Aprire e chiudere dighe. Intervista a Claudia Provenzano

Claudia Provenzano

, è una intellettuale milanese, autrice di romanzi e di un recente saggio Il teatro interno. Modelli psicologici e strumenti pratici per la conoscenza di sé [1].

Claudia Provenzano Il teatro internoPersonalità poliedrica, onnivora cultrice dedita, per lo più a livello scientifico o professionale, ad attività di ricerca con interesse e passione costanti. Errante, per l'accesa curiosità e caratterizzante laboriosità culturale che la inducono ad un lungo soggiorno di studi negli U.S.A. e presso The Hebrew University of Jerusalem in Israele, successivamente a dedicarsi all'insegnamento di Filosofia (la sua Tesi di Laurea è in Estetica, presso l'Università degli Studi di Milano) e Scienze umane, discipline insegnate dal 1997 fino allo scorso anno.

Consegue anche la Laurea in Psicologia clinica ed attualmente professa come counselor, rifiutando  –  per una netta scelta d'autonomia nell'elaborazione del pensiero e nella pratica professionale – di iscriversi all'Albo degli Psicologi di cui avverte stringenti e condizionanti le Linee guida di derivazione ministeriale, poiché, dichiara, «voglio tenermi lontana dalle influenze del potere», a seguito, in particolar modo, degli eventi socio-sanitari, della gestione politica e del controllo sociale cui si è assistito durante la lunga esperienza della pandemia di SARS-CoV-2.

Attualmente, tiene seminari e workshop ed esercitando la professione di counselor, ha ritenuto utile fondare, insieme ad altri esperti con i quali collabora, The Human Lab, un gruppo di lavoro per la diffusione del counseling psicosintetico.

L'intraprendenza da studiosa e l'alacrità tecnico-professionale si rilevano nella meticolosità delle sue ricerche e dei suoi costanti studi in ambito psicologico attinenti allo svolgimento della professione. Il continuativo impegno la conduce negli ultimi anni ad approfondire alcune problematiche, a specializzarsi ed occuparsi competentemente del cosiddetto “spazio psichico” e delle sue “subpersonalità”, seguendo l'approccio “psicosintetico” [2].

L'attitudine ad unire approfondimenti teorici a pratiche creative, in passato, la rivelano come una delle migliori fotoartiste degli ultimi decenni, tra l'altro, vincendo premi nazionali ed internazionali che le hanno aperto la strada ad importanti collaborazioni con riviste d'arte.

Ha scritto romanzi di qualità pubblicando, all'esordio nella narrativa, per Armando Curcio Editore, Storia di Miryam, con il quale vince il Premio speciale della Giuria al Concorso letterario nazionale “Franz Kafka Italia 2017”. Il libro è un inedito ed appassionante affresco della vicenda terrena di Maria di Nazareth, giovane donna che nell'incedere spontaneo della vita affronta laceranti dilemmi, in modo sublime accostabili, sembra possibile riscontrarlo nella trama, al tragico aut aut dell'Antigónē sofoclea.

Claudia Provenzano Le ragioni degli altriCon Le ragioni degli altri  [3], Claudia Provenzano svela al lettore il potenziale distopico della scrittura. La sua narrazione, infatti, autorizza a concentrare la lettura sugli aspetti previsionali, descrittivi o rappresentativi che alludono ad uno stato di cose futuro, che, mediante le storie riferite nel romanzo, incalzano, si smentiscono o s'avverano. Il testo è un'esemplare “riportare” quasi cronachistico, a più voci, della sollecita evoluzione esistenziale dei protagonisti, nel corso dei primi anni del Duemila. L'autrice usa l'espediente dei dialoghi contaminanti, dell'immedesimazione, degli impulsi desideranti, all'interno di un tempo e di ritmi che ribaltano la deriva distopica in antropologica attualità. Vicende femminili che riguardano il concepimento solitario di figli con l'inseminazione artificiale, relazioni omosessuali, transgender, “bulli” e vittime di bullismo sono l'aurora di inedite e sempre più diffuse forme di vita, inusuali cardini di “modi” intrecciati che danno origine a “mondi”.

Nel 2020 dà alle stampe  il romanzo Figli mancati [4], con commovente ed intima ricostruzione della vicende di Agnieszka e Bianca, il comportamento delle quali è caratterizzate da diversa modalità nel generare vuoti sentimentali, da un'incolmabile voragine emotiva, mai più colmata. Queste problematicità – «spesso il male di vivere ho incontrato», parafrasando Eugenio Montale [5] – emergono proprio nel periodo fondamentale d'apertura alla bellezza dell'esistenza che è l'infanzia, nella sua dimensione relazionale. Insieme al profilo delle protagoniste, sono mirabilmente costruite le personalità delle figure parentali prossime e, più specificamente, amicali e sociali nel processo di graduale affermazione identitaria. Attraverso puntuali riferimenti alle esperienze della “negazione”, quali maternità capitate e rifiutate, delle consuete pratiche di incomunicabilità, dell'eziologia del disagio e delle devianze.

L'allusione al pensiero di J. Hillman è calzante: «[…] I genitori determinano le nostre ferite, le nostre ferite ci sono genitrici […]» [6], come autorevoli e puntuali sono le riflessioni filosofiche e psicologiche della Provenzano incastonate nel romanzo, vincitore dell'edizione 2020 del Premio letterario internazionale Montefiore.

Il dittico di romanzi, fin qui scritti, si compone di un ulteriore ricco tassello impreziosito dalla notevolmente informata immersione nelle problematiche dell'interetnicità e della globalizzazione vissuta dalle ultime generazioni, incapsulate dentro quel periodo di transizione psico-fisica, morale e sociale, l'adolescenza, che è iniziazione alla vita. Il riferimento è al romanzo intitolato Figli del mondo [7] e concerne quattro personaggi per tre storie di vite familiari difficili che si sviluppano a partire dal fulcro centrale dell'esistenza, l'adolescenza. Amal e Ikram, sorelle algerine nate in Italia che si oppongono alla volontà di indossare il velo. Danush, giovane albanese che, dopo la morte della madre con cui è immigrato clandestinamente, finirà sulla strada. Liang, studente cinese di nazionalità italiana, con la vocazione per l'insegnamento che, obbligato a lavorare in fabbrica, viene spinto a compiere atti estremi per realizzare i propri sogni. “Soggetti a rischio” per definizione, per quanto attiene, principalmente, alla propria salute mentale e alla propria vita biologica. Sullo sfondo, il paesaggio sociale di Milano nel secondo decennio del Duemila.

Incontriamo Claudia Provenzano cercando di comprendere meglio l'insieme di quegli elementi che appartengono al suo spirito, alla sua coscienza, di professionista dello “spazio psichico” e delle “subpersonalità”.

Può descriverci il suo percorso formativo, le motivazioni che hanno agito in modo da aprire – dopo le esperienze artistiche, di narrativa e d'insegnamento – gli attuali scenari professionali e culturali?
Mi rendo conto che la mia formazione, il mio percorso di vita, può risultare alquanto frastagliato e incongruo, ma in realtà non è così. Di tutte le esperienze intraprese trovo un unico filo rosso: la ricerca di un senso della vita e il bisogno di risolvere tutti i nodi psicologici che ci bloccano o inducono sofferenza, in noi stessi, come negli altri. Presto infatti, attraverso l'esperienza dell'insegnamento, ho scoperto quanto importante fosse per me essere di aiuto, dare un mio contributo al processo di crescita o di risoluzione dei problemi, agli altri. Forse, anche questo ha a che fare con il senso della vita di cui sono sempre andata alla ricerca. Penso che la vita non possa esaurirsi nell' “egoismo” dell'io, ma che trovi sbocco essenzialmente e per lo più nella relazione con gli altri.
Ho sempre sentito il bisogno feroce di lasciare un segno, non un segno eclatante, non di passare alla storia, non di diventare una celebrità, no, non questo, ma quello di poter germinare come un piccolo seme nel terreno di altre vite che possano conservarlo, accudirlo, nutrirlo in sé e farlo sbocciare come una loro stessa creatura vivente. Pertanto, tutte le esperienze artistiche e creative rientrano in questo contesto. Dalla fotografia alla scrittura, apparentemente così lontane, l'arte visiva e l'arte verbale, che sembrano non collimare mai, di fatto hanno un punto di convergenza, che  sta nel semplice essere arte, nella possibilità di esprimere il proprio mondo interno, pensieri, sentimenti, emozioni, tutto ciò che non può essere condiviso se non attraverso un oggetto concreto ed esteriorizzato.
L‘arte per me non è altro che l'oggettivazione di un mondo interno che la renda condivisibile con gli altri. Nei miei libri non ci sono intenti didascalici o intenti moralistici, ma semplicemente l'urgenza di descrivere una vita psichica in movimento, in flusso, in agitazione, cosa che accomuna tutti gli esseri umani nella loro dimensione esistenziale più autentica. Psicologia e esistenzialismo sono per me i due punti di riferimento, i pilastri su cui si basa e si è basata tutta la mia vita.
La mia stessa formazione lo dichiara: Filosofa prima, proprio per istanze esistenzialiste, che hanno trovato nell'esistenzialismo di Heidegger, di Sartre, di Merleau-Ponty l'espressione massima di una inquietudine che fin da bambina mi ha accompagnata; e la Psicologia, che ha dato consistenza invece a questa dimensione individuale interiore mobile, fatta di vissuti concreti e vibranti, che riconducono l'individuo alla sua realtà individuale, appunto, nel suo qui e ora storico, sociale, familiare, che lo determina in quanto essere psicologico.
Inizialmente, ho sentito il bisogno di dedicarmi all'insegnamento per una duplice ragione: una perché ho sempre amato condividere e generosamente (senza moralismo, la generosità è un'attitudine sociale, un bisogno, non un valore morale imposto) dare agli altri ciò che con fatica mi sono, mi ero conquistata attraverso lo studio.
È un peccato in fondo che un individuo studi tanto e non possa condividere con gli altri le proprie fatiche, che altri magari non riescono ad affrontare da soli. Pertanto, il mio intento era quello di rendere omogeneizzato,  (nel senso proprio dell'omogeneizzato dei bambini ) rendere commestibile contenuti che agli altri risultavano indigesti e questa è stata la mia prima più grande passione, ma una volta esaurita questa e soprattutto individuato nei miei interlocutori studenti adolescenti in cerca a loro volta (come lo sono più o meno tutti gli adolescenti) di un senso della vita e in conflitto perenne, ineludibile, con un mondo interno nel quale sembravano affogare in quanto incapaci di comprenderlo, orientarsi, individuarne gli elementi fondamentali.
Mi sono appassionata all'ascolto dei loro mondi interni e al tentativo di fornire loro dei sistemi di riferimento, così dalla fotografia sono passata alla letteratura, per esprimere meglio, con le parole, quanto una singola immagine alla fine si rendeva impotente a fare in maniera articolata e completa, quanto è necessario per esprimere il vissuto individuale di un essere umano: come dice un grande psicologo “ogni individuo è un romanzo” ogni biografia è un romanzo e ha tutta la dignità di potersi tradurre in un testo scritto usufruibile anche dagli altri, in modo da potersi riconoscere e ritrovare, rispecchiare, capire. Analogamente, sono passata dall'insegnare arti visive e comunicazione visiva, nello specifico quello che praticavo, la fotografia, la mia prima forma di insegnamento, all'insegnamento della Psicologia e della Filosofia,  la mia prima laurea in Filosofia con orientamento psicologico mi ha concesso, tramite un corso annuale di formazione, di prendere l'abilitazione all'insegnamento anche in Psicologia ed è stato da qui che ho riscontrato questa grande passione, non solo teorica, nel divulgare i contenuti di cui avevo masticato i più difficili bocconi e renderli digeribili, come detto, anche agli altri.
Ho scoperto anche la passione per la relazione, per quanto una parola, un semplice specchio nel quale poter far vedere gli altri in me stessa, potesse essere così utile per far crescere o alleviare le sofferenze di un altro individuo. Da cui, satura della scuola e soprattutto di tutto l'apparato burocratico e gestionale che la scuola italiana purtroppo negli ultimi decenni è andata via via sviluppando, soffocando il vero senso dell'insegnamento e della scuola, oserei dire pubblica, cioè formare i ragazzi, educarli nel senso originario del termine, far emergere da loro stessi le loro qualità, le loro risorse e svilupparle, potenziarli, motivarli … Invece mi sono trovata di fronte ad un contenitore vuoto, fatto solo di adempimenti formali, che metteva all'ultimo posto i ragazzi e i loro problemi, anche solo quelli di banale apprendimento, non soltanto psicologici ed esistenziali, che erano la mia preoccupazione principale, latente nel mio modo di insegnare. Pertanto, non senza scandalo nell'ambito dell'impiego pubblico, ho lasciato la scuola e con una laurea in Psicologia clinica presa in tarda età, a 50 anni, ma con la snellezza e l'agilità di chi da sempre legge, studia e metabolizza libri di questo tipo, mi sono rapidamente preparata con grande soddisfazione. In tal modo, ho potuto così accreditare il mio ruolo di counselor in cui mi ero formata attraverso un meraviglioso corso triennale di counseling, professione che in Italia è molto sottovalutata, ma che grazie a poche scuole di grande consistenza e non minor prestigio, soprattutto per il lume degli insegnanti che vi operano, ho potuto formarmi appunto in questa professione che all'estero, soprattutto nei paesi anglosassoni, trova grande riscontro e apprezzamento, direi in ogni ambito del sociale, in quanto di psicologia essendo noi esseri psichici, c'è bisogno ovunque in ogni contesto in ogni momento e situazione della nostra vita. Con grande soddisfazione, proprio in un'epoca dura fatta di conflitti e di discriminazioni, di isolamento sociale, quale quella del Covid-19, ho potuto svolgere il mio tirocinio presso una Fondazione che raccoglie persone danneggiate dal vaccino, affrontandone le conseguenze psichiche, aggravate dall'isolamento sociale, dall'invisibilità cui li hanno destinati i mezzi di comunicazione. L'esperienza è stata intensa e ricca, tanto che mi ha spinta a decidere e mi ha definitivamente convinta che questo sarebbe stato il mio ruolo per l'ultima parte della mia vita, cioè la psicologa indipendente.
Non mi occupo di gravi patologie, che lascio a psichiatri e psicoterapeuti, ma, riconnettendomi alle mie esigenze originarie, di life events, come si usa dire, cioè dei grandi problemi o momenti di crisi della vita che riguardano tutti gli esseri umani “normali” nel corso della loro esistenza. Non può più esistere una netta distinzione fra normale e patologico dopo Freud, siamo tutti nevrotici e sicuramente il grado di patologismo deriva dalla posizione fra gli estremi che legano, lungo un continuum, indissolubilmente normalità e patologia.

Nel Suo incedere tecnico-professionale, con la Psicosintesi – teoria psicologica e metodo psicoterapeutico – riesce a sviluppare la consapevolezza di sé ed integrare i vari aspetti della personalità dei sui “clienti”, essendo caratterizzata dall'enfasi posta sulle potenzialità creative dell'individuo?
Che io riesca, questo me lo auguro. Il lavoro è certamente difficile e di volta in volta il sentiero da tracciare è tutto da definire e da costruire. Non mi manca la soddisfazione personale che riscontro quotidianamente con i miei clienti, grazie alla Psicosintesi, l'approccio che fin dall'esperienza provata su me stessa e sui miei compagni di studio durante la frequentazione della scuola di counseling ho potuto constatare essere grandemente efficace, sia nei risultati sia nei tempi per conseguirli. Se la Psicoanalisi infatti si intrattiene, anche nei suoi sviluppi nei diversi orientamenti psicodinamici, nello scandaglio del passato e richiede tempi lunghi, che spesso restano indipendenti dalle qualità positive e dalle risorse dell'individuo e si incentra esclusivamente sui punti problematici, sugli intoppi, sulle nevrosi, sui blocchi, la Psicosintesi [8] al contrario rappresenta, nel riscontro che trovo appunto quotidianamente nella mia pratica di counselor, la chiave più idonea a risolvere i conflitti interni senza arenarsi nel nello scavo infinito del passato.
Nel processo analitico il rischio è quello di frammentare anziché integrare. Laddove, peraltro, sono la stessa Psicoanalisi e gli approcci psicodinamici contemporanei a sostenere che è l'integrazione delle varie parti di sé a portare benessere, non certo la scissione. Dunque, sebbene in una fase iniziale l'analisi sia sempre necessaria, la sintesi è il punto terminale, che fin dall'inizio non va mai perso di vista.
La Psicosintesi rappresenta l'approccio che è in grado non solo di unire insieme le varie parti del mondo interno dell'individuo (sia di tutte le funzioni psichiche, sia delle varie parti del Sé, o subpersonalità), ma di sintetizzare anche i vari approcci psicologici, che nel corso del tempo si sono andati via via sviluppando. È soltanto attraverso la loro integrazione e la loro sintesi appunto che l'individuo può essere scoperto nella sua complessità e nella sua completezza. Le tecniche psicosintetiche sono dunque le più idonee a mio avviso a portare l'individuo alla consapevolezza di non essere un tutto unico e omogeneo, quanto piuttosto costituito da varie parti, spesso in conflitto fra loro. Lo scopo è di imparare a governarle senza farsi dominare di volta in volta dall'una o dall'altra, a dirigerle verso una direzione consapevolmente scelta,  come viene mostrato nel mio libro “Il teatro interno”.

Un Io centrale, che è la consapevolezza e la volontà, può permettere di organizzare come un abile burattinaio i vari personaggi del nostro teatro interno. Spesso ci sentiamo dominati quando prevale uno sugli altri, dimenticandoci che esistono anche altri personaggi sulla scena del nostro mondo interno e di volta in volta perciò ci auto colpevolizziamo o auto incensiamo  a seconda del personaggio che emerge sulla scena col quale siamo totalmente identificati: quando domina una parte negativa ci giudichiamo in maniera totalmente negativa e quando domina una parte positiva ci valutiamo in maniera enfaticamente positiva. Sono momenti altalenanti di una vita psichica che va invece integrata non dimenticando i lati positivi e lati negativi, lo Yin e Lo Yang, le ombre e le luci, per dirla prima con le filosofie orientali e con Jung che ad esse ha molto attinto.

Dopo gli anni pandemici, dopo l'interiorizzazione di massa d'essere entrati nell'irreversibile condizione dell'antropocene e dopo il riproporsi periodico a generazioni di umani (il riferimento è ai nati dagli Anni '60 del Novecento al 2000) di ingiustificabili guerre, è cambiato – a Suo giudizio – lo scenario del malessere mentale e del disagio comportamentale delle persone?
Questa domanda è molto difficile e richiederebbe la stesura di un trattato. Per quanto riguarda le guerre la mia posizione, filosofica direi, supportata anche dalla psicologia, riguarda il fatto che l'essere umano è caratterizzato per sua stessa natura, la sua natura più animale, biologica, da una dimensione di potente aggressività, di avidità, di bisogno di auto affermazione e predominio sugli altri, di bisogno di potere e quindi ritengo che le guerre non siano un fatto storico contingente, che non si stiamo andando verso una degenerazione del sociale.
Le guerre, se guardiamo alla storia, sono sempre esistite e sempre esisteranno, pertanto non è un argomento che Filosofia e Psicologia possano risolvere. Per quanto riguarda il post pandemia, non essendo una psicoterapeuta non posso parlare di quali patologie gravi abbia fatto emergere o acuito. Il polso di cui posso registrare i battiti riguarda la vita quotidiana delle persone “normali”, come dicevamo prima, che si scontrano con momenti di crisi che tutti normalmente ci troviamo ad affrontare (perdite, separazioni, cambiamenti, novità) mi fa pensare che il post pandemia o l'epoca della pandemia abbia accelerato un processo che purtroppo le tecnologie, da quando si sono imposte, hanno avviato e che già filosofi come Heidegger e come tutti i suoi seguaci hanno ben messo in luce fin dai primi del Novecento e che avrebbero cioè portato ad una disumanizzazione ad una alienazione dell'uomo, non solo dal suo ambiente, la natura, ma anche da se stesso.
Introducendo il filtro dell'artificiale fra Sé e la natura, l'uomo si è alienato da se stesso, e nell'alienazione l'isolamento e nell'isolamento tutti i malesseri che ne conseguono. Noi siamo esseri sociali, zon politicon diceva Aristotele, fino a dirla, attraverso più di duemila anni, con Heidegger, essere-con-gli-altri. Ovvero per nascita, per natura, siamo esseri sociali, abbiamo bisogno fin da neonati delle cure parentali, delle cure della madre delle cure delle figure di riferimento adulte (caregiver) che traccino la strada per noi, per il nostro sviluppo verso l'autonomia. Siamo l'animale più sociale che esista sulla Terra e lo dimostra il lungo periodo di svezzamento, di bisogno di cure appunto, che il cucciolo di umano richiede. Pertanto, ritengo che, come moltissime analisi compiute da ben più autorevoli studiosi, l'epoca tecnologica abbia accentuato fortemente questo processo di alienazione e di scissione dell'uomo da natura e dal suo ambiente, cioè la società, e il distanziamento sociale a cui siamo stati tutti costretti per due anni ha comportato gravissime conseguenze sul nostro sistema psichico, che di relazioni sociali concrete, fisiche, in persona (in presenza), invece vive e si nutre.
Quello che riscontro nei miei clienti è un aumentare dei malesseri relativi proprio alla relazione con gli altri: depressione è sicuramente la parola chiave della nostra epoca. E fobie e piccole fobie legate soprattutto all'uscire, allo stare e intrattenere relazioni col mondo. L'agorafobia è molto diffusa. La paura del giudizio degli altri, il timore di essere valutati negativamente, scherniti, misurati, esasperata sicuramente dall'amplificazione che i social e quindi ancora i mezzi tecnologici comportano. Poi, è constatabile, soprattutto per chi lavora nel mondo della scuola, con i più giovani, ma anche in altri ambienti, l'aumentare vertiginoso degli attacchi di panico, l'incapacità cioè di gestire le ansie, normali e anzi utili nell'affrontare i cosiddetti pericoli della vita quotidiana, il mondo esterno. Abituati come siamo a stare nel chiuso della nostra “caverna”, nello spazio protetto delle nostre dimore, al protetto dalle relazioni concrete con gli altri e con la vita. L'attacco di panico è proprio l'indice più evidente di questo isolamento che l'uomo si è via via autoprodotto e che trova nello spazio della propria casa e nello spazio virtuale del proprio telefono o del proprio PC un mondo di relazioni fittizie, astratte dalla realtà. Quando poi ci troviamo buttati nel mondo reale siamo in tutto totalmente incapaci di affrontarlo, di gestirne i più piccoli imprevisti, laddove nulla è imprevedibile in un video, in una foto, in un contatto a distanza che può essere sempre riprodotto, eternamente, o appunto non affrontato in quanto a distanza.

Il suo lavoro in The Human Lab, passando del tempo a contatto con una o più persone, consente di creare dei legami: come fa a tenere separate vita privata e lavorativa ? Può descrivere le attività svolte da The Human Lab?
Abbiamo fondato l'associazione culturale The Human Lab allo scopo duplice, uno di diffondere la Psicosintetesi di , che a livello accademico non ha mai trovato affermazione. Del resto già Jung è poco o nulla trattato. L'Università è ormai dominata esclusivamente dalle neuroscienze e la stessa psicanalisi vi rientra marginalmente, solo in quanto ha portato a scoperte fondamentali e ormai inconfutabili, che le stesse neuroscienze peraltro stanno supportando, con le loro ricerche cosiddette scientifiche. Ma il modello di scienza, come ci insegnano i filosofi, l'epistemologia, non è unico, non è indiscusso, ne esistono tanti e quello della nostra scienza oggettivistica che affonda le sue radici in Newton e nel positivismo di fine ‘800, non è sufficiente a rendere conto della realtà, come la cosidetta  epistemologia della complessità ha ampiamente dimostrato. Pertanto, con grande sofferenza ci si trova a frequentare i banchi accademici in compagnia dell'aridità delle sole neuroscienze. Sicuramente hanno portato dignità alla Psicologia, liberandola dal pregiudizio naturalistico di pseudoscienza, ma l'hanno anche a nostro avviso piuttosto impoverita.
L'obiettivo è dunque quello di riattivare la voce di tutti gli psicanalisti più originali e meno scientifici in senso rigoroso e oggettivistico. La scienza come detto non è unica, scientifico è un sapere intersoggettivo, condivisibile, non necessariamente sperimentale, non necessariamente oggettivistico, come quello che il positivismo ha voluto e ha imposto in ogni campo. il valore dei simboli è fondamentale, il valore del linguaggio dell'inconscio che non è riconducibile a quello della razionalità, l'idea stessa che la realtà non sia esclusivamente riconducibile al piano razionale è per me, per noi di The Human Lab, di fondamentale importanza. Psicologi come Jung nonché Assagioli con la Psicosintesi, non hanno fatto altro che dimostrare quanto queste dimensioni simboliche e del transpersonale, cioè di quella istanza, come diceva Kant di quel bisogno di metafisica, che possediamo tutti, non possa essere trascurato e ridotto a un oggetto separato inscatolato dal nostro sapere così detto scientifico. Pertanto lo scopo di The Human Lab, come già detto, è quello di divulgare e diffondere la visione e l'approccio psico sintetico, ma anche quello secondario ma non meno importante, di riconoscere il lavoro del counseling. Pertanto noi che siamo stati compagni di studi al CREA, la scuola triennale di counseling psicosintetico di Milano, ci siamo trovati accomunati da questo bisogno di uscire dall'isolamento. Anche questo è un approccio tipico della Scienza, quello di isolare, di separare il soggetto dall'oggetto, il soggetto dagli altri soggetti, uno studioso degli altri studiosi, di parcellizzare, di incasellare in piccole categorie non comunicanti. Così gli stessi psicologi, gli stessi scienziati, gli stessi studiosi sono isolati e ottengono risultati inferiori rispetto a quelli che possono essere raggiunti attraverso la collaborazione di menti e personalità del tutto diverse. Noi tre di The Human Lab siamo molto diversi sia per genere, siamo due donne e un uomo, sia per età, sia per formazione: c'è chi viene come me della Filosofia, la mia socia da un percorso di lingue e il mio socio invece da quella che viene simpaticamente definita Università della strada e da molteplici corsi di formazione di tipo esperienziale. Quindi uniamo la dimensione accademica alla dimensione dell'esperienza, la dimensione della astrazione a quella della concretezza, il punto di vista femminile con quello maschile, quello vecchio, oserei dire saggio, con quello più fresco e giovane delle nuove generazioni che si apprestano con non minore serietà a raggiungere quella stessa saggezza lavorando e studiando. Questo è il nostro punto di convergenza: l'amore per lo studio, per la formazione incessante, perché questo è l'essere umano, continuo cambiamento, continua crescita.

Per quanto riguarda la domanda dello sconfinamento fra pubblico e privato, fra piano professionale e piano di vita individuale è un tema che si pone in qualsiasi professione di relazione di aiuto e che ho già ritrovata nel mio caso nell'insegnamento. Il problema non è un problema: è spesso utile che ci sia una sconfinamento della dimensione privata in quella pubblica e viceversa della pubblica in quella privata, è importante che i confini siano fluidi siano mobili che siamo noi a gestirli e quando risulta utile proficuo aprire come dire la diga e quando invece è utile tenere i due ambiti separati chiudere la diga.

Giovanni Dursi

[1] Casa editrice KIMERIK, 2022.
[2] La Psicosintesi è una teoria psicologica ed un metodo psicoterapeutico caratterizzati dall'enfasi posta sulle potenzialità creative dell'individuo al fine di sviluppare la consapevolezza di Sé e di integrare i vari aspetti della personalità. La Psicosintesi fu elaborata negli anni Trenta del XX secolo dallo psichiatra italiano Roberto Assagioli, allievo di Sigmund Freud e di Carl G. Jung, ispirandosi ai principi della filosofia esistenzialista, della psicoanalisi, della psicologia analitica, della psicologia umanistica e delle filosofie orientali.
[3] Armando Curcio Editore, 2018.
[4] Armando Curcio Editore, 2020.
[5] Lirica pubblicata per la prima volta nel 1925 nell'omonima Sezione della Raccolta “Ossi di Seppia”.
[6] Rif. a “Il codice dell'anima. Carattere, vocazione, destino”, Adelphi, 1997.
[7] Armando Curcio Editore, 2021.
[8] Roberto Assagioli

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