Armenia: una rivoluzione popolare fa tremare l’oligarchia

Armenia
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L’oligarchia che un sistema di corruzione entra in ogni aspetto della vita in Armenia ha subito un duro contraccolpo. Ancora le cose non sono del tutto definite perché la popolazione e l’opposizione politica hanno subito un colpo di coda dal potere oligarchico. Il leader di questa rivoluzione di velluto, il giornalista 42enne Nikol Pashinyan ieri non è stato eletto nuovo premier dal Parlamento armeno: sui 100 deputati solo 45 hanno votato a suo favore.
Avrebbe dovuto succedere al primo ministro Serzh Sargsyan del Partito repubblicano che era al potere da dieci anni e che aveva provato a prolungarlo ulteriormente, dopo il limite massimo dei due mandati previsti: un referendum aveva trasformato la Repubblica da presidenziale in parlamentare ed era diventato primo ministro.

Piazza della Repubblica a Yerevan in Armenia
Armenia. Yerevan, Piazza della Repubblica. Foto Pasquale Esposito

Dal 13 aprile scorso in Armenia e soprattutto nella capitale Yerevan proteste e manifestazioni sono cresciute; nonostante gli arresti la popolarità è stata enorme considerando che, in alcuni casi, anche poliziotti e soldati hanno aderito contro questo deriva autoritaria fino a che Pashinyan ha potuto costringere il Premier alle dimissioni.

Va chiarito una cosa prima di procedere nel racconto di quanto sta accadendo in questa piccola e martoriata Armenia nel cuore del Caucaso. Come ha detto Simone Zoppellaro che conosce bene quella realtà, «la questione geopolitica è marginale in questa rivoluzione di velluto»; di fatto la Russia – la cui presenza ed ininfluenza in questo paese è di assoluta rilevanza e nonostante la presunta vicinanza di Serzh Sargsyan a Putin – si sta tenendo fuori e i tentativi dei media internazionali, soprattutto occidentali, di esternalizzare le ragioni della protesta sono lontani dalla realtà [1].

A Pashinyan sono arrivati i 9 voti dell’alleanza Yelk, i 31 voti di Armenia prospera del leader dell’opposizione Gagik Tsarukyan e i 7 voti degli ex-alleati del governo, la Federazione Rivoluzionaria Armena.
Ora il prossimo passaggio, previsto dalla Costituzione, è fra sette giorni quando l’Assemblea dovrà rivotare e basteranno 35 voti per eleggere il nuovo Primo ministro; se nemmeno il secondo turno dovesse essere risolutivo si dovranno indire nuove elezioni.
Come spiega Emanuele Cassano «proprio quest’ultimo scenario, ovvero andare alle elezioni senza avere prima nominato un nuovo capo del governo […] è ciò che Pashinyan vorrebbe evitare. L’obiettivo del leader di Yelk è infatti porsi a capo di un nuovo governo provvisorio (dal quale escludere il Partito Repubblicano) al fine di riformare il sistema elettorale e rivedere gli emendamenti costituzionali approvati nel 2015. Solo allora intenderebbe convocare nuove elezioni» [2].

In Armenia, come sua tradizione, si continuerà a lottare come è accaduto il 24 aprile del 1965 quando gli armeni chiesero di veder riconosciuto il genocidio nei loro confronti commesso dalla Turchia; come è accaduto quando nel1988 si lottò per il riconoscimento della popolazione armena del Nagorno Karabakh per il quale poi ci sarà un guerra mai definitivamente finita; come è accaduto nel 2012 quando si protesta contro la speculazione edilizia nel parco Mashtots; come quandosi protestò, ne l 2013, contro i rincari dei prezzi dei biglietti dell’autobus; come quando l’Electric Yerevan significò la rivolta contro gli aumenti del costo dell’energia elettrica. Un excursus che Monica Elena chiarisce: «Queste iniziative hanno tutte avuto un carattere apolitico, anche se a forte impronta anti-governativa, e improvvisato: il motore è la passione, abbondante materia tra la generazione 1990. La protesta si concentra su questioni circoscritte e di interesse pubblico ma le radici affondano in un difficile contesto socio-economico, dove tre armeni su dieci vivono al di sotto della soglia di povertà di $2.90 al giorno, un numero superiore al 2008, e dove in dieci anni 300mila persone sono emigrate alla ricerca di lavoro. Le manifestazioni danno voce alla rabbia contro la corruzione, l’assenza di un vero stato di diritto, il capitalismo oligarchico e l’incapacità, o la riluttanza, dell’élite politica di affrontare i problemi della gente» [3].

E così le proteste dopo la mancata elezione sono riprese bloccando la capitale, fino a quando Nikol Pashinyan, ha chiesto di fermarsi perché avrebbe ottenuto l’appoggio necessario alla sua elezione a premier il prossimo 8 maggio. Uan rivoluzione popolare e legittima potrebbe compiersi.
Pasquale Esposito

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