Appunti sulla bolla speculativa in Cina

Cina cucina
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Quando si parla dell’economia cinese le quantità non hanno paragoni se non con quelle statunitensi. E agli Usa si potrebbe pensare, per estensione e rilevanza, quando si prova a rintracciare un quadro simile per la bolla speculativa che è esplosa in questi giorni. Infatti potrebbe somigliare a quella patita dal mercato azionario Nasdaq tra il 1998 e il 2000 quando, molte aziende, per solo fatto che si occupassero di attività relative al web vedevano crescere le loro capitalizzazioni, senza avere nemmeno l’ombra di un centesimo di profitto, sopravanzando così decine di aziende ben più solide e con un mercato anche florido. Qualcuno ha fatto riferimento anche alla crisi del ’29 che poi si portò dietro il collasso dell’economia americana e mondiale.

Fino al 12 giugno scorso, in un anno, la borsa di Shanghai aveva più che raddoppiato la propria capitalizzazione e nelle tre settimane successive al rialzo aveva perso il 32% del suo valore. Durante la grande crescita una delle tante aziende con rialzi strabilianti è stata la Beijing Baofeng Technology, una società di video online i cui titoli azionari sono aumentati del 4.200% nei tre mesi successivi alla collocazione, crescendo del 10% quasi ogni giorno, il massimo consentito dalle norme, per più di 30 giorni [1].

La particolarità rispetto al mercato americano è che questa folle corsa all’acquisto di azioni, nel tentativo di assicurarsi guadagni impensabili, «ha visto come protagonisti centinaia di milioni di piccoli risparmiatori. Molti dei quali non hanno esitato a speculare a debito, facendosi prestare soldi dalle banche alle quali offrivano come garanzia gli stessi titoli acquistati» [2]. Se l’85% delle transazioni sono di piccoli e medi risparmiatori è possibile che si possa generare una crisi molto profonda e, visti i legami finanziari ed economici della Cina con il resto del mondo, estesa geograficamente. Perdere i propri risparmi significa dover contrarre i consumi e quindi addio crescita cinese con il rischio di tagli alle importazioni e rimbalzi anche sul resto del mondo.
È vero che uno dei motivi che hanno portato a questa bolla va da ricercarsi nello stesso governo cinese che per volendo frenare l’eccessivo debito privato ha incoraggiato il finanziamento delle imprese in Borsa e così «hanno contribuito a gonfiarla l’abbassamento dei tassi di interesse e il taglio delle imposte di bollo sulle transazioni, nonché la riduzione dei controlli sulla circolazione dei capitali […]. La grande espansione del “credito facile” e l’assenza di convincenti alternative di investimento hanno finito a loro volta per far correre Shanghai» [3].

La vastità del problema ha generato una altrettanto strabiliante reazione delle autorità di borsa e dell’esecutivo cinese che da una parte ha immesso un’enorme dose di liquidità attraverso la People’s Bank of China  assicurando denaro per le banche che hanno concesso crediti ai loro clienti, ha ritoccato di 25 punti base i tassi di prestito portandoli al 4,85%, ha deciso un taglio di alcuni requisiti per le riserve obbligatorie delle banche e dall’altra ha imposto alle società statali di acquistare titoli per supportare i prezzi delle azioni. Inoltre tra le altre, sono state prese misure volte a impedire nuove attività finanziarie come il blocco delle Ipo e quelle delle vendite dei titoli in mano a manager e a soci che detengono più del 5% delle quote. E per il futuro è stato costituito – da parte dei 21 broker principali del Paese – un fondo da 120 miliardi di yuan per stabilizzare il mercato con la regola di non vendere titoli fino a quando l’indice di Shanghai sarà inferiore a quota 4.500.
E poi, come da tradizione nella politica interna cinese, si stanno cercando i colpevoli per una dura punizione. È stata avviata un’inchiesta sulle vendite “criminali” e il vice ministro per la pubblica sicurezza ha già condotto un’ispezione alla Chine Securities Regulatory Commission.

Misure repressive e pacchetti finanziari non è detto che arresteranno la volatilità dei mercati e quindi metteranno al sicuro la stabilità del sistema. «Dietro il crollo di mercoledì ci sono la debolezza di centinaia di milioni di speculatori improvvisati, ma pure migliaia di fabbriche tecnologicamente superate, costi del lavoro che esplodono, consumi interni che non decollano, multinazionali straniere in fuga, export in crisi e crescita del Pil infrenata sotto il 7%» [4].
Se poi guardiamo fuori dalla Cina scopriamo come ha spiegato il premio Nobel per l’economia Michael Spence, che questa crisi avviene in un momento particolare, in cui Pechino sta avviando un nuovo modello di crescita basato sui consumi interni, visto che l’export, causa aumento del costo del lavoro, non traina più. In più, la strategia finanziaria per una migliore collocazione dello yuan ha portato alla creazione della Asian Infrastructure Investiment Bank dopo la creazione anche della New Development Bank insieme ai Paesi Bric. E contro queste banche e quindi in opposizione a questa strategia gli Stati Uniti stanno alzando barriere. «L’amministrazione Obama ha mandato chiari segni ai partner occidentali di nn associarsi a nessuna di queste istituzioni. […] Anche la spinta per accelerare l’approvazione del Trattato di libero scambio trans-pacifico (Tpp) che comprende diversi paesi dell’area (Malesia, Singapore) ha il senso di contenere la potenza cinese, oltre che russa. Tutto questo non avvantaggia l’economia di Pechino che sente l’isolamento. Anche gli sforzi per rendere  lo yuan una valuta internazionale di riferimento e pienamente convertibile, sono frustrati dall’opposizione americana» [5].
Pasquale Esposito

[1] David Barboza, “China’s Incendiary Market Is Fanned by Borrowers and Manipulation”, www.nytimes.com, 12 luglio 2015
[2] Federico Rampini, “Il crac di Shanghai 2.500 miliardi. La Cina rallenta e spaventa il mondo”, la Repubblica, 9 luglio 2015 pag. 12
[3] Enrico Marro, “La Cina sta implodendo? E l’Italia cosa rischia? Sette domande e risposte sulla bolla orientale”,  www.ilsole24ore.com
[4] Giampaolo Visetti, “Pechino frena il crollo di borsa più liquidità, lotta agli speculatori”, la Repubblica
[5] Eugenio Occorsio, intervista a Michael Spence, Nobel per l’Economia, la Repubblica, 9 luglio 2015 pag. 13

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