Armenia: il genocidio e le tensioni del presente. Intervista a Simone Zoppellaro

Armenia bandiera
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Il passato con il genocidio degli Armeni e il presente carico di tensioni. Di questo abbiamo parlato con Simone Zoppellaro, corrispondente dall’Armenia per l’Osservatorio Balcani e Caucaso ed esperto di questioni geopolitiche di tutta l’area.

Le parole di Papa Francesco sul «genocidio» armeno, in occasione della messa per il centenario, potranno aiutare il dialogo come pensa il Vaticano,  oppure inaspriranno i rapporti tra le parti con il rischio che il presidente turco Recep Tayyip Erdogan espella gli oltre 100.000 armeni che lavorano in Turchia?
Dubito che esista il rischio concreto che si arrivi all’attuazione di simili misure. In realtà un dialogo fra Turchia ed Armenia esiste ed è vivo, nonostante tutto, come continua a ripetere anche la diplomazia armena, e non sono mancati segnali di apertura ben precisi anche negli ultimi tempi. Si ricordino ad esempio le parole del presidente armeno Sargsyan, che il mese scorso si è detto pronto a lavorare “senza precondizioni” a una normalizzazione dei rapporti con Ankara. Inoltre, non dobbiamo dimenticare come una parte sempre più importante della società turca sia aperta al dialogo e persino a riconoscere che quanto avvenuto nel 1915 fosse un genocidio. Le parole del pontefice vanno quindi nella giusta direzione, quella di un dialogo franco e schietto con un paese amico.

L’Armenia ha un altro vicino ingombrante, l’Azerbaigian, con il quale ventuno anni fa veniva firmato a Bishkek l’Accordo di cessate il fuoco che pose fine alla guerra del Nagorno-Karabakh nella quale perirono allora trentamila persone. Le violazioni dell’Accordo sono continuate fino a oggi; a che punto sono, se esistono, spiragli “diplomatici” per una pace definitiva e stabile?
A un punto morto, in questo caso. Nell’ultimo anno si è verificata una lunga scia di morti e feriti senza precendenti che non lascia presagire nulla di buono per il futuro. Anche la retorica bellicista, soprattutto da parte azera, non conosce tregua. Sono trascorsi più di vent’anni dal cessate il fuoco da lei ricordato, e si può dire che oggi più che mai manchi da parte della comunità internazionale un impegno preciso per porre fine a questa guerra infinita. Un conflitto, fra l’altro, che fa comodo a molti nella regione, e che finisce per alimentare non solo un regime autoritario e repressivo come quello di Aliyev, ma anche gli oligarghi armeni, il cui potere risulta essere sempre più illimitato. In breve, la pace è una prospettiva quantomai lontana.

L’Armenia è uno Stato membro dell’Unione Economica Euroasiatica dall’ottobre 2014. Da allora cosa è cambiato nella collocazione geopolitica del Paese? E come sono ora i rapporti con l’Ue?
Anche dopo che a partire da questo gennaio è entrata ufficialmente a far parte della Unione Economica Eurasiatica, l’Armenia ha cercato di portare avanti quella politica della complementarietà che il paese persegue da anni: alleata privilegiata della Russia, ma in ottimi rapporti anche con l’UE, gli Stati Uniti e l’Iran. I rapporti con l’Europa – dopo un primo momento di gelo dovuto all’adesione improvvisa e forse persino rocambolesca all’Unione voluta da Putin – stanno dando ora alcuni segnali positivi. L’Armenia è un piccolo paese circondato da vicini minacciosi e ostili, ed ha pertanto un disperato bisogno di un sostegno internazionale che sia il più ampio possibile. Auspico che vi sia in futuro più attenzione da parte dell’Europa.

A partire dalle commemorazioni del genocidio, il turismo ha ricevuto un significativo impulso dando una boccata d’ossigeno all’economia armena. Non mi sembra che possa bastare. Quali sono le cause e i possibili rimedi per un’economia  in grave recessione da diversi anni?
La causa principale è quella di cui parlavo proprio ora: l’isolamento. Per comprenderlo, basta vedere una cartina: l’Armenia confina con due paesi che hanno da anni le frontiere chiuse verso di essa, l’Azerbaigian e la Turchia, e quindi con la Georgia, uno stato non molto ricco e oltretutto in relazioni piuttosto tiepide con l’Armenia. Vi è poi l’Iran, con cui i rapporti sono buoni, ma oltre al regime di sanzioni internazionali che grava su Teheran, limitandone fortemente le potenzialità commerciali, c’è una grave carenza di infrastrutture verso l’Armenia. Questa situazione ha fatto sì che in Armenia prosperasse un esiguo numero di famiglie, i cosiddetti oligarchi, che si spartiscono la larga parte del mercato, soffocando l’ascesa di una classe media che si trova continuamente spinta ai margini. Quanto ai possibili rimedi: la riapertura dei confini con la Turchia senza dubbio rappresenterebbe una notevole boccata d’ossigento per l’economia armena. In alternativa, la fine del regime delle sanzioni internazionali verso l’Iran potrebbe in parte sopperire a ciò, a patto che si realizzino in breve le infrastrutture già previste da tempo. Inoltre, è assolutamente necessario intraprendere una lotta contro la corruzione e le disuguaglianze, che soffocano sul nascere qualsiasi iniziativa dal basso e provocano tragedie sociali di proporzioni enormi.

Richard Giragosian, un importante esponente della società civile armena sostiene che andrebbero rafforzate le istituzioni facendo fare un passo indietro alle personalità politiche che dominano la scena, rendendo così solida la democrazia. Che rapporto c’è tra cittadini e potere? Il problema della corruzione verrà affrontato seriamente? E la riforma costituzionale va nella direzione del diritto e dei diritti degli armeni?
C’è, nella società armena, una certa sfiducia nei confronti della classe dirigente del paese, ma c’è anche d’altra parte il timore di un’insabilità politica che potrebbe avere conseguenze imprevedibili, ad esempio sul conflitto per il Nagorno Karabakh. La corruzione è un sistema capillare che attraversa la società armena dai vertici fino ai livelli più bassi e ritengo sia improbabile affrontarla seriamente senza che avvenga prima un ricambio di governo. Quanto alla riforma costituzionale, risulta alquanto controversa, e sono molti in Armenia a credere che non vada nella direzione giusta.

Pasquale Esposito

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