Appunti su una democrazia capovolta

parlamento camera dei deputati
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La cronaca dell’oggi ci riporta al giuramento e al discorso del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: il suo intervento è durato 38 minuti con l’interruzione di 53 applausi. Il tutto a sette anni esatti dal giuramento del 3 febbraio del 2015 con cui Mattarella iniziò il suo incarico. Da quel giorno tante sono le cose cambiate e tante ancora da cambiare, come egli stesso ha sottolineato nelle sue parole, con particolare riferimento al tema della giustizia, a quello delle diseguaglianze sociali e territoriali e al destino dei giovani.

Il richiamo alla dignità e alla responsabilità, anche in relazione alla necessità di uscire dall’emergenza, indicano un cammino e uno stile che ben rappresentano le qualità del presidente che sono state sempre apprezzate dagli italiani.

In effetti potrebbe sembrare che tutto si muova come un meccanismo preciso e confortante. In realtà, non poche sono le riflessioni da fare oltre la stretta misura dell’immediatezza.

La cronaca e l’analisi dei fatti che hanno portato a mantenere Sergio Mattarella e Mario Draghi nei rispettivi ruoli ci dice che intorno a questi perni centrali dell’assetto democratico e repubblicano sono cambiate tante cose.

Il cambiamento, nell’apparente stabilità, è uno degli effetti più paradossali delle attività dei partiti e dei grandi elettori ed è fra quelli che ha maggiormente sconcertato l’opinione pubblica.

La strana sensazione di trovarsi a cospetto di un lavorio che in realtà, non solo non produce niente, ma è poi costretto a ritornare continuamente sui propri passi, ha generato molte perplessità. 

Come in altri contesti e momenti, l’opinione pubblica sembra aver condiviso e apprezzato il risultato raggiunto, mentre è apparsa particolarmente scossa e perplessa dalle modalità con le quali esso è stato perseguito.

Chi ha avuto modo, ad esempio, di seguire qualche programma radiofonico, ha potuto raccogliere voci che essenzialmente si dichiaravano stupite dalle notizie che provenivano dalle cronache parlamentari. 

Una diffidenza ormai radicata nei confronti delle forze politiche sembra – almeno per il momento, e dati i personaggi in questione – non toccare le alte cariche dello Stato. Se è concesso rilanciare attraverso un altro paradosso, sembra che, pur essendosi vissuto uno dei momenti più importanti della vita di una democrazia parlamentare come la nostra, siano gli eletti a garantire per gli elettori. 

Si vuole, in altri termini, dire che molti cittadini hanno avuto l’impressione che i partiti non avessero altra soluzione che quella di confermare quelle figure che, per prestigio, storia personale e capacità mostrate, sono in grado di garantirli agli occhi dell’opinione pubblica.

Continuando con la volontà di forzare – e non poco – il discorso per mettere in evidenza le contraddizioni emerse, l’enfasi porterebbe a dire di una democrazia capovolta – e quindi tutta da ripensare – in cui le figure apicali dialogano direttamente con il popolo e obbligano i rappresentanti ad allinearsi alle aspettative dal basso. 

Possiamo pensare ad un populismo camuffato e mimetizzato nella inanità della rappresentanza? Nel mentre plaudiamo alla continuità dobbiamo avere delle preoccupazioni? Oggi, con Mattarella e Draghi questo percorso ci è sembrato opportuno. In altri momenti della storia, il risultato non è stato così positivo.

Questa appare semplicemente essere una prima e, per certi versi, grossolana riflessione che dovrà poi essere ben altrimenti allargata.

Antonio Fresa

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