Apple, in cima al capitalismo digitale

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Con beneficio d’inventario mediatico, si acclara che Apple, la società più quotata tra le imprese tecnologiche del mondo, ha raggiunto la meta dei 1.000 miliardi di dollari di valore in Borsa. Fatturato finanziario che raggiunge un record storico; infatti, nei tre trimestri 2018 di crescita “indifferenti” ai dazi trumpiani (ricordiamo che in Cina – con manodopera a basso costo – l’Apple produce gran parte dei suoi prodotti), l’azienda californiana di Cupertino di sistemi operativi, computer e dispositivi multimediali incrementa i profitti del 32% comparati al secondo trimestre del 2017, passando così dagli 8,5 miliardi agli oltre 11 miliardi.

Tali indici finanziari sono auspici positivi dei rapporti tra grandezze economiche, patrimoniali e finanziarie contenute nello stato patrimoniale e nel conto economico riclassificati alla luce del record stabilito.

Gli analisti s’affannano nel cercare di capire la situazione nella quale l’impresa si troverà nell’immediato futuro ad operare, prefissando degli obiettivi di ulteriori successi verso i quali condurla ed individuando le azioni da intraprendere per raggiungerli. La bolla tecnologica non è scoppiata come Wall Street temeva, alla luce dei risultati disastrosi di Facebook, Twitter e Netflix e contenuti di Google. L’andamento delle società hi-tech statunitensi viene in parte riconvertito scongiurando l’esplosione della cosiddetta «bolla» delle imprese della net-economy, ma non si può affermare che il successo della «mela morsicata californiana» sia per il settore l’antidoto definitivo alla battuta d’arresto in corso delle «Big» della rete.

Perché la questione di fondo è proprio questa: la perdita o i guadagni dei valori azionari aziendali, sul lungo periodo, sono il riflesso fedele di quanto le società hi-tech riescano o meno ad «innovare i prodotti», come sempre accade all’interno delle logiche profittevoli del «mercato» capitalista globale di beni e servizi, impattando commercialmente con essi in modo positivo o, viceversa, implodendo. Anche la Apple e le consorelle della net-economy non possono sfuggire a questa logica mercantile planetaria; come lucidamente detto su il manifesto del 2.07.2018 (Benedetto Vecchi), è “il capitalismo delle piattaforme ad essere in affanno” rispetto alla competition tra nuovi prodotti tipici di un ambiente industriale ed economico più che finanziario che, forse, per la prima volta, avverte la tipica ansia della saturazione sovrapproduttiva; nonostante l’Apple “sviluppi app, gradite ai millennials europei e statunitensi, cioè il segmento di mercato che spende tanto per acquistare gadget tecnologici”, nonostante, in definitiva, il monopolio della “dipendenza” cognitiva ed affettivo-relazionale, nonostante la potenza oligarchica planetaria e di cassa che l’azienda leader del capitalismo digitale pericolosamente detiene.
Giovanni Dursi

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