione; ogni spiffero diventa una eco profonda e disperata. In alcuni ambienti più che in altri, basti pensare alle famigerate “Radio Romane”. Si arriva forse al paradosso di “pensare troppo” al giudizio, in un continuo andirivieni di esaltazione e depressione. Non si sa per quale motivo, tuttavia si nota, alcuni calciatori sembrano devastati, condizionati da un inguaribile distrazione esogena al “campo”.
Insomma, non sarà l’Apocalisse, tuttavia l’imminente, inevitabile spareggio per andare ai Mondiali, appare vitale per riconsegnare un po’ di credibilità al “movimento”; questo anche per dare speranza a chi vorrebbe trascorrere l’estate a guardare le partite in TV, evitandosi volentieri la scontata logica di altri orrendi spettacoli.
Cristiano Roccheggiani

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