Appunti di un discorso sulla Sanità in Campania

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Ci conosciamo da tanto tempo, oltre trent’anni. Siamo un gruppo di amici dai tempi del Liceo Scientifico, terminato nel lontano 1988. Mia madre, in considerazione della scarsa applicazione scolastica dell’intero gruppuscolo, ci definiva “la compagnia malvagia e scempia”. Probabilmente, questo gruppo di amici costituisce il punto fermo più costante degli ultimi trentacinque anni della mia esistenza, eccetto i miei figli (giunti molto dopo). Infatti, facciamo insieme le feste comandate, quasi sempre, sostituendo anche, parzialmente, le famiglie di origine. Il nostro trascorrere il tempo insieme, non più fatto di quotidianità ma di eccezionalità, richiede un ritorno ad una età oscillante tra i 14 ed i 18 anni; facciamo discorsi usando nomi e soprannomi che comprendiamo solo noi, anche perché ormai abbiamo una certa età, ricorrendo alla clemenza dei presenti, soprattutto delle nostre compagne.

Fondamentalmente, parliamo di “cazzate” in forma adolescenziale; la disquisizione sul cambio di allenatore del Napoli nelle nostre chat potrebbe durare anche per settimane. Non sto qui a raccontare il dibattito che può innescarsi nel momento in cui parliamo di persona di questo tema così centrale per l’umanità.
Siamo, io penso, una grande valvola di sicurezza l’un per l’altro che ci consente di allontanarci per qualche ora dagli impegni che ciascuno di noi, che dovrebbe essere un adulto senziente, ha assunto nel corso degli anni. Peraltro, il Natale ci ha consentito un mini meeting quasi casuale tra compagni di classe del Liceo veramente molto piacevole ed emozionante.

Insomma, dicevo, parliamo di “cazzate” fondamentalmente. Invece, nel corso della vacanza ischitana di fine anno ci siamo imbattuti in un discorso serio ed ho capito alcune cose sul funzionamento della macchina della sanità della Regione Campania che non conoscevo affatto.
Il mio amico e la moglie fanno due mestieri che mi sembrano fondamentali ed essenziali per il funzionamento di una società come la nostra e per il benessere personale degli individui: lui fa lo psicomotricista infantile, occupandosi con affetto e dedizione dei bambini che presentano particolari patologie; lei è fisioterapista, mestiere sempre più necessario alla saluta individuale e familiare in una società che invecchia come la nostra.
In particolare, conosco molto bene la storia di lui, Ciccio. Uno dei più noti sfaticati e pigri di Portici ha trovato nella cura dei bambini una vera vocazione; penso che sia davvero portato all’interazione con i bimbi. Quando lo vedo giocare con sua e mia figlia riesco a cogliere la capacità di coinvolgimento pieno dei piccoli nel suo agire, spesso rivolto alla scoperta di elementi naturali e ad azioni in maniera ludica.

Ebbene, due professionalità così essenziali, che lavorano presso diversi centri di riabilitazione convenzionati con la Regione Campania, uno nella città di Napoli l’altro in provincia, guadagnano per le attività che svolgono 10 euro l’ora. Ho capito, quindi, che c’è una stabilità nel lavorare presso un centro convenzionato ma anche una dissipazione del proprio valore che ha dell’incredibile: prestazioni che per il centro possono valere anche 70/80 euro l’ora sono pagate al singolo operatore solo 10 euro l’ora. Ovviamente, se non lavori presso un centro lo spazio di libero mercato è praticamente inesistente anche in ragione della necessità di dotarsi di macchinari costosi e convenzionarsi con le amministrazioni pubbliche.

È giusto premettere che rispetto alle epoche precedenti la Sanità della Regione Campania nel corso degli ultimi quattro anni anni è divenuto un tema centrale dell’agire amministrativo; Napoli è piena di manifesti che annunciano la fine del commissariamento del sistema sanitario regionale, risultato che attesta un notevole miglioramento degli standard dei servizi per l’intero territorio della regione e che consente di investire per l’assunzione di ulteriore personale medico e paramedico. È doveroso aggiungere che questo positivo risultato non vuol dire che i servizi in Campania abbiano raggiunto i livelli che dovrebbero caratterizzare una società evoluta ed equa ma che il cambio di rotta è stato davvero totale rispetto a quanto proposto dalla precedente sciagurata amministrazione che aveva provato a conseguire obiettivi di bilancio chiudendo presidi sanitari territoriali; l’attuale amministrazione ha riaperto tutti i pronti soccorso territoriali chiusi aggiungendone altri, riattivando l’Ospedale del mare che rischiava di divenire l’ennesima opera pubblica incompiuta, peraltro, insistente in un’area di forte disagio urbano.

Dato atto di quanto meritoriamente fatto in questi anni, a partire dalla storia dei miei due amici, perché non ripensare completamente il sistema sanitario regionale evitando che il potere di intermediazione dei grandi centri convenzionati tolga tutto questo valore alle prestazioni svolte dai singoli professionisti?
Non voglio proporre stupidaggini in salsa grillina che prevedano salti nel buio sul modello ILVA o Autostrade ma ad esempio si potrebbe prendere in considerazione l’idea di imporre ai centri convenzionati con il sistema sanitario delle tariffe minime molto più alte per la prestazione del professionista. Dopodiché si vada nei centri a controllare l’effettivo percepimento da parte del professionista di una retribuzione più equa rispetto a quella percepita oggi.

L’alternativa è costituita dall’abbassamento del valore della prestazione in favore del centro stesso, con un minor costo per la collettività. Mi sembra che il sistema strutturato così come è oggi, consenta ingiusti guadagni a chi gestisce uno o più centri, conseguiti anche attraverso la sottovalutazione del lavoro dei professionisti, elemento centrale in questo tipo di lavoro, ad esempio assolutamente insostituibile dalle macchine in quanto strettamente connesso alla psiche ed alla fisiologia dei singoli pazienti, e la sopravvalutazione del rimborso pubblico associato.
Il guadagno eccessivo dei pochi imprenditori del settore costituisce una enorme dissipazione di valore per l’intera collettività, inducendo i più giovani, ambiziosi e performanti operatori a trasferirsi altrove per ottenere condizioni di lavoro e remunerazioni più dignitose.
Quanto ci perde la Regione Campania seguendo queste prassi?
Non parlo di Regione in quanto amministrazione ma in senso comunitario; sento parlare costantemente di azioni volte ad evitare la fuga di cervelli e professionalità formatesi al Sud verso altre regioni o stati, forse basterebbe una più equa suddivisione delle spettanze per evitarle, almeno in questo comparto; forse basterebbe praticare condizioni di lavoro più decenti per gli operatori prevedendo un moltiplicatore massimo tra somma percepita dal professionista e valore complessivo della prestazione rimborsata dal sistema sanitario nazionale. Insomma, mi sembra che la mancata redistribuzione del valore costituisca un vulnus insostenibile; facciamo diventare straricchi pochi imprenditori a scapito di un’intera comunità e di professionisti decisivi per il benessere dei nostri giovani ed anziani.
D’altronde la Regione Campania, stavolta parlo di amministrazione, ha conseguito i lodevoli risultati di cui parlavo poc’anzi anche attraverso l’esercizio di controlli più rigidi ad esempio sulla assurda ed evidentemente truffaldina frequenza dei parti cesarei nella propria area di competenza; fino ad un paio di anni fa il numero di parti cesarei nelle strutture della sanità campana era assolutamente spropositato rispetto alla media nazionale, adesso, invece, la percentuale di parti cesarei è ricondotta nella media nazionale. Tale fenomeno era connesso alla remunerazione dei rimborsi associati all’evento parto cesareo che consentiva alle cliniche di conseguire fortissimi guadagni essendo equiparato ad un intervento e non alla nascita naturale di un bambino. Una pratica che getta un’ombra davvero inquietante sulla classe medica e che assocerei ai falsi incidenti, debellata attraverso una puntuale azione di controllo. Perché non fare altrettanto evitando la perdita di valore per la comunità anche nella verifica dei corrispettivi concessi ai professionisti impiegati nei centri di riabilitazione convenzionati? Perché non consentire condizioni di lavoro più giuste ed una remunerazione più equa ai miei due amici ed a tutti i loro colleghi?
Comunque volevo rassicurarvi; immediatamente dopo abbiamo ripreso a parlare esclusivamente di cazzate.
Vittorio Fresa

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