Armenia e Azerbaigian, due stati a confronto. Ce ne parla Aleksej Tilman

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Le flebili speranze di pace tra Armenia e Azerbaigian, aperte dai colloqui sul Nagorno-Karabakh,

ci ha spinto a fare il punto della situazione tra e nei due paesi. Per farlo abbiamo intervistato Aleksej Tilman che dal 2015 scrive di Caucaso sulla rivista East Journal dopo essersi specializzato in dinamiche politiche e sociali dell’area eurasiatica all’Università Ivane Javakhishvili a Tiblisi. Attualmente vive a Bruxelles dove sta facendo uno stage al Parlamento europeo.

Aleksej Tilman

La regione a maggioranza armena del Nagorno-Karabakh è una ferita aperta da decenni che ha provocato un conflitto tra Armenia e l’Azerbaigian. Il 29 marzo scorso sono ripresi i colloqui a Vienna grazie all’incontro tra il presidente azero Aliyev e il premier armeno Pashinyan. Quali sono state le condizioni che lo hanno permesso? Quali le prospettive per una pace nel prossimo futuro?
Il contesto negoziale per portare avanti una trattativa di pace è presente fin dagli anni della guerra (1989-1994). L’OSCE ha costituito nel 1994 il gruppo di Minsk, un ente ad hoc preposto alla risoluzione del conflitto in Nagorno-Karabakh. Inoltre, Armenia e Azerbaigian sono membri della Comunità degli Stati Indipendenti. Sebbene il ruolo di questa organizzazione regionale sia piuttosto limitato, i summit tra i capi di governo degli stati membri costituiscono una potenziale piattaforma di dialogo (un esempio in tal senso, è l’incontro tra Aliyev e Pashinyan al summit di Dushanbe nel settembre del 2018).

Lo svolgersi dei negoziati dipende, quindi, principalmente dalla volontà delle parti di dialogare. Pashinyan, in quanto novità nel panorama politico armeno e regionale, ha interesse a riprendere i colloqui per imprimere una nuova impronta alla politica estera armena. Le prospettive di pace per il prossimo futuro restano, però, piuttosto lontane.

Sul piano del diritto internazionale, Armenia e Azerbaigian portano avanti due posizioni inconciliabili tra di loro: l’affermazione del principio di autodeterminazione dei popoli da parte armena, contro quello di integrità territoriale, sostenuto dagli azeri. Gli incontri tra capi di stato possono portare a risultati rilevanti solo nel breve periodo, quali la diminuzione delle schermaglie sulla linea di fronte e la prevenzione di una nuova escalation come quella del 2016.

Ancora più complesso è il piano sociale. Accettare un qualsiasi compromesso per portare alla risoluzione del conflitto sembra diventare sempre più difficile col passare del tempo. Se le vecchie generazioni condividono un passato sovietico comune, per quanto problematico, le nuove sono alienate le une dalle altre.
I giovani armeni e azeri hanno pochissime possibilità di incontrarsi di persona (gli armeni non possono entrare in Azerbaigian e, viceversa è piuttosto complesso per un azero visitare l’Armenia) e gli scambi di opinioni che avvengono sui social network si limitano a insulti e incomprensione reciproca totale.
In Armenia, i giovani crescono commemorando le stragi di Baku e Sumgayit perpetrate alla fine degli anni ‘80 ai danni della popolazione armena nelle due città dell’Azerbaigian. Gli azeri ricordano costantemente la strage di Khojaly (1992), compiuta dall’esercito armeno ai danni delle popolazione azera di un villaggio in Nagorno-Karabakh. Nel discorso propagandistico azero, inoltre, l’Armenia è il paese invasore che occupa il territorio dell’Azerbaigian.
Con queste premesse, risulta quasi impossibile far accettare all’opinione pubblica una qualsiasi forma di compromesso.

Lo scorso dicembre, dopo la “rivoluzione di velluto”, in Armenia il primo ministro Nikol Pashinyan Yerevan ha stravinto le elezioni. Cosa è cambiato da allora? Il blocco di potere che ruotava intorno al Partito repubblicano è stato ridimensionato? E il sentimento degli armeni dopo la “luna di miele”?
Il vecchio blocco di potere è ridimensionato a livello istituzionale. Dopo le elezioni di dicembre, infatti, il Partito repubblicano è addirittura rimasto fuori dal parlamento. Tra i membri del vecchio establishment, Armen Sarkissian ha mantenuto il ruolo di presidente, che però è diventata una carica prettamente simbolica dopo le riforme costituzionali degli anni scorsi.
Il vecchio sistema di potere ha, però, mantenuto il controllo economico del paese. L’attuale governo è impegnato a passare una legislazione che renda trasparente la proprietà delle aziende. Le leggi vigenti sono state scritte in modo da nascondere gli effettivi proprietari delle imprese, rendendo difficile capire chi sia proprietario di cosa. Per questo motivo è difficile quantificare l’effettivo controllo che il sistema di potere intorno al Partito repubblicano ha ancora sull’economia del paese.
L’attuale governo sembra avere ancora credito presso i cittadini e si può dire che la luna di miele non sia ancora finita. L’insofferenza verso il vecchio sistema di potere era altissima da molti anni; la rivoluzione di un anno fa ha rappresentato un momento di riscatto collettivo ed ha acceso un entusiasmo che non si è ancora spento. Sicuramente le cose cambieranno qualora il governo di Pashinyan fallisse nel risolvere i problemi economici del paese.

In politica internazionale l’Armenia è legata alla Russia ma ha degli ottimi rapporti con l’Unione europea. Le tensioni tra Mosca e Bruxelles si possono ripercuotere su questa posizione “mediana” di Yerevan? Quali sono i prossimi passi del governo di Yerevan anche in virtù delle buone relazioni con l’Iran con il quale da poco è stato un memorandum d’intesa per migliorare ulteriormente l’interscambio commerciale?
Sebbene l’attuale governo armeno sia stato presentato come una forza ostile al Cremlino da molti media, Pashinyan sembra volere, più pragmaticamente, continuare a mantenere buoni rapporti sia con Mosca che con Bruxelles, senza disdegnare Teheran.
Al momento, Russia e Unione europea sembrano accettare questo compromesso.
Bruxelles ha da offrire a Erevan una collaborazione economica sancita dalla firma dell’Accordo di partenariato globale e rafforzato (CEPA) a fine 2017.

Al contempo, l’Armenia, non può prescindere dalla Russia, soprattutto sul piano della sicurezza. Mosca fornisce armi a Erevan e mantiene una base sul territorio armeno, con i soldati russi che pattugliano fisicamente il confine dell’Armenia con Turchia e Iran.
Questo compromesso sembra essere accettato dalle parti e la situazione dovrebbe rimanere immutata nel prossimo futuro.

Per quanto riguarda l’Iran, aumentano i rapporti commerciali, ma ci sono dei punti interrogativi. La reintroduzione delle sanzioni potrebbe costituire un qualche ostacolo ai rapporti tra due paesi (anche se il pragmatismo ha sempre prevalso in passato) ed esistono problemi legati alle infrastrutture
.
I due paesi condividono pochi chilometri di confine, separati da Erevan e dal cuore economico dell’Armenia da un territorio montagnoso, attraversato da strade che soffrono costantemente di chiusure invernali e supportano un volume di traffico limitato.
Esistono piani per la costruzione di un’autostrada Batumi-Erevan-Teheran e una ferrovia che colleghi il territorio armeno all’Iran. I costi elevati e la corruzione hanno fatto sì che, per ora siano stati costruiti solo pochi chilometri di strada nei pressi della capitale armena. Solo se nel futuro ci sarà l’interesse e gli investimenti necessari a portare a termine queste infrastrutture potrà registrarsi un incremento sostanziale nel volume di interscambio commerciale.

Armenia .Monastero di Tatev foto Pasquale Esposito 2017

Veniamo all’Azerbaigian. Un paese dalle grandi contraddizioni con un presidente in carica dal 2003, riconfermato dalle contestate elezioni dello scorso anno. Ilham Aliyev da una parte ha fatto fare progressi economici alla nazione e ai suoi cittadini sfruttando le grandi risorse di petrolio e gas e dall’altra detiene il potere in maniera autoritaria reprimendo oppositori e giornalisti. Questo equilibrio è destinato a durare? O dobbiamo pensare che l’amnistia in occasione delle festività del capodanno persiano, Novruz sia un’inversione di tendenza?
I progressi economici che l’Azerbaigian ha registrato sono andati, come spesso accade nei paesi ricchi di materie prime, ad arricchire una piccola élite legata al presidente Aliyev. Nonostante, lo scintillante aspetto del centro di Baku e delle altre città principali, le condizioni di vita rimangono complesse per la maggior parte della popolazione azera. In molti, infatti scelgono ancora la via dell’emigrazione verso la Russia o la Turchia.

Il rilascio di prigionieri politici è un buon segno, ma è difficile parlare di un’inversione di tendenza. A fronte di queste azioni “umanitarie”, Aliyev ha, ad esempio, nominato sua moglie vice presidente, un atto sfacciatamente antidemocratico che non sembra far presagire cambiamenti politici nel paese. Se la crisi economica causata dal crollo del prezzo del petrolio e dalla svalutazione del Manat, dovesse aggravarsi la valuta locale, la situazione potrebbe mutare sotto la pressione interna ed esterna.

Il 4 aprile scorso a Bruxelles c’è stata la riunione del Consiglio di cooperazione UE-Azerbaigian che ha esaminato molte questioni dai diritti umani, al conflitto sul Nagorno Karabakh, alla cooperazione commerciale e le due parti hanno convenuto di concludere velocemente i negoziati sul nuovo accordo. Quale è la sua opinione? E la posizione della Russia?
La firma dell’accordo lascia la situazione sostanzialmente immutata. L’Azerbaigian è un partner energetico importante per l’Unione europea e questo limita l’influenza di Bruxelles nel campo dei diritti umani, dove la sua pressione ha generato cambiamenti in Armenia e Georgia nel recente passato. Fino ad adesso, Baku si è limitata ad operazioni quali il già menzionato rilascio di prigionieri politici che sebbene importanti, sono poco più che azioni cosmetiche.
Il ruolo europeo è limitato anche per quanto riguarda la risoluzione del conflitto in Nagorno-Karabakh, dove a far padrone nella gestione dei negoziati è soprattutto la Russia.
Dal momento che questo tipo di accordi, non cambia la situazione, non ritengo che Mosca abbia una posizione specifica al riguardo.

In questa area del Caucaso sembra doveroso parlare del ruolo della Turchia, molto vicino a Baku e molto distante da Erevan essendo responsabile del genocidio degli armeni di un secolo fa. Come e se sono cambiati i rapporti? La Turchia come si colloca nel tentativo di un accordo sul Nagorno Karabakh?
I rapporti tra Armenia e Turchia sono stati caratterizzati da picchi di ottimismo e pessimismo nell’ultimo decennio. Se nel 2009 i due paesi avevano firmato un accordo (mai ratificato) per la normalizzazione delle relazioni bilaterali, quest’anno sembra essere stato raggiunto un minimo storico.
In occasione del 24 aprile, giorno di commemorazione del genocidio armeno, il presidente turco Recep Erdogan ha scritto su Twitter che il reinsediamento nel 1915 di bande di armeni che massacravano la popolazione musulmana è stato un atto ragionevole. Queste dichiarazioni vanno in totale contrapposizione con una potenziale riconciliazione e con quanto dichiarato dallo stesso Erdogan nel 2014 (quando il presidente aveva offerto le sue condoglianze alle famiglie delle vittime del genocidio armeno e si era riferito a quanto avvenuto come a “un dolore condiviso” tra armeni e turchi).

Cattivi rapporti con l’Armenia, implicano buoni rapporti con Baku, naturalmente vicina alla Turchia per motivi linguistici e culturali, e il supporto turco sulla questione del Nagorno-Karabakh. Proprio a causa della situazione nella regione contesa, nel 1993 la Turchia ha chiuso i rapporti diplomatici con l’Armenia e anche l’accordo turco-armeno del 2009 lasciava volutamente fuori la questione del Karabakh per non scontentare Baku.
Nel corso degli anni, Azerbaigian e Turchia si sono impegnate nella costruzione di infrastrutture quali l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, il gasdotto Baku-Tbilisi-Erzurum e la ferrovia Baku-Tbilisi-Kars. Queste opere hanno avuto il duplice effetto di migliorare gli scambi tra i due paesi e tagliare fuori l’Armenia da una qualsiasi forma di cooperazione regionale.
Questo implica che la Turchia gioca un ruolo marginale nelle risoluzione del conflitto del Nagorno-Karabakh e la tendenza non sembra poter cambiare nel prossimo futuro.

Pasquale Esposito

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