Armi nucleari e distruzione di massa. Messa al bando

test nucleare atomica
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In questo mese di luglio, schiacciati ancora dalla morsa della guerra in Ucraina con tutte le conseguenze economiche che si trascina dietro, nonché – per quanto ci riguarda – da una non improbabile crisi di governo dai risvolti imprevedibili, è passato sotto colpevole silenzio di un po’ tutti i mezzi di informazione anche il più piccolo riferimento ad un evento che non è difficile indicare come di portata planetaria e cioè il quinto anniversario dell’adozione del Trattato per la Proibizione delle Armi Nucleari (TPAN), adottato a New York nel 2017 ed entrato in vigore nel 2021 dopo la ratifica da parte del 50° Stato.

Questo trattato va considerato come l’unico strumento a livello internazionale che proibisce la proliferazione, il possesso e l’uso di armi nucleari, stabilendone di fatto l’illegalità, verso la prospettiva di una completa eliminazione.

Tutto ha avuto inizio il 7 luglio del 2017 quando alla votazione sul testo finale del trattato, presso l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, hanno dato la loro convinta adesione 122 Paesi su 124 partecipanti (con voto di astensione di Singapore e uno contrario dei Paesi Bassi). Il Trattato, proprio per la sua importanza a livello mondiale, è un Trattato aperto, nel senso che può essere firmato in ogni momento da qualunque Stato così come può essere ratificato. A tutt’oggi sono 66 le firme di Paesi (l’ultimo in ordine di tempo il Malawi) apposte per la sua ratifica, avendo superato velocemente le 50 firme presenti nel 2021, limite minimo che ha permesso l’entrata in vigore del Trattato stesso.

Arrivare a questo risultato, ovviamente non definitivo, ha significato percorrere una lunga strada che ha visto lentamente prendere coscienza dei pericoli insiti già nel solo possesso di strumenti nucleari, e nel 1970 si sono le prime firme del Trattato ad opera di Stati Uniti, Regno Unito, Unione Sovietica seguiti, ma solo nel 1992, da Francia e Cina.

Nella sostanza l’accordo poggia le sue basi su tre punti cardine e cioè il disarmo, la non proliferazione e l’uso per scopi civili del nucleare sotto il controllo dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA ). Il raggiungimento degli obiettivi prefissati ha dovuto registrare anche paurosi scossoni che hanno fatto temere il peggio e cioè che a fronte della relativa e lenta riduzione degli ordigni, ha fatto riscontro l’accresciuta capacità di alcuni Stati di produrre testate nucleari – Israele è il primo Paese nel 2004 e ovviamente non aderendo al trattato, seguito poi da India, Pakistan e Corea del Nord – il tutto dominato dalla teoria della “Distruzione Mutua Assicurata” (MAD), vale a dire il dominio incontrastato della politica di deterrenza reciproca o, se vogliamo di equilibrio del terrore, in voga in tutto il periodo della Guerra fredda, dal 1945 al 1990 circa, per lasciare il posto alla poi alla ben più nota strategia americana dello “Scudo stellare”.

Questa digressione nel passato, la ritengo utile per comprendere ancora meglio l’importanza rivestita dal Tpan, che una volta per tutte sancisce l’illegalità per il solo possesso di un ordigno nucleare, smontando di fatto la teoria della deterrenza e condannando quindi anche la sola minaccia dell’uso.

È un concetto fondamentale, basilare, per riscrivere la nostra Storia da qui in avanti.

Sì perché abolire la deterrenza, o quantomeno vederla non più come un’arma di difesa psicologica o di aggressione, a seconda dei casi, significa prima di tutto far cadere lo stato esistenziale di ostaggio nel quale l’umanità è stata relegata per almeno un quarantennio e facilitare, proprio attraverso lo strumento giuridico del Trattato, il ritorno a quella che è stata definita l’etica pubblica, cioè il recupero di soluzioni che abbiano il loro perno su quei valori condivisi dall’umanità tutta, senza alcuna distinzione.

E proprio tutti i Paesi in rappresentanza di questa umanità si sono dati un appuntamento solenne a Vienna, dal 21 al 23 giugno scorso, sotto l’egida dell’ONU e per iniziativa dell’ International Campaign for the Abolition of Nuclear Weapons (ICAN), Premio Nobel per la Pace nel 2017,  e dell’International Physicians for the Prevention of Nuclear War (Premio Nobel per la Pace nel 1985).

In questa Sede è stata ancora una volta condannata la deterrenza nucleare, ponendola fuori legge ma è stato anche stilato un piano d’azione per rendere più efficace l’operatività del Trattato,  e proprio per manifestare la maggiore chiarezza e determinazione possibile, all’ articolo 4 (Azioni 15-18) si legge: “Gli Stati hanno concordato di fissare una scadenza di 10 anni per l’eliminazione delle armi nucleari quando gli Stati dotati di armi nucleari aderiscono al TPAN e di 90 giorni per la rimozione delle armi dagli Stati ospitanti quando questi ultimi aderiscono al Trattato” [1].

Purtroppo sembra quasi che sulla Conferenza di Vienna si siano addensate nuvole nere di dubbi e perplessità perché quasi in contemporanea con la fine dei lavori, venivano firmati il 5 luglio i Protocolli per l’entrata della Svezia e della Finlandia nella NATO, che dovranno poi essere ratificati nell’arco di 6-8 mesi dagli altri Paesi aderenti all’Alleanza.

Quello che stride maggiormente rispetto gli sforzi compiuti, e da compiere, per il mantenimento della pace denuclearizzata, sono le parole all’apparenza distensive del Segretario Stoltenberg pronunciate prima dell’inizio della cerimonia ufficiale:” Le porte della Nato restano aperte per le democrazie europee che sono pronte e vogliono contribuire alla sicurezza condivisa. Con 32 Paesi intorno al tavolo, saremo più forti e i nostri popoli saranno ancora più sicuri mentre affrontiamo la più grande crisi di sicurezza in decenni” [2]. Si parla di “forza dei popoli” con esclusivo riferimento, come è ovvio, all’ Europa e al mondo occidentale in genere, ma non c’è alcun accenno alla ricerca di un’ampia cooperazione fra la struttura del sistema difensivo europeo e il resto di quei Paesi che proprio pochi giorni prima hanno ribadito il no all’uso o alla detenzione di ordigni nucleari.

La NATO si è richiusa a riccio a difesa della sua fortezza convinta di poter resistere a tutto, in qualunque modo e con qualunque mezzo. Ma forse le maglie di questo schieramento non sono così imperforabili perché è degno di nota sottolineare che proprio nella Conferenza di Vienna erano presenti Germania, Olanda, Belgio, Norvegia e Australia, tutti componenti della NATO, con la qualifica di “Stati osservatori”. Purtroppo, e va detto con una punta di acredine, l’unica assenza degna di nota era quella dell’Italia.

La grave assenza, forse dovuta ad una sconsiderata osservanza delle forme in quanto il Parlamento italiano non ha ratificato il TPAN, è ancora più grave perché proprio sul nostro territorio, come è noto, negli aeroporti di Aviano (Pordenone) e Ghedi (Brescia) sono stoccate le testate nucleari decentrate dagli Stati Uniti che, impossibile non capirlo, non sono sinonimo di garanzia e difesa ma ci rendono ancora più vulnerabili e, come detto in precedenza, dei veri e propri “ostaggi” e potenziali vittime di una guerra atomica.

Qualcosa in Italia si potrebbe muovere visto che lo scorso 18 maggio veniva approvata dalla Commissione Esteri della Camera una risoluzione che chiedeva a chiare lettere una presa di posizione del Governo affinché l’Italia partecipasse alla Conferenza almeno come “Stato osservatore” al pari delle altre nazioni europee. Dell’esito di questa richiesta nulla è dato sapere almeno in via ufficiale, ma ci sono i fatti a dimostrare quale e quanta importanza sia stata data dal Governo all’argomento.

Pur comprendendo l’esistenza di vincoli generati dalla stretta condivisione dell’Italia dei valori Atlantici, non è ammissibile perché forse neanche richiesta, una “fedeltà” cieca e acritica nei confronti dell’alleato americano perché tale atteggiamento ci umilia e ci offende, azzera la nostra dignità di popolo e di Nazione, scavando poi un solco ancora più profondo fra il cittadino e la classe politica che ancora una volta si è girata dall’altra parte, per non essere disturbata forse con un problema che travalica le sue capacità propositive.

C’è ancora molta strada da fare e ci piacerebbe vedere il nostro Paese nel novero degli Stati volenterosi, coraggiosi, nell’impegno per la denuclearizzazione una volta per tutte. Questa è la strada da seguire e non a caso la Dichiarazione di Vienna si conclude con queste parole: ”Di fronte ai rischi catastrofici posti dalle armi nucleari e nell’interesse della stessa sopravvivenza dell’umanità… non ci fermeremo finché l’ultimo stato non avrà aderito al Trattato; l’ultima testata non sarà smantellata e distrutta e le armi nucleari non saranno totalmente eliminate dalla Terra” [3].

I nostri rappresentanti – con grave colpa – non erano ad ascoltare questa dichiarazione.

Stefano Ferrarese

[1 ]https://www.pressenza.com/it/2022/07/la-deterrenza-nucleare-come-genocidio-programmato/
[2] Gabriella Bruschi – https://www.firstonline.info/allargamento-nato-finlandia-e-svezia-hanno-firmato-in-6-8-mesi-attesa-la-ratifica/ 5 luglio 2022
[3] https://ilmanifesto.it/la-deterrenza-nucleare-un-genocidio-programmato-da-disinnescare  – 13 luglio 2022

      

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