Ashti Abdo, raccontare il Kurdistan in musica

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Questo viaggiatore non è un viaggiatore diretto a un luogo qualsiasi…
Nel miraggio, il nord è il sud,
e l’est è l’ovest. E i venti non hanno valigia,
e la polvere non ha lavoro. Come se nascondesse
la sua nostalgia di un altro, non canta… non
canta quando l’acacia entra nella sua ombra
o quando la pioggerellina gli bagna i capelli…
Invece sfida a duello il lupo:
Vieni qui, figlio di cagna e battiamo il tamburo
della notte fin quando non avremo svegliato i morti. Perché
il Curdo affronta il fuoco della verità,
poi arde come la farfalla di un poeta.
Il curdo non possiede che il vento
(Mahmud Darwish. Trad. di Pina Piccolo)

Ashti Abdo

Ashti Abdo è stato per me più di un nome, ma una scoperta improvvisa e piacevole che mi ha rivelato un mondo nuovo, pieno di ricche emozioni. Ascoltando i suoi pezzi, si può affermare che questi permettono all’ascoltatore di riscoprire il Kurdistan, questa terra ambita e lacerata, attraverso la sua musica e i suoi suoni. Suoni genuini e autentici che scaturiscono da un’anima che ha tanta voglia di esprimersi e raccontarsi.
La musica ha questo potere di emozionare e di riportare la mente indietro, a tempi, esperienze e ricordi passati. Ha la magia di fare sognare momenti nuovi e immaginare luoghi mai visti prima. Con la musica di Ashti questo accade veramente.
Ashti Abdo è un giovane musicista, cantante e compositore curdo, nato ad Aleppo nel 1982 e cresciuto ad Afrin. Ashti sceglie la musica come strumento per raccontare il proprio paese e la tragedia che sta vivendo. Lo stile adottato rivela una grande influenza della natura e del contatto precoce che l’artista ha potuto avere e sperimentare con i suoi suoni primordiali. Infatti, l’artista ha trascorso la sua infanzia tra le colline del suo villaggio e i suoni della natura sono presenti nella sua produzione. Da piccolo, egli ascoltava anche i racconti degli anziani e la tradizione popolare ha di solito molto da svelare e insegnare. Un’altra forma orale che lo ha influenzato è l’ascolto delle ninne nanne. Da bambino Ashti impara a suonare il tipico strumento curdo, il tambûr (saz) e lo padroneggia.
Una prima domanda che mi è venuta in mente dopo aver ascoltato i pezzi misicali di Ashti e che ho fatto direttamente all’artista è Che ricordi hai della tua infanzia e della terra natale? E come questo ha potuto influire sulla tua carriera musicale? Afrin è presente nella tua musica?
Tante cose, tante voci. Per esempio la voce di mia nonna. Insistevo dicendole “Canta, nonna, che hai una bellissima voce” e lei mi rispondeva “Ma cosa stai dicendo, figliolo?” “Dai, nonna, non c’è nessuno, siamo sulle colline”. Era un po’ timida. Andavamo a raccogliere le albicocche, l’uva, le noci… “C’è una bella eco naturale, senti: ahhh ahh ah”. Era così faticoso convincerla a cantare, ma alla fine lo faceva per me e io ascoltavo attentamente. Volevo rimanere ore e ore a sentire la nonna cantare storie.
Poi gli odori della terra, delle olive che profumavano le mani di mio nonno. Il ricordo di mio nonno, il suo shamel, la sciarpa che mi ha regalato prima di partire. Ci siamo salutati guardandoci negli occhi, tutti e due consapevoli che non ci saremo più rivisti. Ancora mi ricordo il posto dove ci siamo salutati e i suoi occhi del colore dell’ulivo. Avrei voluto suonare qualcosa per loro prima che lui e la nonna se ne andassero.
E casa mia, camera mia condivisa con mio fratello ad Afrin, dove siamo cresciuti. Un piccolo stereo che rimanevamo ore e ore ad ascoltare: musica turca, araba, curda e europea. Spesso chiedevamo in prestito per qualche ora o per una serata o due il tambûr (saz) da amici che abitavano nell’altra via.
Ci sarebbero tanti altri ricordi ancora che si possono raccontare. L’immagine della mia città e di ciò quello che accade sia ad Afrin sia in diversi posti del Kurdistan sono sempre stati presenti.

Un momento decisivo nella vita per il percorso artistico del giovane musicista curdo è senz’altro il suo trasferimento in Italia. Ashti scappa dalle persecuzioni contro i curdi verso l’Italia e il suo viaggio, che egli intraprende attraverso la Svizzera, in cerca di asilo è dettato da motivi umanitari. Quando gli ho chiesto dettagli del viaggio, Ashti mi ha confermato di non aver incontrato molte difficoltà durante il tragitto e che il suo viaggio era tutto sommato tranquillo e senza problemi. In Italia continua a suonare il tambûr, pratica che aveva già padroneggiato negli anni d’infanzia. Poi inizia ad esibirsi come artista solista.
L’anno 2012 segna un’altra tappa senz’altro importante per la carriera del musicista, Ashti si unisce alle fila del Domo Emigrantes, portando nel gruppo suoni nuovi e trame tipiche del Medio Oriente. L’incontro con questo gruppo è un’esperienza che lo arricchisce e lo porta a sua volta a conoscere e fare suoi strumenti e ritmi tipici del Sud Italia. La musica, come ogni forma di arte, unisce, arricchisce e permette di fare molti sperimenti. Questa esperienza dura fino al 2018 poi si ferma.
Una domanda spontanea che viene da chiedere ad Ashti dopo questa esperienza importante, anche se conclusa per ora, è: Cosa ti ha dato questa esperienza?
Cosa hai dato tu al gruppo?
Era la prima volta che facevo parte di un gruppo con altri musicisti che arrivano da diverse zone dell’Italia. Suonare e creare musica insieme era un’esperienza nuova per me che avevo sempre suonato come solista e pensato alla musica come solista. Però da piccolo avevo il vizio di suonare diversi strumenti: ne avevo tanti in testa e pensavo che ogni brano doveva essere suonato con lo strumento giusto. Diciamo che ho sempre avuto l’idea di scegliere uno strumento per ogni brano, ma non era possibile economicamente, quindi si sognava e si immaginava.
Poi arrivando in Italia le cose sono piano piano cambiate. Conoscendo i ragazzi mi si è aperto un mondo: ho aggiunto al mio bagaglio altri strumenti e diverse esperienze musicali. Da parte mia, invece, ho portato i colori musicali della terra dove sono cresciuto.

Dal 2014 fa parte del progetto “Piccola Banda Rebelde canta De André”, una banda formata da dieci elementi in cui suona saz, mandolino e percussioni vincitrice del primo premio al festival “Risonando De André 2015”.
Nel 2015 collabora anche con Angelo Petraglia e Francesco Forzani, (musicisti di Lodi,) creando Beja: la musica, il racconto, la guerra, un progetto di improvvisazione musicale basato su una traduzione personale dell’esperienza bellica. Il progetto si è fermato per ora perché Angelo e Francesco sono all’estero. Senz’altro questa è un’esperienza sofferta per chi si deve raccontare e presentarsi, vivendo la guerra in prima persona e cercando di riportare gli eventi con il dovuto distacco. E a tal riguarda ad Ashti chiedo Cosa significa per te rappresentare la guerra con la musica? È facile farlo?
Assolutamente no. C’è un proverbio che dice la lingua si affatica a esprimere quello che stava e sta ancora accadendo e che finora non si può immaginare né descrivere. Quindi ho cercato attraverso la musica di raccontare la fatica e il conflitto che vive dentro di noi.
Nel 2016 con Manuel Buda alla chitarra classica e con Fabio Marconi al violhao de choro a 7 corde, nasce un eccentrico trio di strumenti a corda in cui ognuno porta le melodie che ha incontrato nel suo cammino personale di vita, di ricerca e di esperienza e che confluiscono in un vero e proprio viaggio musicale che da Vienna arriva fino al Mar Caspio, tra danze greche, melodie klezmer e canti della tradizione curda.

Per me scoprire Ashti è stata una grande rivelazione e non mi resta che augurargli di continuare il suo percorso musicale e artistico come sta facendo. Confermando così che la musica non conosce confini perché è universale. 

Sana Darghmouni

Cascina Torchiera – Milano
8 febbraio ore 21
Kurdish ballads
Ashti Abdo

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