Argentina. Instabilità e povertà in aumento, i conti non tornano

Argentina Buenos Aires avenida 9 de julio
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Dopo una estenuante maratona alla Camera è stata approvata, il sei luglio scorso, la proposta di legge che aumenta le tasse di esportazione sui prodotti agricoli. Il documento è passato con il minimo di scarto a causa delle consistenti defezioni nel campo della Presidente Cristina Fernandez de Kirchner. Secondo gli analisti la proposta dovrebbe passare anche al Senato diventando così legge dello stato argentino  [1].

Fortemente voluta dalla Presidente, la proposta prevede un innalzamento significativo delle aliquote per i prodotti agricoli destinati all’export che dovrebbero crescere in base ai prezzi sul mercato internazionale anche se sono previsti dei distinguo, leggi incrementi minori, per le aziende più piccole.
La decisone, presa agli inizi di marzo, era dettata dalla necessità di ridurre il livello dell’inflazione, aumentare il prelievo fiscale e ridistribuire ricchezza con interventi nel sociale.
Se si pensa che i prodotti dell’agricoltura e dell’allevamento sono valsi il 47%  dell’export e il 6% del Pil dell’Argentina nel 2007 [2] se ne comprende il senso degli interessi toccati e le reazioni che per  mesi hanno provocato. Di fatto prodotti primari e finiti derivanti da agricoltura e allevamento hanno rappresentato il 47% dell’export argentino nel 2007 e circa il 6% del Pil; il paese è il terzo esportatore mondiale di soia, la cui produzione negli ultimi dieci anni è triplicata e le cui entrate mensili ammontano a 175 milioni di euro.

Inoltre la Società Rurale argentina ha precisato che gli investimenti pubblici e privati nel settore cereali saranno circa 5,5 miliardi di dollari negli anni 2007-2008 e sono esclusi i macchinari [3].

La risposta è stata dura, e continua ad avere strascichi. Da marzo la cosiddetta “crisi del campo” ha provocato un susseguirsi di blocchi, manifestazioni contro e a favore del governo, di riprese e tentativi di dialogo andati in fumo.
<<La «Nueve de Julio, l’enorme avenida che taglia in due il centro di Buenos Aires, piena di autobus che portano il popolo peronista in appoggio alla «presidenta» Cristina Kirchner. Lo stesso viale, un giorno e mezzo prima, con migliaia di persone che convergono da diversi punti della città per protestare contro il governo, con l’ormai tradizionale suono dei cacerolazos, pentole e coperchi che battono senza freno. Lontano, ma neanche troppo, dalla capitale una cartina geografica perforata da più di trecento blocchi stradali che rendono praticamente impossibile il movimento di persone, merci, camion, autobus. Fotografie di un Paese diviso, cento giorni di un conflitto che sta spezzando letteralmente in due l’Argentina>> [4]. Nei supermercati sono stati razionati alcuni alimenti come il latte, la carne scarseggia, qualche distributore di carburanti ha chiuso uno o due giorni a settimana mentre tonnellate di merce restavano nei container.
Buenos Aires si è anche ritrovata sotto una cappa di fumo proveniente dai campi bruciati dagli agricoltori nella periferia della città talmente densa da far sospendere gli atterraggi all’ aeroporto urbano Aeroparqu, bloccare alcune strade di grande comunicazione, sospendere molte linee di autobus e spedire centinaia di persone negli ambulatori per problemi di respirazione o agli occhi. Certo è periodo di pulitura dei campi ma trecento fuochi lasciano dubbi sull’effettiva coincidenza e sull’accusa delle associazioni verso il governo di voler amplificare il fenomeno per mettere in cattiva luce gli agricoltori [5].

L’opposizione è rimasta forte anche quando il governo aveva promesso la creazione di un Istituto per la Redistribuzione che dovrebbe gestire in fondi derivanti dai maggiori proventi destinandoli puntualmente alla costruzione di ospedali, di centri di salute, di case popolari e di strade provinciali indicate da sindaci e governatori. Per Guillermo Almeyra Casares <<non c’è tregua in questa lotta in cui gli interessi del capitalismo finanziario e dei capitalisti rurali si mescolano con l’odio antiperonista di coloro che hanno appoggiato la dittatura e con l’odio antikirchnerista della destra peronista da un lato, e gli interessi capitalistici e neoespansionistici del governo e degli industriali dall’altro, e in cui la maggior parte della società – i lavoratori, i consumatori sprovvisti di cibo e derubati dalla speculazione sui prezzi – rimane al margine e confusa>> [6].

In effetti la presenza di parte della classe media, di piccoli agricoltori e la latitanza di parte della popolazione più disagiata alle manifestazioni apre scenari più complessi. Nonostante i ritmi di crescita del pil (circa 8% all’anno nel periodo 2003-7) e l’accumulo di significative riserve valutarie la situazione si andata complicando negli ultimi mesi.
Gli aumenti dei prezzi di molti beni di prima necessità e del carburante sta determinando un aumento della povertà nonostante il governo cerchi di mascherare la realtà bloccando le pubblicazioni e le analisi dell’Istituto nazionale di statistica (Indec).
<<SEL Consultores segnala che nel primo semestre 2007 c’erano già delle differenze rispetto all’ultimo rapporto pubblicato da Indec, secondo il quale il 28,3 per cento degli argentini viveva in condizioni di povertà. Nel secondo semestre sempre del 2007, questa volta senza dati ufficiali da confrontare, l’indicatore di SEL ha calcolato un 30,3 per cento di poveri: un aumento che secondo gli esperti ha riguardato fondamentalmente persone che erano “non povere, vulnerabili”, che vivevano cioè appena al di sopra della soglia di povertà, e la cui condizione è peggiorata a causa dell’inflazione. ”È assai probabile che alla fine del primo semestre di quest’anno la povertà resterà al di sopra del 30 per cento”, ha osservato Kritz. Da parte sua, la società di consulenza Ibarómetro ha stimato alla fine di aprile che l’inflazione è al centro delle preoccupazioni degli argentini, lo dice il 36,9 per cento degli intervistati, mentre questa percezione sale al 50 per cento nelle persone intervistate dalla società Hugo Haime>> [7]. Tutto ciò è quantomeno imbarazzante per un Paese di trentanove milioni di anime con una produzione agricola per una popolazione di circa quattrocento milioni .

L’assenza di una soluzione per diversi mesi ha anche provocato una parziale fuga dai depositi e un aumento della domanda di dollari. Per fronteggiare la prima sono stati aumentati i tassi di interesse e quindi degli oneri finanziari del bilancio statale, mentre per la seconda il Banco Central ha venduto biglietti verdi per abbassare la quotazione provocando però una riduzione delle entrate fiscali e un aumento dei prezzi e gli industriali sono preoccupati perché il tasso di cambio competitivo è stato il motore della crescita [8].
Probabilmente per evitare eccessivi costi finanziari sul debito – l’ammontare è di circa 115 miliardi di dollari – il livello di inflazione dichiarato viene mantenuto molto al di sotto di quello reale [9] e che genera enormi difficoltà per una fetta amplissima della popolazione come scritto in precedenza.

L’accusa dell’opposizione e di buona parte della stampa nazionale nei confronti della presidente è quella di non aver saputo gestire la situazione, di non aver cercato il dialogo come una normale democrazia e di aver speso denaro pubblico ad organizzare manifestazioni a suo favore [10].
Insomma acque veramente agitate in un Paese che sembrava uscire dalla secca del grande crisi che l’aveva portato sull’orlo del fallimento.

Prima di chiudere segnalo due notizie che danno un barlume di speranza per coloro i quali stanno provando a sostenere le ragioni di un altro modello di vita che non sia basato sulle logiche del profitto o dello sfruttamento.
La prima è riguarda la magistratura ha dichiarato che un “territorio ancestrale”, occupato da privati, spetta di diritto alla comunità Mapuche Quintupuray della Patagonia argentina, la seconda è la presentazione della legge che dovrà darà la proprietà alla cooperativa operaia che ha gestito l’Hotel Bauen di Buenos Aires dopo l’abbandono durante la crisi del 2001 [11].

Pasquale Esposito

[1] Alerei Barrionuevo, “Export Tax Angers Farmers Advances in Argentina”, www.nytimes.com, 6 luglio 2008
[2] Niccolò Locatelli, “L’Argentina alle prese con la serrata agricola”, http://limes.espresso.repubblica.it 21 aprile 2008
[3] Roberto Da Rin, “Argentina, dal boom della soia al trionfo di Cristina”, www.ilsole24ore.com
[4] Emiliano Guanella, “L’Argentina in ostaggio”, www.la stampa.it 20 giugno 2008
[5] Cotroneo Rocco, “Nube nera a Buenos Aires Sotto accusa gli agricoltori”, Corriere della Sera 18 aprile 2008, pag. 17
[6] Guillermo Almeyra Casares ,”Argentina, prosegue lo scontro fra governo e imprenditori rurali” www.peacereporter.net 23 giugno 2008
[7] Marcela Valente, “Argentina: L’inflazione spinge la popolazione verso la soglia di povertà”, www.andinamedia.info 11 giugno 2008
[8] Alessandro Oppes, “Argentina, ritorna lo spettro del default”, la Repubblica 30 giugno 2008, pag. 10
[9] Secondo la società Abn Amro <<Si sottolinea che in realtà c’ è una considerevole incertezza circa l’ attuale livello di inflazione nel paese sudamericano poiché i dati ufficiali dell’ indice dei prezzi al consumo la collocano appunto a quota all’ 8,4 per cento nei dodici mesi terminati a febbraio, ma la precisione di questa cifra appare (comprensibilmente) sospetta. Va anche considerato che i dati relativi all’ indice dei prezzi alla produzione mostrano prezzi per i produttori locali in crescita del 20,1 per cento, mentre i prezzi all’ ingrosso sarebbero saliti del 15,1 per cento e, entrambe le cifre indicano che l’ inflazione si muove considerevolmente più rapida rispetto a quanto affermano le fonti ufficiali.>>, “Argentina, tensioni sul cambio”, la Repubblica 28 aprile 2008, pag. 20
[10] “L’Argentina in ostaggio”, www.lastampa.it 20 giugno 2008
[11] “La vittoria Mapuche”, www.peacereporter.net 3 giugno 2008; “Giù le mani dal Bauen”, www.peacereporter.net 5 giugno 2008

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