Appunti di Storia in un dialogo con Matteo Banzola

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Storia maestra di vita? Non sembra che facciamo tesoro degli errori ed orrori che abbiamo commesso e continuiamo a commettere. La Storia e il suo insegnamento dovrebbe essere un caposaldo della formazione culturale di un paese. Il nostro interlocutore per ragionare di Storia e di storie è Matteo Banzola che lavora come storico con l’Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea di Ravenna e Provincia, col Centro Studi di Storia del Lavoro di Imola e con l’ANPI. Di seguito l’intervista.

Ritiene che sia valido l’adagio “Storia maestra di vita”?
La mia risposta potrebbe sorprendere, ma è: “no”. Se gli uomini imparassero dalla storia non ci troveremmo in una situazione così grave, non solo per quanto riguarda il nostro Paese, ma in generale.
Dobbiamo dedurne che fare il mestiere di storico è inutile?
Al contrario. Proprio perché le persone tendono a dimenticare ciò che è successo, gli storici hanno un ruolo importante. In questo senso non li vedo, e non mi considero, custodi del passato, ma come qualcuno che, proprio perché ha acquisito una certa conoscenza del passato, può e deve dare l’allarme in determinate circostanze.
Come mai ha deciso di diventare uno storico?
Per fare lo storico occorrono almeno tre predisposizioni: curiosità, pazienza, voglia di vivere. Lo sono diventato quasi per caso in realtà, ma quando ascoltai le prime lezioni scoprii un modo di fare storia lontanissimo da quello che avevo conosciuto alle scuole superiori e infinitamente più affascinante. Non più battaglie, dinastie, trattati… ma l’uomo: come vive, come lavora, cosa mangia, cosa teme, come ama… allora scoprii di avere anche, senza esserne consapevole, le predisposizioni a cui ho accennato. La mia non è stata una scelta dettata da motivazioni forti già presenti (la fede religiosa o ideologica, ad esempio), sono arrivate dopo. La molla è stata la curiosità e il desiderio di conoscere.
Lei ha un blog. Perché ha deciso di aprirlo?
Il motivo di fondo riguarda una mia esigenza: la curiosità mi porta a frugare contemporaneamente in un mare di libri. Parto dal desiderio di approfondire un argomento, ma poi, senza accorgermene, mi accorgo di essere finito lontanissimo. Rischio di perdermi. In questo il blog mi aiuta a “stare in riga” almeno un po’: l’obiettivo di recensire tre, quattro libri al mese mi tiene con i piedi per terra. In più, mi permette di sperimentare, che è essenziale per me.
Cosa intende per sperimentare?
Aprire un blog significa esporsi. Esporre le proprie idee al pubblico. Ma è un pubblico che non vedo e che conosco in minima parte. Può farne parte uno specialista molto più informato di me, ma anche, che so, un idraulico o una barista che leggono libri di storia, ma che non sono storici e non possiedono i ferri del mestiere. Per questo motivo il linguaggio che uso nel blog è molto semplificato rispetto a quello che adopero quando scrivo un saggio o un libro. E penso che sia un bene.
Sta dicendo che il linguaggio della storia “ufficiale” è troppo poco comprensibile per il pubblico medio?
Se apriamo un libro scritto da storici inglese, per esempio, ci troviamo di fronte magari a un grosso tomo di parecchie centinaia di pagine, ma quasi sempre troviamo un linguaggio semplice, affabile. Lo storico ci accompagna, per così dire. Questo vale in buona parte anche per la storiografia di altri paesi, per noi, in Italia, molto meno. Paradossalmente abbiamo un altissimo livello di specializzazione e, contemporaneamente, la presenza massiccia di libri di storia scritti da giornalisti e altri che non sono storici, che non lo sono nel senso che non possiedono, e di conseguenza non usano, gli strumenti metodologici degli storici. I documenti (quando vengono letti) regalano risposte soltanto se interrogati adeguatamente. Mettere in fila i fatti non è sufficiente, non è storia. Lo storico si pone l’obiettivo di capire come e perché i fatti si collegano tra loro, cioè di “interpretare” ciò che è avvenuto. Si discute da molto tempo se la storia debba essere raccontata o interpretata. Propendo per la seconda ipotesi, anche se penso che narrazione e interpretazione possano convivere. Se gli storici facessero questo, colmerebbero quel vuoto tra specializzazione e divulgazione non scientifica che ho indicato. E, penso, farebbero bene a farlo.
È questo ciò che intende fare col suo blog?
Assolutamente no. Leggevo tempo fa che il tempo di permanenza su un blog raramente supera il minuto. Sarebbe davvero ingenuo pensare una cosa simile. Per fare ricerca occorre tempo – spesso molto tempo. Lo scopo principale del blog è un altro. Leggere – qualunque cosa – deve essere un piacere. Si legge per molti motivi, ma il primo è che ci piace. Ancora oggi la storia intimorisce – “e se non capisco?”. È un timore infondato e, fondamentalmente, che non ha senso: se ti incuriosisce, se ti piace leggere fallo, la comprensione viene dopo, ma arriverà. E a quel punto si scopre di avere “sete” di conoscere: la curiosità supera e accantona l’aneddoto e diventa più esigente. Quando lo storico riesce a innescare questo processo nella mente del lettore, ha fatto un buon lavoro. Poi spetta al lettore mettersi in gioco. Da questo punto di vista il blog può aiutare chi vuole approfondire: sentirsi accompagnati è rassicurante. Ed è per questo che nel blog non si trovano stroncature, esistono altri spazi per le polemiche: recensisco libri o indico cose e progetti che ritengo possano piacere.
Come incide internet sul lavoro degli storici? Lo ha cambiato? E se sì, in che modo?
Personalmente penso che internet sia una enorme risorsa per gli storici. Abbiamo a disposizione biblioteche digitali enormi (nel blog c’è una pagina a loro dedicata). Questo significa avere accesso a libri che prima erano quasi irraggiungibili. Non solo libri: lettere, immagini, stampe, carte geografiche, video… una quantità praticamente sterminata di cose, anche per un blog come il mio incentrato quasi esclusivamente sulla storia contemporanea. È un’arma a doppio taglio: di fronte a questa disponibilità di materiale, inimmaginabile fino a poco tempo fa, lo storico di professione esulta perché sa orientarsi; viceversa il lettore può spaventarsi, annegare in questa marea o incappare in documentazione discutibile.
C’è un altro aspetto. La digitalizzazione di libri e immagini è un servizio prezioso, ma la grandissima parte della documentazione archivistica deve continuare ad essere custodita negli archivi. Prima dell’avvento della macchina da scrivere i documenti venivano scritti a mano. Di qui l’uso frequentissimo e indispensabile di molte abbreviazioni. Acquisire dimestichezza con questi documenti richiede tempo ed è un’esperienza che, nella gran parte dei casi, su internet non si può formare perché i manoscritti non sono leggibili chiaramente. Inoltre anche la qualità della carta – indipendentemente da ciò che vi è scritto sopra – è un documento ricco di informazioni indirette e perciò prezioso per lo storico. Da questo punto di vista internet si rivela inutile.
Per questi e altri motivi che sarebbe troppo lungo elencare, ritengo che alla digitalizzazione di libri, riviste, giornali, stampe, mappe ecc. debbano essere indirizzate risorse, ma internet non può assolutamente sostituire la funzione degli archivi i quali, invece, debbono essere messi in grado di funzionare al meglio
Tornando alla domanda iniziale. Per far crescere la consapevolezza dell’importanza della Storia per il nostro futuro cosa suggerirebbe per la scuola: un maggior numero di ore, metodi e approcci diversi, visite nei luoghi del nostro passato…? E se dovesse suggerire una lettura che aiuti ad accrescere la consapevolezza di cui parlavo magari prima cosa sceglierebbe e perché?
Non soltanto un maggior numero di ore. La mole di conoscenze richiesta agli storici è talmente vasta che questi non solo si sono specializzati su determinati argomenti o periodi, ma tendono sempre più a lavorare in gruppo. Chiedere a un docente unico di partire dalla preistoria ed arrivare ai giorni nostri con un paio d’ore alla settimana è un non senso. Servirebbero più ore e anche più insegnanti – storia antica, medievale, moderna, contemporanea. Ma vedendo i tagli continui alla scuola, siamo nell’ambito dei sogni…
Riguardo ai metodi innovativi, come ho accennato prima, internet offre un’infinità di cose. Si può ragionare di storia partendo da qualsiasi cosa: il quotidiano di ieri, che oggi usiamo per incartare qualcosa, se messo in un cassetto e ritrovato tra 50, 70, cento anni è diventato un documento. La storia la si può studiare partendo da un poster pubblicitario, dalla pianta di una città, da un’inchiesta su una malattia, da un vestito, da un banchetto… i modi potrebbero essere moltissimi. In questo senso internet potrebbe davvero rappresentare una risorsa inestimabile.
Le visite nei luoghi le raccomando, certamente. Ma anche a musei, biblioteche e archivi, veri e propri mondi che purtroppo spesso non si vedono riconosciuto il loro valore quanto meriterebbero. Investire in cultura sembra a molti uno spreco di risorse. Non è così, investire in cultura significa investire sulla civiltà, e crescere ragazzi che diventeranno cittadini consapevoli direi che – come recita uno spot – davvero non ha prezzo.
Mi chiede una lettura significativa… beh, su www.lostoricodelladomenica.com il lettore ne trova molte.

Pasquale Esposito

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